A partire dalla crisi innescata dal fallimento di Lehman Brothers, ormai più di 10 anni fa, ad ogni fase di mercato caratterizzata da incertezza e volatilità, e a seguito del venire meno dei fondamentali su cui si basano le strategie d’investimento tradizionali (si pensi semplicemente alla correlazione azioni – obbligazioni), gli analisti e i gestori si sono interrogati su come ricercare rendimento e diversificazione in mercati e prodotti che a vario titolo possono essere definiti “alternativi”.

È il caso dei prodotti illiquidi che investono nei private markets (fondi di private equity e private debt), dei club deal e dei fondi etici (argomento che tratteremo in un prossimo articolo), ovvero di altre forme di investimento regalateci dal Fintech negli ultimi anni quali l’equity crowdfunding e il peer to peer lending, giusto per citarne alcune.

In questo approfondimento, però, vogliamo focalizzarci sulla finanza islamica, ovvero quell’insieme di prodotti e servizi halal (cioè ammessi dalla Sharia, la legge sacra islamica), come ad esempio i tradizionali sukuk, troppo spesso erroneamente definitibond islamici”.

La tematica in Italia è ancora poco conosciuta; al contrario, molti player europei hanno dato vita a islamic windows, ovvero società “gemelle” strutturate in modalità “sharia compliant”, in grado di offrire sia in Europa che nei paesi islamici servizi conformi alla legge islamica. Alcuni nomi illustri che hanno operato in tal modo sono: Barclays, Citibank, Pictet, HSBC Bank, BNP Paribas, ABN Amro e Societé General. Il giro d’affari di tali asset si stima abbia superato nel mondo i 2.000 miliardi di dollari e soprattutto in Europa, dove vivono molti cittadini di fede islamica, è destinato a crescere notevolmente.

Breve introduzione alla finanza islamica

Mentre in Italia si è accesamente discusso se accettare o meno finanziamenti islamici per un’istituzione come La Scala, diversi player europei si sono da tempo attrezzati dando vita alle cosiddette “islamic window”, per servire segmenti nuovi di clientela musulmana, istituzionale e non.

Per comprendere bene il fenomeno occorre dedicare qualche attimo di attenzione alla storia e alle istituzioni del mondo islamico, facendo però una premessa: i finanziamenti che mai dovessero arrivare alla Scala di Milano, ovvero i fondi che dovessero essere eventualmente investiti per acquistare una società di calcio italiana, laddove provenienti da patrimoni riconducibili a qualche magnate arabo del petrolio avrebbero poco o nulla a che vedere con quanto trattato in questo breve articolo. Si tratterebbe infatti di fondi provenienti da rendite petrolifere, denari transitati e reinvestiti in strumenti finanziari tradizionali e veicolati sul mercato italiano ed europeo a volte più per logiche geopolitiche, che per ragioni legate ad un ritorno strettamente economico.


Al contrario, quando si parla di finanza islamica si fa invece riferimento ai prodotti, ai servizi e alle prassi finanziarie “sharia compliant”, ovvero conformi alla Legge del Libro, il Corano (al Qur’àn). In altre parole a quell’offerta destinata ai fedeli, che nulla ha a che vedere con le regole di diritto internazionale con cui anche i grandi detentori di patrimoni nel mondo arabo si confrontano quotidianamente nella complessa dinamica degli scambi finanziari internazionali. Nel mondo islamico la finanza sharia compliant si affianca alla finanza tradizionale di matrice occidentale.

Nella religione musulmana il fedele è tenuto al rispetto di determinati valori, sia nella sfera pubblica che in quella privata. Si dice infatti che l’Islam sia una religione totalizzante, sebbene sia noto come esistano diverse gradazioni di applicazione dei precetti religiosi nei differenti paesi di matrice islamica.

Anche la sfera economica, quindi, rientra pienamente tra le materie normate dal Libro. In verità solo una minima parte dei versetti rivelati da Allah al Profeta Muhammad hanno ricaduta su temi economici (circa il 3%), e quindi a completare il quadro giuridico di riferimento intervengono le altre fonti del diritto islamico ovvero: gli Hadit (i detti del Profeta trasmessi prima oralmente e poi trascritti), la Sunna (la tradizione dettata dal ricordo delle opere e dei comportamenti del profeta e dei suoi primi seguaci) e infine il Fiqh, la giurisprudenza islamica dettata dall’interpretazione dottrinale delle diverse scuole giuridiche.

L’insieme di queste norme inquadrano i principi della finanza islamica, ovvero di tutte quelle transazioni che non infrangono i principi della Sharia, ma che allo stesso tempo permettono e incoraggiano l’investimento come fonte di crescita ed equa redistribuzione della ricchezza, in un ambito che vede al centro il lavoro e ammette e incoraggia la proprietà privata. Tali ambiti d’azione, nella società tradizionale islamica, sono riservati ai soli uomini, e questo rappresenta un primo importante discrimine con il mondo occidentale. Ulteriori differenze provengono da alcuni importanti principi e divieti legati alla visione islamica del denaro, strumento percepito come mezzo e non come fine. Esso può essere infatti tenuto fermo sul conto (in modalità di accumulo e riserva), salvo venire pesantemente tassato.

 

I Principi della finanza islamica e gli Sharia Board

La materia è regolata da pochi chiari principi e divieti:

  • il divieto di percepire un tasso di interesse (ribà)
  • il principio della condivisione del rischio e del rendimento;
  • il divieto di speculare (maysìr);
  • il divieto di introdurre elementi di incertezza nei contratti (ghàrar);
  • il divieto di investire e commerciare in beni o attività proibite (haram);
  • la prescrizione di un’equa redistribuzione della ricchezza, attraverso l’imposta rituale (zakàh).

A determinare tali regole, oltre alla giurisprudenza, concorrono nel mondo islamico una serie di autority nazionali e transnazionali che per ragioni di sintesi non staremo ad elencare. Invece, un breve cenno in merito agli “Sharia Board” è doveroso: si tratta di un consiglio di esperti di diritto islamico che provvede a vigilare (dal punto di vista religioso) affinché l’attività posta in essere dall’istituto stesso e i contratti, prodotti, servizi ed operazioni stipulati, offerti e strutturati, siano conformi alla Sharia e alle indicazioni fornite dagli standard setter internazionali[1].

Lo Sharia Board, composta da ulama, ovvero esperti di diritto islamico, ha sostanzialmente quattro competenze: la certificazione della conformità alla legge dei prodotti e servizi immessi sul mercato, il controllo sul rispetto delle regole religiose da parte dell’ente finanziario, l’audit interno e, soprattutto, la consulenza prestata a favore del management della banca o della SGR islamica, attraverso le fatwa di legittimità sciaraitica.

 

I principali prodotti e servizi di Finanza Islamica

Andando a categorizzare i principali prodotti e servizi troviamo una sostanziale similitudine con i prodotti della tradizionale finanza occidentale. I prodotti sharia compliant sono infatti classificabili in cinque grandi categorie:

  • Bond islamici (sukuk);
  • Fondi comuni di investimento;
  • Azioni;
  • Derivati;
  • Prodotti assicurativi.

Ciascuno di questi elementi necessiterebbe di un’ampia trattazione, ma per ragioni di spazio accenneremo solo a due di essi ovvero i sukuk, al fine di spiegare la tematica relativa al divieto di praticare il tasso d’interesse, e i derivati che per le loro caratteristiche tecniche appaiono più critici in un sistema che di fatto proibisce di introdurre elementi di incertezza nei contratti (ghàrar) e di speculazione (masìr).

 

Il sukuk, o bond islamico, è una obbligazione che non prevede un tasso d’interesse; infatti, più che uno strumento di debito, rappresenta un titolo che da diritto a quote di partecipazione in una società indivisa, ovvero che permette di entrare in un progetto di investimento (anche immobiliare). Più che di un bond si dovrebbe quindi palare di un certificato.

Il meccanismo alla base dei sukuk è simile a quello delle cartolarizzazioni; ed infatti intervengono appositi veicoli societari creati ad hoc (SPV) e dotati di propria soggettività giuridica, che ricevono da colui che ha bisogno di finanziarsi determinati asset[2], che poi la società veicolo stessa proporrà in sottoscrizione agli investitori finali (sottoscrittori). Con i soldi raccolti la società veicolo finanzia la società o l’imprenditore che ha chiesto soldi al mercato; quest’ultimo avvia quindi la propria idea di business, comunque compatibile con i principi del diritto islamico, mentre gli investitori, divenuti proprietari pro quota del business, beneficeranno dei profitti che il progetto andrà a generare. Laddove questi dovessero non arrivare, non è previsto alcun tasso di interesse (ribà) a remunerazione del denaro prestato[3].

Se il sukuk, pur divergendo profondamente da una tradizionale obbligazione, si rifà a concetti molto simili alle logiche d’investimento occidentali, molto più dibattuta è la questione intorno all’utilizzo dei derivati. Tali prodotti sembrano possedere infatti tutte le caratteristiche maggiormente osteggiate dai principi della finanza islamica: l’eccessiva incertezza (gharar), la propensione alla speculazione e quindi alla scommessa (maysìr), il potenziale riconoscimento di un tasso d’interesse (ribà) e il profitto correlato ad una transazione che ruota intorno al solo scambio di denaro (assenza di asset reali oggetto della transazione).

Nonostante ciò il tema è discusso e dibattuto[4], e recenti aperture hanno ammesso l’accettazione di forme di copertura come strumento legittimo per la gestione del rischio, in un sistema, quello islamico, che tradizionalmente non prevede strumenti di copertura specificatamente di tipo “islamico”. Il diritto islamico, così come quello occidentale, vive e si adegua ai tempi.

 

La Finanza Islamica in Europa: le Islamic Window delle banche occidentali

 

Nonostante per molti la finanza islamica resti un perfetto esempio di ossimoro, questa continua a mietere consensi, e non solo nei paesi islamici. Infatti, da qualche tempo la tematica ed il business ad essa correlato attirano sempre maggior interesse e attenzioni anche nel vecchio continente.

In particolare l’Europa si sta dimostrando un territorio fertile per lo sviluppo della finanza islamica; d’altronde anche nel vecchio continente è stata in passato, e tutt’ora, molto viva la connessione tra economia e religione. Con il crescere dei flussi migratori musulmani verso l’Europa, e dall’internazionalizzazione dei mercati, la domanda di finanziamenti e di prodotti bancari conformi alla Sharia è quindi venuta alla luce in numerosi paesi europei.

Diverse ragioni supportano dunque il proliferare dell’Islamic Banking:

  • La crescita delle relazioni commerciali e i legami finanziari con il Medioriente;
  • L’aumento delle preferenze per le soluzioni finanziare sharia compliant (spesso molto vicine, tra l’altro, alle proposte di finanza sostenibile[5]);
  • La necessità di ricorrere ad alternative finanziarie, causa mercati poco stabili;
  • L’aumento del sostegno da parte dei governi europei al settore finanziario islamico[6];
  • La presenza sempre più importante di persone di fede islamica e la loro crescente capacità reddituale.

Da un punto di vista operativo, diversi players europei hanno già iniziato a sviluppare e offrire prodotti Sharia compliant attraverso il sistema delle islamic windows, vale a dire strutture interne al gruppo, ma separate a livello giuridico, che offrono prodotti e servizi finanziari per attrarre un maggior numero di clienti e ampliare il portafoglio dei prodotti offerti. Non c’è da stupirsi, visto che si tratta di un mercato di prodotti e servizi finanziari che potrebbero sfiorare i 4.000 miliardi nel 2021. Ignorarlo, quindi, vorrebbe dire non saper cogliere una opportunità di mercato.

Vediamo in breve quali sono i Paesi Europei che stanno creando sinergie tra il sistema islamico e quello convenzionale

 

Il Regno Unito

Il Regno Unito si trova sul podio per aver maturato l’esperienza più significativa in materia. Esso è stato capace di attrarre le più importanti banche islamiche grazie alla numerosa popolazione musulmana residente (conseguenza diretta delle forti relazioni storiche con vari paesi orientali), alle notevoli capacità degli operatori del settore finanziario e all’elevato livello di internazionalizzazione del mercato inglese.

La piazza di Londra ha visto la creazione dell’islamic Bank of Britain (IBB) e di cinque altre banche di investimento islamiche: la European Islamic Investment Bank, La London & Middle East Bank, la Global Securities House, la European Finance House e la Gatehouse Bank. Ad oggi la IBB rappresenta la prima banca islamica pura costituita nel vecchio continente, e si rivolge sia alla comunità musulmana che a quella non musulmana, puntando sull’economia inclusiva e sostenibile e offrendo tutti i principali contratti islamici di finanziamento: musharaka, mudaraba, murabaha, e igara.

Ma le tradizionali istituzioni bancarie inglesi non sono rimaste a guardare. La Lloyds ha lanciato un conto corrente bancario destinato alle imprese musulmane sul territorio inglese e uno dedicato agli studenti musulmani. L’HSBC ha creato una divisione dedicata, la HSBC Amanh, andando a coprire l’intera gamma di prodotti finanziari islamici. La City, in ultimo, rappresenta il principale centro per la gestione di fondi d’investimento: a Londra infatti vengono gestiti diverse fondi islamici.

 

FRANCIA

Nonostante la leadership finanziaria di Londra, è la Francia il primo paese europeo in termini di musulmani residenti. Alcune caratteristiche qualitative della popolazione musulmana d’oltralpe risultano rilevanti: la metà dei musulmani residenti sono cittadini francesi a tutti gli effetti e spesso si tratta di immigrazione oramai di seconda o terza generazione. Caratteristiche che aumentano in maniera esponenziale la necessità dei servizi finanziari richiesti, soprattutto nel settore immobiliare, subito intercettati dalla banca marocchina Chaabi, attraverso il primo conto corrente conforme alla Sharia e un prodotto di finanziamento immobiliare.

Ad oggi Societé Generale e BNP Paribas, attraverso la sua divisione BNP Paribas Najmahis, offrono prodotti islamici basati sulla murabaha.

GERMANIA

In Germania la popolazione musulmana rappresenta il 4,4% della popolazione ed è per lo più sotto i 50 anni e di origine turca; tale aspetto, in aggiunta ad una mancanza di strategia del governo tedesco al riguardo, non ha aiutato l’espansione della finanza islamica. Attualmente i prodotti islamici sono rivolti maggiormente a privati benestanti e investitori istituzionali, ma non sono oggetto di strategie comunicative specifiche.

Nonostante le prospettive non proprio rosee, sono state avviate alcune iniziative. E’ stato emesso nel 2004 un bond per investitori istituzionali, strutturato da Citigroup. Deutshe Bank e Dresdner Bank hanno iniziato ad offrire prodotti e servizi islamici, con l’obiettivo primario di rafforzare le relazioni commerciali con i paesi arabi. La Commerzbank invece si è dedicata ai prodotti islamici di investimento.

 

PROSPETTIVE PER L’ITALIA

L’Italia resta uno dei pochi paesi a non aver ancor implementato una adeguata produzione e distribuzione di strumenti e servizi di finanza islamica, anche se il nostro posizionamento geografico, la rete di piccole istituzioni finanziarie diffuse sul territorio, e il crescente interesse verso la finanza sostenibile, rendono il nostro Paese un candidato naturale per lo sviluppo dei prodotti in esame, una volta risolti i problemi di carattere normativo e fiscale.

Da un punto di vista legislativo, l’Italia è infatti ferma al disegno di legge presentato alla Camera nel maggio 2017 sul trattamento fiscale delle operazioni di finanza islamica.

Ma la finanza islamica rappresenta indubbiamente un’opportunità, soprattutto per attirare nuovi capitali che si possono tradurre in risorse e partnership strategiche, dalle infrastrutture alle energie rinnovabili fino all’immobiliare. Inoltre, una regolamentazione in tale ambito, parallela alla creazione di un’offerta standard, permetterebbe di combattere il fenomeno dei “circuiti paralleli”, i cosiddetti hawala[7], che ad oggi finiscono per intercettare le rimesse degli immigrati verso i paesi d’origine, a dare risposta ai bisogni finanziari di base nonché, nei casi peggiori, ad essere veicoli di finanziamento per cellule jihadiste attive in Europa.

Conclusioni: prospettive di business per l’Italia e l’Europa

L’interesse per la finanza islamica è un tema che ciclicamente si affaccia nel panorama dell’industria finanziaria italiana. Come recentemente riportato in uno studio Consob[8], l’industria finanziaria italiana appare interessata alla finanza islamica quantomeno dal punto di vista dei possibili investimenti che soggetti appartenenti al mondo islamico potrebbero effettuare in società industriali e finanziarie del nostro Paese, nonché della raccolta di capitali che gli intermediari italiani potrebbero effettuare in paesi islamici.

L’interesse però va oltre le dinamiche che investono i soli investitori istituzionali; un altro pezzo della potenziale “torta” è quello relativo alle necessità di servire oltre un milione e mezzo di musulmani che oggi risiedono in Italia.  L’attenzione verso il pubblico musulmano retail è un tema molto sentito in diversi paesi europei, non solo perché le comunità musulmane sono sempre più numerose, ma anche perché sembra essere tramontata l’idea di una totale occidentalizzazione e assimilazione dei membri di tali comunità alle nostre usanze, specie in tema di investimenti. Anzi al contrario, si assiste ad un islamismo di ritorno anche da parte di immigrati di seconda o terza generazione, persone che pur vivendo e lavorando in Europa sempre più andranno alla ricerca di soluzioni conformi al loro credo.

A conferma di ciò negli ultimi anni sono stati resi pubblici diversi studi e, del resto, quello di una via europea all’Islam è un tema molto caro a diversi intellettuali, come ad esempio il discusso Tariq Ramadan[9]. Fra questi studi, è di notevole rilevanza quello del 2016 dell’Institut de Montaigne[10], think tank parigino attivo su temi legati alla coesione sociale e alle politiche di integrazione. Il rapporto è interessante poiché la Francia per ragioni legate al colonialismo e alla presenza di comunità “storiche” di musulmani immigrati, e quindi divenuti cittadini francesi, rappresenta il laboratorio privilegiato per una lettura in termini di evoluzione delle dinamiche di integrazione delle comunità islamiche. Secondo tale rapporto i musulmani di Francia (5,7 milioni, ovvero il 9% della popolazione residente), si dividono in tre gruppi:

  • la “maggioranza silenziosa”, gruppo costituito dal 46% degli intervistati. Persone con un sistema di valori in linea con la società francese, seppur nel mantenimento della fede;
  • i “conservatori”, gruppo maggiormente composito, costituito dal 25% del campione intervistato. Fieri di essere musulmani, rivendicano la possibilità di esprimere la loro affiliazione religiosa nello “spazio pubblico”. Si rifanno quotidianamente più alla sharia che alle leggi laiche della Repubblica, si dicono spesso favorevoli all’espressione della religione sul lavoro e hanno ampiamente adottato lo standard halal come paradigma “dell’essere musulmano “. Rifiutano tuttavia il niqab ed anche la poligamia e accettano il secolarismo;
  • gli “autoritari”, ovvero l’ultimo gruppo, che rappresentano il 28% del totale. Si caratterizzano per essere per lo più giovani sotto i 25 anni, poco qualificati e non molto ben inseriti nel mondo del lavoro. Vivono nei quartieri periferici delle principali città (banlieue). Tali individui si caratterizzano per l’uso “politico” dell’Islam rivolto nei confronti della società francese.

Lo studio francese dimostra che la maggior parte di chi pratica la religione islamica in Francia (il 53%), rivendica l’esercizio della propria confessione anche nella sfera pubblica. Un potenziale problema secondo alcuni, un potenziale mercato per chi invece sa guardare oltre lo stereotipo huntingtoniano dello “scontro di civiltà”.

Il dato francese, esteso al panorama europeo tutto, andrebbe inoltre letto anche sotto il punto di vista degli indici di natalità, sensibilmente più elevati nelle famiglie musulmane europee e, ancor di più, sotto la lente degli scenari migratori. Per chi fosse interessato è recentemente apparso un interessante studio ad opera del Pew Research Center[11], un think tank di Washington apolitico e legato al mondo delle charity. Lo studio in questione, ripreso da Limes 01/2018, ha provato a tracciare tre diversi scenari di immigrazione musulmana in Europa nella prospettiva 2050. Quelle di seguito riportate sono percentuali di popolazione musulmana stimata sul totale dei cittadini dei singoli paesi esaminati (nb: per ragioni di sintesi si è scelto di riportare solo 4 paesi tra cui l’Italia. Vedi anche figura sottostante):

  • Scenario a immigrazione bassa. Italia 8,3%, Francia 12,7%, Germania 8,7%, UK 9,7%;
  • Scenario a immigrazione media. Italia 12,4%, Francia 17,4%, Germania 10,8%, UK 16,7%;
  • Scenario a immigrazione elevata. Italia 14,1%, Francia 18,0%, Germania 19,7%, UK 17,2%.

La stima media di immigrazione musulmana in Europa si attesterebbe quindi sulla cifra del 10% con un range compreso fra il 7,4% e il 14%, dato che va comunque letto alla luce degli impatti sui paesi più “attraenti” (Francia, Germania, UK e Svezia), o di transito (Italia e Grecia).

Insomma, quale che sia il lato da cui si guarda tale prospettiva, piaccia o no, essa rappresenta un dato di fatto e quindi una potenziale opportunità da sfruttare.

 

Reference shelf

  • Azzad Asset Management, A sukuk primer, White paper series.
  • Jobst A., Solè J., Operative principles of Islamic derivatives. Toward a coherent theory, IMF Working paper, 2012
  • Alvaro S., La finanza islamica nel contesto giuridico ed economico italiano, Quaderni Giuridici, n. 6, Luglio 2014
  • Europe’s Growing Muslim Population: Muslims are projected to increase as a share of Europe’s population – even with no future migration, November 2017

[1] La Finanza Islamica in Italia e in Europa, M. Sabatino, in Rivista elettronica del Centro di Documentazione Europea dell’Università Kore di Enna.

[2] In questo modo viene effettivamente trasferita la proprietà degli asset relativi al progetto

[3] The Accounting and Auditing Organization for Islamic Financial Institutions (AAOIFI) defines Sukuk as: Certificates of equal value representing undivided shares in ownership of tangible assets, usufruct and services. Usufruct refers to the right to earn profit from property owned by another person or property that has common ownership (e.g., real estate). Azzad Asset Management, A sukuk primer, White paper series.

[4] Si veda Jobst A., Solè J., Operative principles of Islamic derivatives. Toward a coherent theory, IMF Working paper, 2012

[5] La finanza islamica si configura come modello alternativo a quello tradizionale, che si fonda su un sistema di valori che vuole proporre prodotti finanziari partecipativi e inclusivi, ma non speculativi. Molti dei prodotti e servizi presenti nell’offerta della finanza islamica presentano quindi caratteristiche riscontrabili anche nella finanza sostenibile, quali per esempio il divieto di investire in quei settori che possono definirsi “immorali”, come il gioco d’azzardo o la pornografia.

[6] Diversi paesi europei hanno messo in atto iniziative per agevolare l’inserimento di attività di finanza islamica, come ad esempio accordi di cooperazione con paesi promotori come il Bahrain, la Malesia, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Inoltre anche organizzazioni private hanno iniziato a prendere in considerazione opportunità di business finanziari islamici. Per esempio è stato inaugurato a Londra il Global Islamic Finance e Investment Group, che coinvolge ministri, governatori delle banche centrali ed esponenti della Finanza Islamica, con lo scopo di individuare le più rilevanti opportunità di finanza islamica.

[7] La ḥawala è un sistema informale di trasferimento di valori basato sulle prestazioni e sull’onore di una vasta rete di mediatori, localizzati principalmente in Medio Oriente, Nord Africa, nel Corno d’Africa ed in Asia meridionale, che trae la sua origine dalla legge islamica tradizionale.

[8] La finanza islamica nel contesto giuridico ed economico italiano, S. Alvaro in Quaderni Giuridici, n. 6, Luglio 2014

[9] Accademico e saggista svizzero, nipote di Ḥasan al-Banna, fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani. Ramadan, docente di Studi islamici contemporanei all’Università di Oxford è il principale teorico del cd “euroislam”. Si veda ad esempio il saggio: Essere musulmano europeo: studio delle fonti islamiche alla luce del contesto europeo, Tariq Ramadan, Città Aperta, 2002.

[10] Un islam français est possible, Hakim El Karoui, Rapport – Septembre 2016, disponibile sul sito dell’ Institut de Montaigne accedendo al link: https://www.institutmontaigne.org/publications/un-islam-francais-est-possible

[11] Europe’s Growing Muslim Population: Muslims are projected to increase as a share of Europe’s population – even with no future migration, November 2017, disponibile sul sito PEW Research Center,  accedendo al link: https://www.pewforum.org/2017/11/29/europes-growing-muslim-population/

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