L’impatto dello stress sulle decisioni di investimento: conoscerlo per evitarlo

 

Il senso comune porta spesso a ritenere che i ricchi siano persone avide ed egoiste e che, di contro, i poveri o le persone di ceto medio siano invece caratterizzate da maggior altruismo. Tale tesi viene solitamente supportata dall’idea che chi vive difficoltà quotidiane possa comprendere ed empatizzare più facilmente con quelle altrui. Sino a poco tempo fa, tuttavia, non c’erano dati empirici a dimostrare la vulgata.

Nel 2017, però, tre ricercatori specializzati in ambito economico-sociale, James Andreoni, Nikos Nikiforakis e Jan Stoop, proposero un esperimento empirico per confermare questo pensar comune. L’esperimento, condotto nei Paesi Bassi su un gruppo casuale di persone di classe agiata e non[1], consisteva nell’inviare (in maniera volutamente errata) una busta con 5 o 20 euro ai partecipanti al campione, accompagnata da un biglietto che spiegava che si trattava di un regalo di un nonno a un nipote. Il denaro venne inviato in due modi: come banconote o come assegno, ed in questo ultimo caso non si poteva ovviamente incassare il denaro essendo l’assegno intestato a una persona fittizia e non al soggetto sottoposto all’esperimento.

I risultati dell’esperimento dimostrarono che i ricchi restituivano nell’81% dei casi le buste e la percentuale scendeva di poco quando all’interno vi erano le banconote. I poveri, invece, conservavano la metà delle buste con gli assegni (non prendendosi la briga di rispedirli al mittente) e trattenevano nei tre quarti dei casi le buste con le banconote.

Ma perché i poveri tenevano le buste con assegni che non avrebbero potuto incassare? Da una analisi più profonda dei dati, si scoprì che questo succedeva prevalentemente nei giorni in cui, presumibilmente, le persone erano in difficoltà finanziaria, ad esempio a metà mese. Viceversa, nella settimana in cui le persone ricevevano sussidi e stipendi, cioè verso fine mese, la maggior parte di loro restituiva le buste.

Non che ce ne fosse bisogno, ma lesperimento rende evidente (empiricamente) quanto scelte apparentemente facili diventino complesse in momenti di grande tensione, specie finanziaria, ed è normale che i poveri vivano più frequentemente questi momenti.

 

Il processo decisionale in condizioni di stress


L’esperimento sopra descritto dimostra ciò che già tutti implicitamente conosciamo, ma che tendiamo spesso a dimenticare: la capacità di scegliere, e scegliere correttamente, diminuisce nei momenti di difficoltà e stress. Noi tutti prendiamo continuamente decisioni, e da persone “intelligenti” prestiamo particolare attenzione quando la posta in palio si alza, specie se le decisioni sono di carattere finanziario. Sfortunatamente, però, la nostra attenzione non dipende solo dal valore monetario della decisione da intraprendere, poiché lo stress e i problemi quotidiani influiscono sulle nostre abilità decisionali. Un po’ come l’effetto dell’alcol che, sopra un certo livello, annebbia la vista.

Nel prendere decisioni in condizioni normali, tendiamo a comportarci più o meno tutti allo stesso modo, e cioè, in generale, in modo prudente. Iniziamo dunque col raccogliere e riportare alla mente tutto ciò che sappiamo su una data situazione e un dato argomento; passiamo poi a soppesare i vantaggi e gli svantaggi di una scelta; spesso ci prendiamo un ulteriore e ridondate tempo per pensarci ancora su, per approfondire, o per chiedere ad un amico o ad un esperto.

In condizioni di stress, invece, il processo mentale diviene molto meno lineare.

In un esperimento online condotto dalla società di ricerca Mindlab, si è cercato di verificare e quantificare il legame tra stress e capacità di prendere buone decisioni. Hanno preso parte all’esperimento due gruppi di 100 persone. Metà di queste è stata sottoposta subito all’esperimento (domande di vario genere e decisioni di problem solving), l’altra metà del gruppo è stata sottoposta ad attività stressanti prima di iniziare a rispondere alle stesse domande e nel durante. I risultati hanno mostrato in modo schiacciante che il gruppo stressato era più propenso a prendere decisioni errate, a scegliere la risposta sbagliata o a reagire emotivamente ad una domanda complessa, esprimendo ad esempio un giudizio basato su una sensazione istintiva. Questi tratti sono similari a quelli dei bambini, inclini a prendere decisioni e a reagire su base istintiva ed emotiva di fronte a problemi che non comprendono, piuttosto che utilizzare metriche logiche e razionali.

Ma cosa c’entra tutto questo con le decisioni di investimento che periodicamente prendiamo? Prima di rispondere, permettetemi una domanda provocatoria: fareste decidere i vostri investimenti a vostro figlio, o a un bambino di 8 anni?

Ecco: la risposta è già contenuta nella provocazione della domanda retorica appena posta. Ogni volta che si gestiscono le proprie risorse finanziarie, ovvero si decide quali investimenti effettuare, e si è in una condizione di stress, è come se si affidasse il proprio futuro ad un bambino di 8 anni: le capacità cognitive e di decisione sono assolutamente equiparabili.

Ovviamente, è facile immaginare che la stragrande maggioranza dei lettori stia a questo punto pensando: “ma io di certo non sono solito pianificare il mio futuro finanziario sotto stress!”. E sono sicuro che ciò sia, almeno in partenza, per lo più vero.

Il problema, tuttavia, è che lo stress e le conseguenti cattive decisioni possono successivamente diventare inevitabili se, alla base delle proprie decisioni di investimento, non si sia effettuata una attenta e critica valutazione dei rischi a cui ci si espone e della propria avversione a tali rischi.

Proviamo a spiegare meglio il concetto. Ogni volta che si intraprende un investimento più grande delle proprie reali possibilità (una casa troppo grande ad esempio), ogni volta che ci si espone ad un rischio che per le proprie risorse finanziare, i propri fabbisogni e la propria emotività sarà difficilmente controllabile e gestibile in futuro (un investimento in uno strumento troppo complesso, ad esempio), si sta deliberatamente accettando di trovarsi, presto o tardi, a dover decidere in una situazione di stress.

Il comportamento che allora più comunemente si verifica, quando si è sotto stress, è noto come “effetto riflesso”: si tratta della tendenza ad assumere decisioni troppo prudenti quando c’è la possibilità di ottenere/guadagnare qualcosa, e decisioni troppo rischiose quando c’è la possibilità, invece, di perdere qualcosa.

I test psicologici della finanza comportamentale hanno ampiamente dimostrato che gli esseri umani hanno una scarsa capacità di valutare le probabilità, e attribuiscono solitamente un peso maggiore agli eventi negativi rispetto ai positivi (da qui discendono i ben noti biases di avversione alle perdite e di effetto disposizione). La teoria, a partire dai lavori di Kahneman e Amos, dimostra anche che le persone attraversano due fasi distinte quando confrontano le scelte in condizioni di incertezza. Innanzitutto, c’è la fase di editing: durante questa fase, si dice che le persone mettano a confronto le diverse “prospettive”. Per fare questo, modificano le decisioni complicate che devono prendere in decisioni più semplici, ragionando in termini di guadagni contro perdite.

Ad esempio, nel caso dell’acquisto di un biglietto della lotteria che costa 5 euro, ma che permette di partecipare ad una estrazione con primo premio di 5 milioni di euro, il ragionamento mentale viene semplificato contrapponendo la perdita certa di 5 euro (cioè il costo del biglietto), alla piccolissima possibilità di vincere 5 milioni di euro.

Nella seconda fase, quella di valutazione, le persone esaminano invece le prospettive modificate di cui sopra, e scelgono quella con il valore ritenuto più alto. Questa scelta si basa su due dimensioni: il valore apparente di ciascun risultato e il peso (simile alla probabilità oggettiva, sebbene non identico).

Un approccio di questo tipo, benché incline all’essenza umana, è particolarmente vero e presente in condizioni di stress e di rischio personale non previsto. Esso porta solitamente gli investitori a prendere pessime decisioni quali, ad esempio: disinvestire quando sarebbe ragionevole aspettare (ed in condizioni di lucidità si sarebbe infatti aspettato); o viceversa insistere ad investire in un dato strumento/mercato contro ogni ragionevole possibilità di guadagno quando invece, in situazioni normali, si sarebbe tranquillamente accettato di chiudere la propria posizione minimizzando le perdite.

 

Elogio della calma

Ora, in un momento tranquillo e di lucidità (durante la lettura di un libro, o mentre prendete il tè, ad esempio) sono sicuro che ognuno di voi riconoscerà che molte decisioni sbagliate prese nel passato (e chi non ne ha prese mai?) siano riconducibili a situazioni di stress, in cui si è dovuto scegliere come gestire i propri investimenti, specie se finanziari.

Ed inoltre, è facile riconoscere che i più bravi investitori che possiate conoscere, dal guru della finanza di cui avete letto su qualche giornale, all’amico immobiliarista o trader che sembra (sembra) non sbagliarne una, siano stati spesso premiati in virtù non tanto di una particolare arguzia, scaltrezza o capacità, ma grazie alla dotazione di un capitale abbastanza ampio da poter gestire (ed eventualmente scontare) le perdite temporanee mantenendo comunque una adeguata calma, e non vivendo tali situazioni come se fossero questioni di vita o di morte.

In definitiva: la corretta conoscenza dei meccanismi psicologici che regolano le nostre decisioni, accompagnata da una adeguata prevenzione in termini di valutazione, soggettiva ed oggettiva, dei rischi che corriamo, permette di abbassare lo stress e di prendere decisioni migliori nel corso del tempo.

La calma, in fondo è noto, è la virtù dei forti.

 

Reference shelf

 

  • Andreoni J., Nikiforakis N., Stoop J. (2017), Are the rich more selfish than the poor, or do they just have more money? A Natural field experiment, NBER Working Paper No. 23229
  • Charlotte McDonagh (2004), Stress can reduce you to a ‘small child’ and impair critical decision making, Express uk

[1] Per quanto attiene alle modalità di costruzione del campione si rimanda direttamente al paper indicato nel reference shelf

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