Di che pasta è fatto il tuo investimento?

Come recita l’aforisma di Upton Sinclair “Il denaro somiglia alla carta igienica: quando serve, serve con una certa urgenza!”.

Proprio per questo, il grado di liquidità di un investimento (ad esempio uno strumento finanziario o un asset reale) dovrebbe essere attentamente considerato dai risparmiatori, specie se quell’investimento, in una logica di pianificazione finanziaria, serve per raggiungere un obiettivo di breve termine. Ma anche se l’investimento è pensato in un’ottica di medio/lungo termine, o addirittura come investimento rifugio per conservare valore nel tempo (e magari passarlo alle generazioni future), comprendere eventuali difficoltà di smobilizzo e di monetizzazione è comunque un aspetto rilevante.

Tuttavia, esiste a mio avviso una certa confusione terminologica in merito al concetto di liquidità, confondendosi sempre di più quest’ultimo con quello di liquidabilità, o negoziabilità. Proviamo allora a fare chiarezza ritornando ad alcuni elementi di base un po’ dimenticati.

Era il lontano 1982 quando il prof. Marco Onado, nel celebre libro “Banca e sistema finanziario”, parlando di liquidità delle attività finanziarie indicava che: “In generale, è l’attitudine di un bene ad essere scambiato contro moneta, a vista e senza perdite. Definita così la liquidità è una caratteristica che si possiede oppure no, senza soluzioni intermedie. Ma gli economisti hanno gradualmente esteso questo concetto fino a comprendere anche tutte le sfumature possibili…”

In principio, quindi, l’idea di fondo era che una attività finanziaria (ma anche reale) potesse essere definita liquida se trasformabile immediatamente e, si badi bene, senza perdite in moneta, rappresentando la moneta un potere d’acquisto immediatamente spendibile in sé (al netto dell’effetto inflazione).
Vista da questa angolatura, la liquidità rappresenta sicuramente una caratteristica rara: quali strumenti sarebbero veramente liquidi secondo questa accezione? Sicuramente ben pochi. Ad esempio: un titolo di stato a breve scadenza o che scade tra poco tempo, o un fondo monetario (denominato in Euro). Nel primo caso, come rimarcava lo stesso Onado, è la scadenza ravvicinata stessa a fornire un buon grado di liquidità (“fatto salvo il rischio di inadempienza del debitore, ogni attività finanziaria si trasforma alla scadenza in moneta”); nel secondo, dovrebbe essere proprio l’essenza del fondo monetario a renderlo liquido, cioè trasformabile in moneta senza perdite (ma sappiamo che al giorno d’oggi, con i rendimenti negativi dei titoli di stato a breve, ciò potrebbe non essere vero in assoluto).

Tolti questi rari esempi, ben pochi altri strumenti sarebbero definibili liquidi nell’accezione ristretta di cui sopra. Certo, prima della scadenza si può sempre tentare di smobilizzare una attività finanziaria sul mercato secondario (se esiste); e similmente una attività reale (si pensi a dei beni preziosi o di lusso) può essere rivenduta ad un terzo. Ma rimarrebbe ovviamente il rischio di trovarsi a vendere in perdita!

Entrano qui in gioco, allora, altri due concetti; quello di liquidabilità (o negoziabilità) e quello di rivendibilità. Il primo attiene in particolare alle attività/strumenti finanziari: liquidabile sarebbe cioè uno strumento per il quale esiste un mercato secondario efficiente in termini di ampiezza e profondità degli scambi, tale da garantire ad un investitore di poter velocemente uscire dalla propria posizione, senza dover essere costretto a svendere.

Tuttavia, anche un elevato grado di liquidabilità non garantisce, sempre e comunque, un elevato grado di liquidità come sopra intesa. Facciamo un esempio: se 5 anni fa un investitore avesse acquistato azioni Unicredit al prezzo di 22 euro, oggi potrebbe facilmente smobilizzarle vendendole in Borsa …… ma al prezzo di 15 euro circa, cioè realizzando una perdita del 32%.

Purtroppo, nel corso del tempo, il concetto di liquidabilità è stato assimilato a quello di liquidità, creando non poca confusione. La stessa Consob afferma sul suo sito, nella parte dedicata all’educazione finanziaria, che:

“La liquidità di uno strumento finanziario consiste nella sua attitudine a trasformarsi prontamente in moneta senza perdita di valore. Essa dipende in primo luogo dalle caratteristiche del mercato in cui il titolo è trattato. In generale, a parità di altre condizioni, i titoli trattati su mercati organizzati sono più liquidi dei titoli non trattati su detti mercati. Questo in quanto la domanda e l’offerta di titoli viene convogliata in gran parte su tali mercati e quindi i prezzi ivi rilevati sono più affidabili quali indicatori dell’effettivo valore degli strumenti finanziari …. ”.

Ora, siamo sicuramente d’accordo con l’Autorità di Vigilanza che in un mercato organizzato, dove avvengono molti scambi giornalieri, il prezzo di uno strumento ben rappresenta il valore dello stesso in un dato istante; ma rimane il fatto che se il valore di quell’istante è notevolmente inferiore al prezzo di acquisto pagato da un investitore difficilmente il titolo potrà definirsi liquido per quell’investitore.

Ad ogni modo, l’assimilazione tra liquidità e liquidabilità è ormai assodata nel settore finanziario; in definitiva, sono considerati rischiosi quegli strumenti finanziari (e ce ne sono comunque molti in circolazione), che non avendo un mercato secondario efficiente potrebbero essere difficilmente vendibili in caso di necessità, a meno di non accettare un prezzo fortemente ribassato rispetto al valore intrinseco dello strumento.

Cosa ancora diversa, a mio avviso, è il concetto di rivendibilità. A ben vedere, infatti, tutto (o quasi) è rivendibile, indipendentemente dalla presenza di un mercato secondario organizzato. E ciò vale soprattutto per le attività reali: se ho una macchina usata posso cercare di venderla su Autoscout o Subito.it, se possiedo uno smartphone e voglio venderlo posso tentare con ebay. Ma anche per le attività finanziarie (a meno che non siano sottoposte a particolari vincoli) il concetto regge: se possiedo delle azioni/obbligazioni di una società non quotata potrei comunque tentare di venderle ad un amico o ad un parente. Stessa cosa se pensiamo agli immobili.

In questo senso, diventano fondamentali due elementi tra di loro intrinsecamente legati: il tempo e il prezzo. Se ho a disposizione più tempo per vendere probabilmente riuscirò a spuntare un miglior prezzo, se sono con l’acqua alla gola e voglio vendere in breve tempo dovrò abbassare drasticamente il prezzo.

Come detto, la rivendibilità interessa in particolar modo alcuni beni fisici da investimento utilizzati/utilizzabili dai clienti private: oro, diamanti, auto d’epoca, arte e fotografia d’autore, antiquariato. La critica che spesso si fa a questi investimenti attiene proprio il fatto di non essere liquidi/liquidabili; in realtà, occorre qui fare non pochi distinguo a seconda del tipo di bene.

Se pensiamo all’oro, ed in particolare a quello da investimento, cioè lingotti, possiamo infatti affermare che si tratta di uno bene facilmente liquidabile ad un prezzo chiaro (il fixing), scontando una commissione percentuale non particolarmente elevata.

Cosa diversa se pensiamo ai diamanti. In questo caso, le caratteristiche specifiche del diamante che possiedo possono incidere significativamente sulla facilità di smobilizzo. Diamanti di caratura non elevata sono più trattabili; per diamanti di altissimo valore potrebbe essere necessario andare in asta, con relativo aggravio di costi. Rimane il fatto che il diamante da investimento (certificato) è comunque rivendibile, al più da un gioielliere. Ovviamente il prezzo dipenderà dalla forza contrattuale delle parti e, come dicevamo sopra, dall’impellenza del venditore.

Se consideriamo invece altri beni quali auto d’epoca, opere artistiche, pezzi di antiquariato, libri antichi ecc.., allora il grado di liquidabilità è ancora di più legato alle peculiarità e alla rarità del bene oggetto di vendita. E qui è da osservare che, pur non esistendo un mercato secondario organizzato, la liquidabilità potrebbe essere ben più elevata rispetto ad uno strumento finanziario. E’ più facile vendere delle obbligazioni di una banca non quotata o un’opera di Modigliani? Un buon Rolex circola facilmente, e a prezzi tutto sommato definiti. Per una Ferrari d’epoca un compratore si trova.

In altri casi, ovviamente, la rivendibilità potrebbe essere ben più ostica, e richiedere un forte sconto sul prezzo se si vuole chiudere in tempi brevi. Ma permettetemi il raffronto: se a -32% l’azione Unicredit è liquida/liquidabile (e nessuno oserebbe metterlo in discussione), allora a -32% molti altri beni diventano liquidi/liquidabili.

In conclusione: ben pochi strumenti e beni sono liquidi in senso stretto; tutti (o quasi) sono rivendibili; nel mezzo, il grado di liquidabilità dipende dalle caratteristiche specifiche dell’oggetto che si vuole vendere, dal tempo che si è disposti ad aspettare, dal prezzo che si accetta di ottenere.

 

[1] E difatti Onado, riferendosi ai rischi delle attività finanziarie, ed in particolare al rischio di dover smobilizzare in un mercato secondario caratterizzato da pochi scambi, e al rischio di tasso di interesse affermava: “a ben vedere sia questa configurazione di rischio, sia quella precedente sono un aspetto della caratteristica di liquidità di cui si è già parlato. Quanto più un’attività è liquida, tanto minori saranno questi rischi; per definizione sarà quindi nullo il rischio della moneta che ha liquidità assoluta

[1] E’ questo il caso di molte obbligazioni bancarie non quotate. Ma anche per molti strumenti finanziari negoziati nei mercati regolamentati la liquidità/liquidabilità non è massima.

Articolo precedente

Sotto l'ombrellone

Articolo successivo

Il cuore oltre l’ostacolo