I principi ed i ragionamenti base della finanza comportamentale sono più che noti a coloro che operano nel settore finanziario (consulenti, docenti, gestori, private banker ecc..); ed in particolare, sugli errori comportamentali commessi dagli investitori si dibatte ormai da tempo.

Tra le euristiche e i bias studiati dalla finanza comportamentale si ritrova la cosiddetta “dissonanza cognitiva”: in teoria, la dissonanza cognitiva consiste nel sostenere due o più cognizioni o pensieri che risultano in contraddizione tra loro, e questo genera tensione e disagio nell’individuo. In pratica, si tratta spesso di un comportamento in cui, pur osservando una certa situazione oggettiva al di fuori di noi, la nostra mente la astrae, capovolgendola sino al punto di adattarla ad un preconcetto già elaborato. In questo senso, allora, la dissonanza cognitiva è il conflitto mentale che sperimentano le persone quando sono messe di fronte all’evidenza che le loro assunzioni o convinzioni sono errate; a questo punto le persone tendono ad ignorare le informazioni che non corrispondono alla propria visione del mondo[1].

Un esempio celebre di dissonanza cognitiva è rappresentato nel noto racconto La volpe e l’uva, tratto dalle Favole di Esopo, in cui la dissonanza fra il desiderio dell’uva e l’incapacità di arrivarvi conduce la volpe a elaborare la conclusione – non suffragata però da dati reali – che “l’uva è acerba”.

Nell’ambito dei comportamenti degli investitori la dissonanza cognitiva può verificarsi, ad esempio, quando pur in presenza di notizie negative su un titolo si tende a tenerlo in portafoglio, anche se in perdita, perché quel titolo era stato acquistato sulla base di una precedente analisi che dava indicazioni positive[2].

Ma è possibile che il fenomeno della dissonanza cognitiva colpisca un intero mercato?

In effetti, dal mese di Luglio, ciò è esattamente quello che è accaduto sul mercato globale del petrolio.

In particolare, è stato dissonante il modo in cui numerosi operatori, e larga parte della stampa specializzata, hanno interpretato quelli che apparivano inequivocabili segnali provenienti dall’analisi settimanale del rapporto della Commissione Statunitense per il Trading in Futures su Materie Prime (US C.F.T.C.): i dati sono stati infatti utilizzati per alimentare la vulgata al tempo dominante, ossia che i prezzi del petrolio si trovavano in una traiettoria ascendente con culmine necessario a 100$/barile.

Diremo innanzi tutto che la pur vasta letteratura in materia stenta ad identificare un nesso di causalità forte tra i dati raccolti in questo tanto popolare rapporto settimanale, e gli attivi che vi sono rappresentati. Per dirla in maniera più semplice, il valore predittivo dei segnali contenuti nel rapporto rispetto all’andamento futuro del prezzo degli attivi a cui i segnali si riferiscono è in realtà labile. Infatti, nella maggioranza dei casi, l’idea che gli speculatori (noti in inglese come “Smart Money Players”, “Giocatori Opportunistici” diremmo noi) anticipino sistematicamente il mercato in ragione di una loro superiore capacità d’analisi è vera solo parzialmente.

La condizione descritta dal rapporto della C.F.T.C. a cavallo dei mesi di Giugno e Luglio 2018 con riguardo alle posizioni in contratti Futures ed Opzioni sul petrolio W.T.I. quotato a New York era in effetti senza precedenti: i dati – disponibili a partire 2006 – indicavano che nella settimana conclusasi il 3 Luglio 2018, per ogni posizione corta (cioè al ribasso) aperta da parte degli Speculatori ne esistevano 26 lunghe. Si trattava ad evidenza del rapporto più alto mai registrato, maggiore anche di quello (19) misurato nell’estate del 2014 (prima del crollo dei prezzi dell’autunno 2014).  In quella settimana trovava quindi culmine una tendenza accumulatrice avviatasi tra Marzo ed Aprile 2017 e che portava il rapporto “Long/Short” da circa 2 al 26 dei primi di Luglio di quest’anno.

Al netto di valutazioni più o meno fondate dei nessi causali tra prezzi del W.T.I. e traiettoria del rapporto “Long/Short” delle posizioni aperte in contratti Futures da parte degli Speculatori, va segnalato tuttavia il dato fondamentale in esso contenuto: l’ascesa delle quotazioni del greggio targato U.S.A. dai 45$/barile della primavera del 2017 ai circa $75/barile dei primi di Luglio 2018 è stata accompagnata da un “traffico” monodirezionale che ha affollato in maniera priva di precedenti il mercato dei contratti derivati (futures ed opzioni).

Il dato di fatto, dunque, sembrava incontrovertibile e rientrava a pieno titolo tra i segnali di rischio crescente: il posizionamento sul mercato da parte di una categoria di soggetti particolarmente rilevante[3] nel mercato del petrolio era significativamente al di sopra di qualunque riferimento storico.

 

Ma cosa è successo poi?

Per la cronaca: l’ultimo rapporto “Long/Short” disponibile (rilasciato dalla C.F.T.C. per la settimana conclusasi il 20 Novembre 2018) è tornato vicino a 2,5 e dunque in prossimitá ai suoi valori minimi di lungo periodo. Nel frattempo il prezzo del greggio statunitense è calato di 25$/barile.

La morale è banale ed ovvia: non esiste un perfetto e sempre valido predittore dei prezzi futuri. E la dissonanza cognitiva può portarci a credere ferocemente in modelli e segnali che, in realtà, non sono sempre così veritieri e corretti come pensiamo.

In particolare, è bene ricordare che il rischio, inteso come variabilità del rendimento atteso, è per sua natura connesso a numerose determinanti. La significatività di talune di esse, tuttavia, cresce in maniera più che proporzionale tanto più esse deviano dal loro comportamento normale e si assestano a livelli estremi. E’ quindi compito del bravo consulente, oltre che dell’operatore di mercato, quello di considerare come tanto più rilevanti gli indicatori di rischio quanto più essi si trovano in territori estremi, resistendo alla tentazione di adattare i dati osservati alle proprie pre-concezioni ed evitando quindi pericolose dissonanze cognitive.

Col senno di poi (purtroppo un altro bias), pochi investitori ed operatori sono stati in grado di farlo in relazione all’andamento del prezzo del petrolio negli ultimi mesi.

 

[1] Questo fenomeno colpisce prevalentemente le persone più sicure di sé o comunque tutti quelli che si definiscono esperti in un determinato campo o settore e che, basandosi su modelli di analisi collaudati, si fidano ciecamente delle indicazioni di questi ultimi, ignorando le informazioni che provengono dal mondo esterno.

[2] Qui entrano in gioco anche altri bias, quali l’avversione alle perdite e al rammarico. Alcune persone per evitare situazioni di dissonanza ignorano informazioni potenzialmente molto rilevanti. Possiamo dunque avere: a) percezioni selettive: si prendono in considerazione solo le informazioni che apparentemente confermano la propria credenza (confirmation bias); b) decisioni selettive: si resta allineati alle scelte fatte in passato, anche se queste risultano essere perdenti

[3] Si veda: Adams, Zeno & Kartsakli, Maria, 2017. “Has Crude Oil Become a Financial Asset? Evidence from Ten Years of Financialization,” Working Papers on Finance 1710, University of St. Gallen, School of Finance. https://ideas.repec.org/p/usg/sfwpfi/201710.html

Articolo precedente

Italiani e obbligazioni, una storia d'amore (in)finita

Articolo successivo

SETE DI GUADAGNO? INVESTI IN VINI PREGIATI!