Il 2016 è stato un anno “impegnativo” per le banche italiane: da un lato, il perdurante basso livello dei tassi di interesse ha impattato negativamente sul margine di interesse, cioè sul business tradizionale di intermediazione creditizia. Giusto per dare un’idea, a partire dalla scoppio della crisi il differenziale tra i tassi attivi e passivi applicati alla clientela retail/società non finanziarie è sceso del 1,98% (dati Abi Dicembre 2016).  Dall’altro, le più stringenti richieste di accrescimento del capitale e di maggior solidità da parte della BCE, hanno reso necessario forti svalutazioni dei crediti deteriorati (vedi Unicredit, che ha portato a bilancio svalutazioni per 13,2 miliardi). Addirittura, per banche palesemente in crisi, vedi la nazionalizzata MPS, le richieste della BCE si sono trasformate in veri e propri obblighi di “smantellamento” dei NPLs (Non performing loans). Ne è risultato un anno in chiaroscuro per le banche italiane: nel grafico abbiamo riportato il risultato netto di fine 2016 per gli intermediari appartenenti al FTSEmib (+ Banca Generali). Come è facile notare, per le banche prevalentemente operative nella gestione del risparmio e poco esposte al credito, quali Banca Mediolanum (risultati preliminari novembre 2016), Banca Generali e Fineco i risultati, come ormai da qualche anno a questa parte, sono positivi. Per quanto attiene invece alle banche più tradizionali, spicca la notevole differenza tra Intesa (+3,110 miliardi) ed Unicredit (-11,8 milardi): tuttavia, occorre considerare che il risultato di Unicredit è inficiato da forti svalutazioni (già effettuate in passato da Intesa), al netto delle quali si avrebbe un risultato positivo di 1,4 miliardi, comunque minore di quello del principale competitor. In evidente difficoltà UBI (-802 milioni), Banco BPM (-1,6 miliardi) e MPS (-3,38 miliardi); per quest’ultima la somma delle perdite degli ultimi 5 anni ha raggiunto la stratosferica cifra di 17,3294 miliardi. Caso a parte Mediobanca che, comunque, è caratterizzata come noto da un business non focalizzato sul commercial banking tradizionale (+607,6 milioni).

Articolo precedente

Peer to peer lending: alcune considerazioni.

Articolo successivo

Dall’asset allocation al wealth management…. passando per il financial planning