Spinta dalla politica monetaria prima, e dalla politica fiscale dopo, la locomotiva economica americana sembra viaggiare a pieno regime da svariati trimestri, sebbene le tensioni commerciali con la Cina, e l’impasse dello shutdown rappresentino ora dei potenziali e non sottostimabili headwinds (venti contrari). Ma è tutto oro quel che luccica? E, soprattutto, come può essere che il paradisiaco dato sulla disoccupazione, da tempo ai minimi storici, non abbia più di tanto influenzato l’inflazione? Proviamo a fare qualche considerazione in merito.

 

Le dinamiche salariali

Tra il Gennaio del 2008 e il Dicembre 2018 l’economia U.S.A. ha creato 11,8 milioni di nuovi posti di lavoro: all’apparenza un numero impressionante, ma occorre considerarlo sul decennio e in relazione alla grandezza del mercato del lavoro a stelle e strisce.

Inoltre, è interessante osservare come la creazione di questi nuovi impieghi si sia realizzata soprattutto in settori in cui, pur in presenza di importanti aumenti salariali percentuali su base annua, il valore assoluto delle paghe è mediamente più basso rispetto a quello che si registra in altre aree del sistema economico nelle quali il numero degli occupati è invece rimasto pressoché invariato, o è addirittura diminuito.

Come interpretare quindi il fatto che il grosso della job creation avviene in settori economici che pagano salari bassi in valore assoluto, pur crescendo a tassi annui elevati? E’ quali effetti può avere questo tipo di fenomeno sulle dinamiche di inflazione?

Vediamo ad esempio cosa è avvenuto tra Dicembre 2017 e Dicembre 2018. Il primo tema da esplorare attiene alla collocazione settoriale dei nuovi occupati.


Nella figura n. 1, l’istogramma rosso (asse destro) mostra quale sia stato il numero di nuovi assunti (in migliaia) per macro-settore industriale tra Dicembre 2017 e Dicembre 2018. I settori industriali (in viola quelli inquadrabili come “Servizi”, e in celeste quelli “Manifatturieri”) sono organizzati sull’asse delle ascisse in maniera decrescente: da quello che ha registrato la maggior crescita percentuale su base annua del salario settimanale (asse sinistro) sino a quello con l’incremento più basso.

 

Figura n. 1. Nuovi posti di lavoro e incrementi salariali

Fonte: elaborazioni su dati Bureau of Labor Statistics (B.L.S.)

 

E’ facile osservare che la maggior parte dei nuovi assunti si è avuta in quei settori che registrano incrementi della retribuzione settimanale tra il 2% ed il 3%. Occorre però porsi anche un’altra domanda: quanti dollari guadagnano i nuovi assunti, atteso che la crescita del loro salario annuo è grossomodo compresa tra il 2% ed il 3%?

Il grafico in figura n. 2 ordina questa volta in maniera decrescente i settori industriali in ragione della paga settimanale espressa in dollari (asse sinistro). Gli istogrammi In rosso (asse destro) forniscono nuovamente il numero di nuovi occupati per ogni settore sempre tra il Dicembre 2017 ed il Dicembre 2018.

 

Figura n. 2. Nuovi posti di lavoro e media dei salari settimanali

Fonte: elaborazioni su dati Bureau of Labor Statistics (B.L.S.)

 

In quest’ottica, è interessante osservare come il solo settore “Leisure and Hospitality”, ha registrato 651mila nuovi assunti a fronte dei 2milioni circa creati complessivamente dal settore privato U.S.A. lo scorso anno. Con 423$/settimana per il mese di Dicembre 2018, questo settore è però quello con paga settimanale più bassa ed occupa di fatto 1/3 dei neo-occupati.

Si tenga peraltro presente che la terziarizzazione dell’economica USA (come del resto quella della stragrande maggioranza dei paesi OCSE) è inarrestabile, e procede a passi celeri da un trentennio almeno. Gli ultimi tre cicli di crescita economica[1] hanno visto infatti un enorme travaso dal settore manifatturiero verso quello dei servizi (prevalentemente Educazione e Servizi alla Salute – coerentemente con l’invecchiamento della popolazione – e Servizi Professionali e d’Impresa – anche qui coerentemente con l’internazionalizzazione e la crescente complessità del sistema produttivo USA). Si veda figura n. 3.

Ciò non fa che confermare come il deflusso di posti di lavoro dal settore manifatturiero a quello non manifatturiero avviene, in media, a fronte di una remunerazione salariale settimanale tendenzialmente decrescente

 

Figura n. 3. La terziarizzazione dell’economia americana


Fonte: elaborazioni su dati Bureau of Labor Statistics (B.L.S.)

 

Le dinamiche demografiche della forza lavoro

Aggiungiamo ora un ulteriore tassello: capita spesso, infatti, che l’analisi in termini assoluti e relativi delle dinamiche della forza lavoro negli USA sia significativamente distorta dalla non corretta comprensione della sua dimensione rispetto alla popolazione.

In particolare si deve tenere presente, ed in fondo la cosa è abbastanza nota, che la partecipazione al mercato del lavoro è drasticamente crollata a partire dal 2000, per stabilizzarsi poi dal 2014 in avanti (si veda figura n. 4). Per partecipazione al mercato del lavoro si intende, tecnicamente, il rapporto tra la forza lavoro (formata da persone occupate e disoccupate ma in cerca di lavoro) e la cosiddetta civilian nonistitutional population, ossia tutte le persone di età maggiore di 16 anni[2].

 

Figura n. 4. US partecipation rate (% of Civilian Population)

Fonte: Bureau of Labor Statistics

La risposta convenzionalmente usata per spiegare tale fenomeno si basa sull’idea che a partire dalla seconda metà degli anni ’90 si sia avviato un progressivo processo di abbandono del mercato del lavoro da parte della generazione dei baby boomers, cioè coloro che sono nati tra il 1946 ed il 1964.

E similmente, un ruolo significativo lo ha giocato il generale invecchiamento della popolazione stessa. Sia attraverso la metrica più generalista dell’età mediana (passata dai 28,1 anni della decade degli anni ’70 ai 38 anni del 2017), sia tramite il rapporto tra diverse coorti anagrafiche (si veda il grafico in figura n. 5), si apprezza un progressivo impoverimento dei flussi anagrafici a sostegno del nocciolo di persone di età compresa tra 25 e 54 anni, a fronte invece di una espansione della coorte 15-64, dovuta però principalmente all’incremento della  popolazione di età superiore ai 54 anni.

 

Figura n. 5. Evoluzione dei rapporti tra diverse coorti anagrafiche per popolazione attiva od in età da lavoro.

Fonte: elaborazioni su dati Bureau of Labor Statistics (B.L.S.)

Note: la linea blu (asse destro) mostra come a partire dal 2000 in avanti, la working age popolation, ossia la popolazione in età da lavoro compresa tra i 15 ed i 64 anni, sia rappresentata sempre più (circa 13% del totale) da soggetti di età compresa tra i 55 ed i 64 anni. Similmente, la linea celeste (asse sinistro) mostra come la coorte 25-54 anni (il “nocciolo” della popolazione in età da lavoro) ricopra al 2017 un peso di poco superiore al 62% del totale, in forte discesa rispetto al livello di 68% toccato a metà degli anni ’90.

In sintesi, è possibile affermare che dai primi anni 2000 in avanti stiamo assistendo a:

  1. invecchiamento tendenziale di tutta la popolazione statunitense (tratto comune ad altri Paesi Sviluppati);
  2. impoverimento delle coorti anagraficamente più giovani in ingresso nella forza lavoro a fronte di una espansione delle coorti più anziane;
  3. contrazione generale del tasso di partecipazione alla forza lavoro.

Mentre le considerazioni sub a) e b) sono chiare nella loro essenza, il fenomeno sub c) richiede invece uno sforzo d’analisi ulteriore, al fine di considerare quale ruolo giochino i livelli assoluti, e non solo quelli relativi, rispetto al numero di partecipanti alla forza lavoro. Le implicazioni di tale analisi, accanto a quelle svolte nella prima parte dell’articolo, giocano infatti un ruolo significativo nel comprendere le possibili traiettorie del tasso di inflazione indotte dalle dinamiche salariali.

A bocce ferme, e prendendo in considerazione il solo tasso percentuale di partecipazione al mercato del lavoro, si potrebbe sostenere che l’emorragia di lavoratori in uscita dalla forza lavoro si è arrestata. Le cose stanno però diversamente: l’illusione indotta dalla semplice analisi del valore percentuale del numero di partecipanti alla forza lavoro (passato dal 67% del 2000 a meno del 63% registrato dal 2014 in avanti) rende infatti miopi sul fatto che il valore assoluto della popolazione civile americana (popolazione con età superiore ai 16 anni) sia passato da 221 milioni del 2003 agli attuali 257 milioni. Tradotto in valori assoluti, ciò vuol dire che un tasso di partecipazione al Job Market stabile intorno al 63% dal 2013 in avanti si è in realtà tradotto in un afflusso netto positivo di circa 7milioni e 700mila nuovi (ri)entranti nella forza lavoro stessa (vedi figura n. 6)

 

Figura n. 6. Popolazione U.S.A. di età superiore ai 16 anni (istogramma), saggio di partecipazione al mercato del lavoro.

Fonte: elaborazioni su dati Bureau of Labor Statistics (B.L.S.)

 

Note: l’istogramma in figura mostra sull’asse destro il sentiero di crescita in valore assoluto della popolazione statunitense di età superiore ai 16 anni, mentre sull’asse sinistro si legge il livello percentuale di partecipazione al mercato del lavoro, ossia la percentuale di individui che o lavora o sta attivamente cercando un lavoro.

Il fenomeno descritto è ben apprezzabile nel 2018 nella seguente figura n. 7

 

Figura n. 7. Stock e flussi popolazione non facente parte della forza lavoro U.S.A.

Fonte: elaborazioni su dati Bureau of Labor Statistics (B.L.S.)

 

Note: l’istogramma (asse destro della figura) aiuta a leggere i dati assoluti (in milioni) relativi alle oscillazioni mensili (flussi) della popolazione non appartenente alla forza lavoro U.S.A.; la linea invece riferita all’asse sinistro indica il totale (stock, in milioni) del numero di individui che non fanno parte della forza lavoro.

La somma algebrica dei flussi rappresentati dagli istogrammi suggerisce che il numero di nuovi entranti nella forza lavoro nel periodo Dicembre 2017 – Dicembre 2018 risulta pari a 176mila nuove unità, a fronte di 2milioni circa di nuovi posti di lavori creati.

In altri termini, ciò significa che l’economia americana non solo ha prodotto nuovi posti di lavoro, ma ha anche indotto parte di coloro che erano al di fuori della forza lavoro (i cosiddetti scoraggiati) a riattivarsi per cercare una occupazione. E’ bene ricordare, tuttavia, che l’aumento della forza lavoro produce, coeteris paribus, un aumento del tasso di disoccupazione, calcolato come rapporto tra i disoccupati e la forza lavoro (occupati + disoccupati): è infatti probabile che quando gli scoraggiati rientrano nella forza lavoro essi risultino, come primo step, disoccupati. Tale fenomeno viene documentato dalla seguente Figura n.8

 

Figura n. 8. Variazioni mensili popolazione non appartenente alla forza lavoro e tasso di disoccupazione mensile U.S.A.

 Fonte: elaborazioni su dati Bureau of Labor Statistics (B.L.S.)

 

Note: sull’asse destro in figura l’istogramma individua sempre i dati assoluti (in milioni) relativi agli afflussi (istogrammi < 0 ) ed ai deflussi (istogrammi > 0) di popolazione nella/dalla forza lavoro. La linea arancione è invece riferita all’asse sinistro w indica l’andamento mensile del tasso di disoccupazione, da intendersi ovviamente come rapporto tra disoccupati e forza lavoro.

Gli afflussi netti di nuovi entranti nella forza lavoro registrati nei mesi di Febbraio, Maggio, Ottobre e Dicembre 2018 paiono quindi accompagnarsi ad un incremento del tasso di disoccupazione. In particolare, da Settembre 2018 in avanti sono entrati sul mercato del lavoro 651mila ex “invisibili”, a fronte di 846mila nuovi posti di lavoro creati sullo stesso periodo. Il tasso di disoccupazione quindi ha smesso di scendere ed è anzi tornato marginalmente a salire.

 

 

Gli impatti sulle dinamiche inflattive

Il combinato disposto della terziarizzazione del sistema economico USA, esaminato nella prima parte dell’articolo, ed il reingresso nella forza lavoro di soggetti in precedenza “invisibili” per quanto mediamente più anziani, esercita sicuramente un effetto disinflazionistico sulla più generale dinamica dei prezzi americani.

Ora, essendo pur noto che le pressioni inflazionistiche complessive non sono guidate soltanto da quella che è definita “inflazione salariale”, in quanto altri fattori impattano sulla dinamica della formazione dei prezzi, è lecito affermare che i fenomeni sopra descritti rivestono una rilevanza non trascurabile.

E’ probabile infatti che, nonostante la prolungata fase espansiva del ciclo economico, non si sia assistito ad una marcata accelerazione del livello di inflazione indotto da tensioni salariali poiché, da un lato, il maggior contributo alla job creation è derivato da settori a remunerazione salariale comparativamente contenuta e, dall’altro, si è contemporaneamente verificato un afflusso assoluto positivo di nuovi occupabili in seno alla forza lavoro.

In particolare, il reingresso nella forza lavoro di soggetti in precedenza scoraggiati avrebbe operato da ammortizzatore del tasso di disoccupazione, impedendone una contrazione verso livelli ulteriormente più bassi, ed evitando quindi di innescare spirali salariali inflazionistiche più violente di quelle relativamente contenute registrate nell’ultimo quinquennio.

Se la situazione è questa… quanto ancora converrà alla FED alzare i tassi di interesse?

 

[1] Dal 1991 in avanti, anche se la tendenza è in atto in maniera incontrovertibile fin dagli anni ’70.

[2] Si tratta della misura utilizzata in America dal Bureau of Labor Statistics. Si tenga presente che nella civilian population non sono considerate le persone impiegate nelle forze armate. In altre analisi si considera invece a denominatore la working age population, cioè quella compresa tra i 16 e i 64 anni.

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