Ci si pensa quando i capelli iniziano a diventare grigi. E’ questo uno dei tanti errori comportamentali che, in un’ottica di pianificazione finanziaria, i risparmiatori commettono, ovvero quello di cominciare troppo tardi ad accumulare ai fini previdenziali. E’ invece noto (si veda anche http://www.contemplata.it/2018/02/il-valore-della-capitalizzazione-composta-e-dellaccumulazione/ ) che gli effetti della capitalizzazione composta meglio si sviluppano nel lungo periodo, permettendo a chi prima parte di ottenere un capitale finale molto più elevato anche con versamenti mensili inferiori.

E ciò è ancor più valido nel particolare momento storico che stiamo vivendo, in cui rendimenti particolarmente esigui rendono più difficile, rispetto al passato, accumulare capitale in un breve spazio di tempo. Se consideriamo poi che l’accresciuta longevità della popolazione nel nostro Paese incide negativamente sui tassi di conversione in rendita dei montanti finali (richiedendo di conseguenza la disponibilità di risorse finanziarie ingenti per potersi permettere un flusso periodico dignitoso), è facile comprendere come un buon consulente finanziario dovrebbe incentivare i propri clienti ad iniziare a risparmiare il prima possibile ai fini della pensione integrativa, stante il fatto che quella pubblica diverrà gioco forza minore. Addirittura, non è infrequente ormai che siano i nonni/genitori a finanziare il fondo pensione del nipote/figlio fin dalla sua più giovane età.

Eppure, lo sappiamo, l’Italia è piena di ritardatari. E periodicamente compaiono sulla stampa specializzata e sui principali social articoli, commenti, grafici, considerazioni a sottolineare il fatto, quasi denigrando gli incanutiti e reietti risparmiatori che hanno troppo tergiversato nel corso del tempo senza pensare adeguatamente all’inverno della vita, vivendo da cicale fino alla maturità compiuta. Il buon consulente di cui sopra, tuttavia, dovrebbe occuparsi anche (se non principalmente) di queste pecorelle smarrite, cercando soluzioni alternative che permettano loro, nei limiti del possibile, di mantenere comunque un tenore di vita adeguato nella fase di pensionamento.

Che fare allora?

Proponiamo di seguito alcuni suggerimenti pratici (a volte apparentemente banali, a volte di non facile realizzazione) per affrontare pragmaticamente il problema. La doverosa premessa, ovviamente, è che non tutti i suggerimenti valgono per tutti, e che in presenza di stringenti vincoli finanziari/patrimoniali le soluzioni possibili diventano alquanto limitate. Inoltre, è chiaro che in casi di povertà assoluta sono gli schemi sociali e assistenziali pubblici a dover risolvere il problema, non certo la pianificazione finanziaria.

Risparmiare di più (se possibile)

Sembrerà banale a dirsi …  e non sempre facile a farsi! Ma è un punto di partenza da cui non possiamo esimerci. Se un individuo ha commesso l’errore di non accumulare sufficiente capitale fino ad una età avanzata (ammettiamo 50/55 anni), è comunque doveroso che inizi a farlo (laddove sia possibile), anche nella consapevolezza che ciò non potrà risolvere a pieno il suo gap previdenziale alla fatidica data del pensionamento.

Per far ciò occorre una attenta analisi delle abitudini di consumo del soggetto in questione, magari attraverso la redazione di un bilancio famigliare che meglio permetta di individuare quali spese possano essere limate per accrescere il risparmio annuo. Naturalmente, sarà altresì necessario escludere dalla pianificazione obiettivi finanziari non strettamente imprescindibili (un viaggio, la macchina nuova, l’orologio di marca ecc…), per concentrare tutti gli sforzi verso un’unica finalità pensionistica.

Lavorare di più, e più a lungo

Si tratta di un’altra ipotesi non sempre praticabile, ma da non scartare a priori. Innanzitutto, chi ha la possibilità per tipo di condizione lavorativa di fare straordinari o diversificare le proprie fonti di reddito, magari aggiungendo alla propria un’ulteriore attività remunerata, dovrebbe seriamente pensarci e sbrigarsi a farlo. Ovviamente nemo ad impossibilia tenetur, ma con un po’ di creatività qualcosa può venir fuori, anche grazie alla tecnologia (Uber, Airbnb et similia).

Anche lavorare più a lungo è una opzione da considerare, per chi se lo può permettere[1]. Da un punto di vista strettamente finanziario, infatti, lavorare oltre i 65 anni, ammettiamo fino ai 70, riduce la fase di pensionamento e permette quindi di crearsi una rendita migliore sia perché vi è più tempo per accumulare, sia perché i fattori di conversione in rendita, o le soluzioni di decumulo, migliorano.

Proteggersi, almeno

Per coloro che non hanno la possibilità di attuare i primi due suggerimenti indicati, consigliamo per lo meno di pensare a proteggersi adeguatamente contro eventi estremi negativi, quali ad esempio l’invalidità e la non autosufficienza. Infatti, se il risparmio accumulato non è sufficiente per mantenere l’attuale tenore di vita nella fase pensionistica (ed è già chiaro che si dovrà ridurlo), occorre evitare di cascare in povertà assoluta trovandosi in condizioni tali da non poter finanziarie spese straordinarie per cure ed assistenza (badante, casa di riposo, medicinali ecc.. ), in particolare se non vi è la possibilità di appoggiarsi ad altri famigliari[2].

In tal senso, noto con piacere che anche sul mercato italiano si stanno diffondendo prodotti Long Term Care (LTC) a vita intera che, se attivati a tempo debito, permettono con piccole cifre mensili di garantirsi una rendita in caso di non autosufficienza anche in tarda età. Simili coperture possono essere ottenute anche attraverso l’associazione a forme di mutuo soccorso, tornate in auge negli ultimi tempi.

Casa dolce casa

Il caro vecchio mattone è stato per molti anni l’unico investimento a lungo termine dei risparmiatori italiani. Quando ancora di previdenza integrativa non se ne sentiva parlare, l’acquisto di immobili era spesso considerato il modo più semplice per garantirsi una rendita in tarda età, essendo tutti convinti che gli affitti avrebbero adeguatamente coperto i costi di gestione: “il mattone non mangia” si diceva, intendendosi che il mattone, una volta acquistato, non aveva particolari costi ed era tassato relativamente poco rispetto ad oggi. Inoltre, che gli immobili dovessero apprezzarsi in modo continuo (almeno in linea con l’inflazione) era dato per scontato.

Col senno di poi sappiamo bene che si trattava di false credenze: il valore degli immobili può anche scendere (e di molto); trovare dei buoni e solventi affittuari non è facile, e gli affitti netti non sempre garantiscono una rendita significativa.

Tuttavia, l’immobile rimane un asset fondamentale nel bilancio famigliare degli italiani; circa metà della ricchezza nazionale, si stima, si troverebbe lì allocata. Ed allora, ecco che diviene imprescindibile pensare anche alla monetizzazione della propria casa (e/o di eventuali altri immobili posseduti) ai fini pensionistici. Ma in che modo, se un tetto sopra la testa si dovrà pur avere?

Purtroppo, quella che sarebbe forse la soluzione ottimale, il prestito vitalizio ipotecario, ossia la versione italiana del reverse mortgage americano, stenta a decollare. Un surrogato potrebbe essere la vendita della nuda proprietà con relativa trasformazione in rendita del ricavato. Oppure, semplicemente, si potrebbe pensare ad una qualche permuta abitativa accompagnata da una riduzione dei metri quadri, spesso più che abbondanti quando i figli se ne sono andati.

La riduzione della superficie abitativa, e l’eventuale ricollocamento in zone meno costose (ad esempio dal centro citta ai paesi di periferia limitrofi) non solo allieverebbe i costi di mantenimento della casa (speso la voce di spesa più incidente nel bilancio famigliare), ma permetterebbe probabilmente di ricavare un differenziale in denaro utilizzabile per la copertura del gap previdenziale.

ça va sans dire, infine, che in caso di persone sole, di età molto avanzata, e magari senza eredi, la vendita definitiva della propria abitazione potrebbe costituire, almeno parzialmente, la via necessaria per finanziare l’alloggiamento in una casa di riposo o in una RSA.

I gioielli di famiglia

Si tratta di una soluzione di nicchia; ci riferiamo qui a quei rentier che hanno ereditato in passato non solo denaro ed immobili, ma anche beni di lusso aventi valore non trascurabile: quadri, mobilia, gioielli, monete d’oro, auto d’epoca, collezioni di libri antichi ecc.. Pur spesso di non facile smobilizzo, questi beni potrebbero essere utilizzati comunque come supporto nella fase pensionistica, anche a costo di non lasciarli in eredità come vorrebbe la buona tradizione di famiglia

Meno consumo non significa meno felicità

E se tutto quanto sopra non fosse sufficiente o praticabile? Beh, allora diviene necessaria una riduzione del proprio tenore di vita, a volte solo parziale, a volte maggiormente incisiva.

A ben pensarci, però, si tratta in fondo di una soluzione naturale, potremmo dire anche storica. Da sempre, le persone anziane tendono a ridurre i propri consumi, specialmente quelli discrezionali, nella fase di pensionamento. Il problema però è che oggi, almeno nella prima parte di questa fase (dai 65 a 70 anni diciamo), la tendenza è quella di spendere di più, in quanto la vitalità e la mobilità sono ancora elevate.

Molti ritardatari dovranno purtroppo tornare alle vecchie usanze, e tirare i remi in barca prima del dovuto. Ma ciò non significa necessariamente essere infelici e, tutto sommato, si possono mettere in atto comportamenti virtuosi che permettano il più possibile di non rinunciare a troppo. La più importante e scarsa risorsa a nostra disposizione, il tempo, può infatti essere sfruttata in maniera più efficiente: le vacanze si possono fare fuori stagione e prenotando molto tempo prima; le offerte migliori in termini di prezzo, sia su internet che presso centri commerciali fisici, possono essere maggiormente sfruttate; e in fondo, anche le scelte di investimento possono essere pensate in maniera più oculata attraverso un rapporto più stretto con il proprio consulente.

Rimangono però due rischi, a mio avviso. Da un lato, il verificarsi di eventi estremi negativi, di cui sopra abbiamo parlato, potrebbe avere effetti dirompenti in mancanza di adeguate coperture. Dall’altro, il buon consulente deve tener presente, e far presente al proprio assistito, che alcuni consumi sono comunque fissi e non riducibili nemmeno in tarda età (in particolare i costi di gestione dell’abitazione), mentre altri tendono addirittura a crescere (spese mediche, medicinali, visite specialistiche).

Se avete altre idee o suggerimenti pratici siamo pronti a raccoglierli. L’opzione di morire prima non è ovviamente … conTemplata!

  

[1] E permettetemi qui una rapida considerazione totalmente apolitica: si discute molto sulla revisione della legge Fornero e sulla introduzione del meccanismo “Quota 100”. Ma il vero problema, a mio avviso, non è “quando” andare in pensione, ma “quanto” mi danno di pensione; se a 62 anni posso andare in pensione ma con un assegno molto esiguo forse mi conviene continuare a lavorare, a meno che non ne abbia proprio più voglia o la mia condizione finanziaria/patrimoniale mi garantisca comunque un adeguato tenore di vita.

[2] Secondo i dati Istat in Italia vi sarebbero più di 3 milioni di persone non autosufficienti. La non autosufficienza, sempre in base alle analisi dell’Istituto di Statistica, è fortemente legata al rischio di entrare in uno stato di povertà assoluta.

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