PARTE 1

A circa un mese dalle elezioni, uno spaccato dell’economia transalpina e una neutrale descrizione dei personaggi che animeranno la corsa all’Eliseo, attraverso una serie di interventi a cura di Massimo Lovetti

La situazione economica e sociale in Francia: una “Grandeur” un po’ sbiadita

Ritirarsi in pensione al caldo della Costa Azzurra: un sogno non solo per molti francesi, ma anche per buona parte di tutti gli europei, italiani in testa. Eppure, il Paese che ci ha “donato” il tricolore, e di cui sempre più spesso (ahimè) ci sentiamo colonia, non sta affatto attraversando un felice momento dal punto di vista economico.

Era proprio 2 anni fa (Marzo 2015) che un report della OECD indicava come la Francia fosse caratterizzata da un invidiabile standard medio di vita, alta produttiva, e una percentuale di forza lavoro più elevata di molti altri paesi sviluppati; il tutto sostenuto da una struttura industriale diversificata e da un solido sistema bancario ed educativo. Tuttavia, già allora si evidenziava come la ripresa economica dopo la crisi fosse troppo lenta, e come il tasso di disoccupazione fosse ad un livello storicamente elevato ed in crescita. La situazione fiscale era debole e il deficit statale cronico (ben sopra il fatidico 3% del PIL).

Data la fiducia degli investitori nel suo debito sovrano, e la sua immagine come principale partner della Germania, la Francia è comunque rimasta nell’immaginario collettivo una dei principali custodi della moneta unica. In effetti, il tasso sui suoi titoli di stato permane a livelli molto bassi, se non negativi (anche grazie alle operazioni di acquisto della BCE). Uno sguardo più profondo mostra però che anche la Francia è, non meno di altri paesi, impantanata in una crisi economica duratura. La seconda più grande economia della zona Euro (GDP 2.463.140 ml $ nel 2016) soffre per un impressionante deterioramento della competitività: in parole povere, i prodotti della Francia – le sue auto, l’acciaio, l’abbigliamento, l’elettronica – costano troppo da produrre rispetto ai beni dei concorrenti, sia dell’Asia che dei suoi vicini europei, tra cui non solo la Germania, ma anche Spagna e Italia. Questo sta causando un crescente deterioramento della bilancia commerciale (ampiamente negativa per tutto il 2016 e a gennaio 2017), ed un calo significativo nel settore manifatturiero e dei servizi che lo supportano. Proprio per quanto sopra, nel suo rapporto l’OECD consigliava alla Francia di implementare riforme che migliorassero la competitività dell’economia e il business environment (ad esempio maggior liberalizzazione delle professioni e del commercio, eliminazione o rivisitazione di procedure autorizzative ecc..).

In definitiva, il fondamentale problema economico della Francia è comune a quello di molti altri paesi dell’area euro: mancanza di crescita. Sebbene nel quarto trimestre del 2016 sembra esservi stata una accelerazione, stiamo pur sempre parlando di percentuali di crescita intorno all’1%. E di conseguenza, il tasso di disoccupazione, specialmente tra i giovani rimane elevato: sotto i 25 anni, circa un giovane su quattro in cerca di lavoro non trova occupazione.

La crisi di occupazione ha creato non poche conflittualità negli ultimi anni: in alcune regioni colpite duramente da fenomeni di de-industrializzazione, ovvero dal crollo dei prezzi del settore agricolo, operai e agricoltori sono divenuti sempre più favorevoli all’idea di uscire dall’Europa e maggiormente inclini a votare per chi promette forme di protezionismo aggressive che, ipoteticamente, possano salvare posti di lavoro in Francia.

In realtà, la bassa competitività dell’industria francese è dovuta essenzialmente ad una diminuita capacità di innovazione e all’alto costo del lavoro; per quanto attiene al primo aspetto, basti sottolineare che nel 2016 la Francia è ulteriormente scesa nella classifica (stilata da Bloomberg) dei Paesi caratterizzati da maggior innovazione (classifica anche quest’anno guidata dalla Corea del Sud): incapace di attrarre in maniera significativa talenti dall’estero, e all’avanguardia solo in pochi settori tradizionali (telecom, aerospaziale, energia), la Francia si è posizionata all’undicesimo posto. In merito alla problematica del costo del lavoro, e più in generale alle possibilità di un processo di reindustrializzazione della Francia, ci si può rifare a quanto osservato da Patrick Artus, economista di Natixis, in una recente nota dall’eloquente titolo “France: l’impossible réindustrialisation”: il costo del lavoro nel settore manifatturiero è infatti del 10% più alto che in Spagna (vedi grafico), e proprio di un 10% dovrebbe scendere (attraverso la diminuzione delle retribuzioni e/o tagliando drasticamente gli oneri sociali a carico delle imprese, i più alti al mondo) se si volesse veramente rilanciare la competitività delle imprese francesi.


 

Costo unitario del lavoro nel settore manifatturiero

Fonte: Artus P., France: l’impossible réindustrialisation

 

Un ulteriore aspetto di rilievo riguarda la struttura del capitalismo francese. Come ben inquadrato dallo stesso Artus, il capitalismo francese è diviso tra due tipi di imprese le cui condizioni attuali sono molto diverse. Da un lato, la moltitudine di aziende medio-piccole che devono affrontare i problemi di una bassa crescita e di una ridotta competitività, soprattutto nell’industria. Dall’altro, i gruppi appartenenti al CAC: multinazionali che producono circa tre quarti dei loro profitti all’estero, e sono quindi maggiormente legate ai trend di crescita dei paesi stranieri ovvero, più in generale, del mondo. Ciò che rende la Francia un caso atipico è proprio il fatto che un paese tutto sommato piccolo rispetto all’economia globale sia riuscito a creare una grande numero di multinazionali, anche se la sua base di azionisti domestici si sia nel tempo fortemente ridotta. Infatti, anche a causa dell’alto livello della tassazione (i dividendi arrivano ad essere tassati fino al 74% per coloro che pagano la ISF – impôt de solidarité sur la fortune – cioè una tassa sulla ricchezza), sempre meno investitori francesi scommettono sulle azioni; fiscalmente, gli investimenti a rischio sono penalizzati rispetto a quelli immobiliari e obbligazionari, quasi come se il capitalismo sia malvisto (perdurante retaggio di una certa sinistra?).

Non è quindi sorprendente il grafico che sotto riportiamo, tratto da un articolo di Therese Raphael recentemente apparso su Bloomberg (What a Macron Presidency Would Mean for France, 20 marzo 2017): la Francia, è il paese sviluppato con la più alta percentuale di spesa pubblica sul PIL (57%).

 

Spesa pubblica in percentuale del PIL in diversi paesi sviluppati

Fonte: What a Macron Presidency Would Mean for France, Bloomberg 20 marzo

 

In un contesto economico incerto, dove le agitazioni popolari sono sempre dietro l’angolo, dove ormai da decenni si stenta a creare nuovo lavoro giovanile, e in cui i casi di corruzione diventano più frequenti, una larga parte degli aventi diritti di voto sembra essersi allontanata dalla politica tradizionale; nel frattempo, molti professionisti e imprenditori si sono già spostati a Londra, Bruxelles e in altre città internazionali.

Ed è proprio in tale situazione che si svolge la corsa all’Eliseo: corsa che all’apparenza vede molti partecipanti, ma che alla fine si riduce a tre (se non due) concorrenti principali, ognuno con i suoi problemi e i propri assi nella manica. Per meglio comprendere l’impatto che le elezioni francesi potrebbero avere sulla stabilità economico-finanziaria dell’area euro, presenteremo negli articoli seguenti i profili dei candidati ed il loro programma politico. Per il momento, riportiamo nel grafico sottostante gli ultimi dati sulle intenzioni di voto (sondaggio Kantar Sofres, 19 marzo)

À la prochaine

Le intenzioni di voto dei francesi (19 Marzo)

Fonte: Kantar Sofres

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