Nella foto: Italia-Germania, Finale Campionato del Mondo, 1982. L’esultanza di Tardelli al goal del 2-0

 

E’ fin troppo noto agli operatori del settore finanziario che gli italiani, popolo di santi, poeti, navigatori e grandi risparmiatori, pecchino pesantemente quando si tratta invece di essere dei buoni investitori. Gli errori che essi (ripetutamente) commettono quando si approcciano ai mercati sono palesi: home bias, mancata o carente diversificazione, errato market timing, eccesso di liquidità, errata percezione del rischio inflazione, ricerca spasmodica e patologica del rendimento a breve, poca pazienza. In definitiva: mancanza di pianificazione finanziaria a lungo termine e diniego di un asset allocation rispettosa dei principi fondamentali della teoria di portafoglio.

Per ovviare a tutto ciò, è ormai da tempo che i consulenti finanziari predicano, con alterno successo, la logica della pianificazione finanziaria, su cui anche noi abbiamo ampiamente detto (si veda la sessione del sito dedicata ai temi di pianificazione finanziaria, http://www.contemplata.it/sezioni/temi-di-pianificazione-finanziaria/).

In questo articolo, però, vogliamo approfondire un approccio di investimento alternativo che, pur rientrando nella più ampia sfera del financial planning, può essere perseguito a se stante. Ci riferiamo al cosiddetto Goal-based investing, traducibile letteralmente in “investire per obiettivi, o per progetti”: si tratta di una modalità non del tutto nuova nel settore della consulenza in Italia, ma che non è stata a nostro avviso adeguatamente analizzata nelle sue criticità e, tantomeno, utilizzata appieno, nonostante diverse reti di consulenza abbiano dotato i propri uomini di tools operativi che ragionano (anche) in tal senso.

 

Goal-based investing e pianificazione finanziaria: differenze e similitudini

Per prima cosa una precisazione definitoria finalizzata ad inquadrare il perimetro dell’argomento. Investire per obiettivi e per progetti non significa fare pianificazione finanziaria? La risposta è naturalmente sì, altrimenti, proclamando da tempo che pianificare significa dare un nome ai soldi, cioè costruire diversi portafogli per raggiungere diversi obiettivi/progetti di vita, smentiremmo noi stessi.


Il termine pianificazione finanziaria, o financial planning, sta tuttavia ad indicare una visione più ampia ed integrata delle proprie scelte di investimento durante l’arco dell’intera vita (Life-cycle investing), mirante in particolare a mantenere un tenore di vita adeguato e coerente nel tempo. Rientrano quindi in tale logica non solo le decisioni in merito all’accumulazione di breve, medio e lungo periodo (specie a fini pensionistici), ma anche, ed in primis, le valutazioni inerenti alle necessità di copertura dai rischi puri attuali e prospettici (si pensi ai prodotti LTC), l’implementazione di soluzioni per la protezione del patrimonio ed infine, o meglio prima della fine, le scelte concernenti il passaggio generazionale.

In tutto questo, ovviamente, ci sta che l’investitore fissi con il proprio consulente alcuni obiettivi specifici da raggiungere nell’arco della propria vita (l’università dei figli, l’acquisto di una casa, la seconda luna di miele ecc..), e ad essi dedichi una parte della propria ricchezza investita. E’ qui che la pianificazione finanziaria incontra il Goal-based investing; ma nulla vieta che, anche al di fuori delle logiche life cycle, un investitore possa decidere, e chiedere al suo consulente, di costruire un particolare portafoglio/investimento finalizzato alla creazione di un montante sufficiente a soddisfare, tra n anni, una necessità di consumo univocamente individuata. Paradossalmente, si potrebbe anche avere il caso di un investitore che pianifica affidandosi al consulente Rossi, ma che affida al consulente Verdi il compito di farlo “andare in goal” in una singola e specifica occasione.

Risulta quindi non superfluo ragionare sugli aspetti essenziali, e critici, del Goal-based investing preso a se stante, cioè al di fuori della pianificazione finanziaria. Proviamo a fare qualche considerazione.

 

Quale schema per andare in rete?

Nella succitata descrizione del popolo italiano abbiamo dimenticato un epiteto: siamo tutti CT!

4-4-2, 4-3-3, rombo con le due punte, B zona, catenaccio all’italiana, tiki-taka, cholismo e, soprattutto, fattore C. E’ una terminologia nota ai più, se non a tutti oseremmo dire: e su di essa si installano dispute da bar, palinsesti televisivi in loop continuo, editoriali raffinati, schermaglie politiche[1], piece teatrali.

Ma qual è, invece, il miglior schema per raggiungere i propri obiettivi quando si investe?

Non esiste, a nostro avviso, una risposta univoca; da un lato, infatti, diversi prodotti/strumenti finanziari possono essere utilizzati per coprire lo stesso bisogno; dall’altro, nulla vieta che un prodotto/strumento possa andare bene per diverse esigenze. Non parleremo quindi di specifici prodotti in questo articolo (riservandoci di farlo successivamente) anche perché, prima di chiedersi in cosa investire, il Goal-based investing dovrebbe considerare i seguenti elementi critici: il livello di certezza con cui si vuole raggiungere l’obiettivo, il tempo di realizzazione dell’obiettivo, il livello di rischio accettabile, le somme a disposizione al tempo zero ovvero negli anni successivi. Il tutto ricordando che ad impossibilia nemo tenetur, ossia se non ce la si fa, non ce la si fa!

La prima criticità attiene quindi al livello di certezza, ovvero alla probabilità, con cui si desidera operare. Sarà qui compito del consulente ragionare bene con il cliente sulla necessità più o meno stringente dell’obiettivo che ci si pone; ad esempio, il desiderio di comprarsi un auto d’epoca da 100.000 euro tra 5 anni non comporta, se non realizzato, un danno irreparabile al cliente. Per soddisfare tale desiderio si potrebbero allora implementare degli investimenti caratterizzati da una volatilità che non garantisce al 100% di raggiungere la somma target in 5 anni: ciò potrebbe avvenire in 6 anni, o magari in 4 se le cose vanno bene; e alternativamente il cliente potrebbe anche optare per un auto da 80.000 euro. Viceversa, se l’obiettivo deve essere assolutamente raggiunto ad una certa scadenza perché fondamentale per il cliente (devo mandare all’università mio figlio tra 5 anni e non voglio che ciò non avvenga), allora si dovrà attentamente analizzare se il rischio degli investimenti è compatibile con tale necessità, dovendosi eventualmente agire sulla somma iniziale messa a disposizione, ovvero sulla possibilità di dedicare ulteriori somme all’obiettivo.

Il tempo di realizzazione dell’obiettivo è chiaramente un altro fattore dirimente, e strettamente legato al livello di rischio che si è disposti a correre. E non si tratta qui di osservare quanto già noto, e cioè che maggiore è il tempo a disposizione, maggiore è il rischio che si può affrontare (la time diversification su cui, tuttavia, ci sarebbe a nostro avviso molto, e meglio, da discutere); ma di considerare se la scadenza prescelta in fase di implementazione del progetto sia tassativa o meno, ricollegandosi quindi al precedente passaggio inerente al livello di probabilità di successo/fallimento accettabile.

Naturalmente non si può neanche pensare di procrastinare indefinitamente il raggiungimento dell’obiettivo, altrimenti che obiettivo sarebbe; proprio per questo occorre calibrare attentamente il rischio. Facciamo un esempio: se per raggiungere una somma di 100.000 euro tra 5 anni si investono oggi 80.000 euro in strumenti altamente volatili, ammettiamo azioni small cap, è possibile che dopo un anno, se le cose non vanno bene, la somma investita possa essere notevolmente scesa. A questo punto, pur essendo lecito pensare che comunque poi le azioni small cap risaliranno, perché i mercati si riprenderanno nel corso del tempo, non è detto che ciò avvenga nell’arco temporale stabilito. Magari, dopo 8 anni, gli 80.000 euro investiti in azioni small cap potrebbero essere sì diventati 110.000 euro (un lodevole, visto i tempi che corrono, 4,06% annuo), ma se al quinto anno l’investitore non ha a disposizione i 100.000 euro desiderati per coprire la sua esigenza l’obiettivo è fallito!

 

Diviene altrettanto critica, allora, la disponibilità finanziaria iniziale, ovvero le somme che, successivamente, il cliente è in grado di mettere a disposizione del progetto. Partendo dall’ovvia ipotesi che, al tempo zero, la somma iniziale non sia sufficiente per coprire l’esigenza futura (altrimenti la difficoltà sarebbe solo quella di mantenere il potere di acquisto; e non sarebbe comunque poco), è chiaro che il capitale investibile si ripercuote significativamente sul livello di rischio. Facciamo anche qui un esempio: se per raggiungere 100.000 euro tra 5 anni ho a disposizione oggi 95.000 euro mi basterà un rendimento di 1,03% annuo (capitalizzato ovviamente). Il che può essere ottenuto con investimenti non particolarmente rischiosi anche in un anomalo periodo di tassi a zero, se non negativi, come quello che stiamo vivendo. E ciò facendo, inoltre, diminuirà notevolmente la probabilità di discostarsi in maniera considerevole dalla cifra finale prestabilita.

Viceversa, se pretendo di raggiungere 100.000 euro tra 5 anni partendo da 75.000 euro iniziali, devo sperare di ottenere un rendimento annuo composto del 5,92%, e ciò richiede di esporsi al rischio in maniera più sostanziale. In questa situazione, tuttavia, si potrebbe comunque ovviare alle eventuali oscillazioni negative dell’investimento rischioso prescelto, andando a mediare nel tempo, se si è disposti ad investire ulteriori somme: ad esempio, se i 75.000 euro investiti diventano alla fine del primo anno 73.000 euro, un ulteriore investimento di 5.000 euro aiuterebbe a “rimettere in carreggiata” il progetto di investimento. Altrimenti, mantenendo invariata la maturity del progetto, si dovrebbe poi sperare di ottenere nei successivi 4 anni un rendimento del 8,19%. Meglio ancora se, fin dall’inizio, si ipotizza di accumulare denaro in maniera sistematica e ricorrente (il caro vecchio PAC torna anche qui).

Naturalmente, vale anche il contrario: se i 75.000 euro investiti in strumenti rischiosi diventano dopo il primo anno 82.500 euro, perché si realizza un rendimento del 10% e non del 5,92%, sarà allora possibile ridurre la rischiosità degli investimenti in quanto nei successivi 4 anni il rendimento annuo da ottenere per arrivare a 100.000 euro scende a 4,92%.

Infine, un’ultima considerazione sull’inflazione. Nei facili esempi utilizzati in questo articolo, non abbiamo considerato l’effetto crescita dei prezzi. Abbiamo cioè dato per scontato che, se tra 5 anni il cliente vuole avere 100.000 euro per comprarsi un auto d’epoca, tale bene costerà effettivamente quella cifra. Non siamo però sempre così fortunati nella realtà: se oggi l’auto in questione costa 100.000 euro tra 5 anni potrebbe valere molto di più e, di conseguenza, pur implementando un programma di investimento ottimale e monitorandolo nel corso del tempo potremmo non essere in grado, a scadenza, di soddisfare il desiderio del cliente.

L’inflazione rappresenta quindi un’ulteriore componente critica nel Goal-based investing, che deve essere inglobata nei ragionamenti di cui sopra. Il problema, però, è che non basta qui rifarsi alle aspettative inflazionistiche generaliste, cioè alle prospettive sulla crescita generalizzata dei prezzi al consumo (ad esempio il tasso d’inflazione target della Banca Centrale, che è il 2%). Si dovrà infatti tener conto della specificità dell’obiettivo da realizzare, ovvero del prodotto/servizio che si vuole acquistare alla scadenza. Detto in altri termini, se l’inflazione generale prevista ruota intorno al 2% non è detto che i prezzi delle auto d’epoca, ovvero le fees richieste dalle università, specie se straniere, seguano la stessa traiettoria.  

 

Considerazioni conclusive: il consulente assistman

Da quanto sopra osservato, emerge chiaramente che il Goal-based investing non solo deve essere implementato in maniera oculata, considerando e calibrando attentamente le variabili di cui si è discusso, ma anche che esso richiede un intenso lavoro di manutenzione costante e rapida nel corso del tempo. Il consulente finanziario deve infatti analizzare differenti aspetti prima di scegliere come far investire il cliente, ed essere pronto ad intervenire se le azioni intraprese non avvicinano al raggiungimento dell’obiettivo.

Si noti, peraltro, che nella logica del Goal-based investing il concetto di rischio deve essere ripensato; è ovvio, infatti, che si dovrà pur ragionare sull’impatto della volatilità degli investimenti intrapresi, ma il vero rischio diventa in questo caso il non raggiungimento dell’obiettivo, e non l’oscillazione dei rendimenti in sé.

E anche il concetto di orizzonte di investimento cambia: se nella pianificazione finanziaria si può parlare, in generale, di breve, medio e lungo termine, qui il fattore tempo è dirimente e ben identificato. Se sono 5 anni, devono essere 5 anni: non posso mica rimandare l’iscrizione all’università di mio figlio a quando avrà 30 anni! Ecco allora che anche la time diversification assume un’importanza relativa; sì certo, i mercati premiano gli investitori pazienti, ma qui la pazienza ha un limite.

Ed ancora: nell’ottica del Goal-based investing potrebbero divenire utili alcune forme tecniche di finanziamento da accompagnare al piano di investimento. Se nel corso del tempo dovessero infatti verificarsi degli scostamenti significativi dal percorso ipotizzato, a causa della volatilità degli investimenti, l’obiettivo potrebbero essere comunque raggiunto a tempo debito utilizzando del credito, e poi ripagando tale credito negli anni successivi con i flussi finanziari provenienti dagli investimenti effettuati.

Ad ogni modo, il Goal-based investing si presenta come un interessante, ma non semplice, approccio agli investimenti; le variabili che incidono sul risultato finale sono infatti molteplici, a partire da quelle relative all’analisi delle priorità iniziali del cliente. D’altra parte, però, l’approccio in questione potrebbe essere utile per evitare errori comportamentali grossolani, focalizzando il cliente non tanto sul rendimento annuo ottenuto ma sul raggiungimento dell’obiettivo finale.

In tal senso, il consulente finanziario gioca il ruolo di uomo-assist, capace di mandare facilmente e frequentemente in goal il cliente.

 

(PS: ulteriori nostri ragionamenti ed approfondimenti in merito al Goal-based investing saranno a breve presenti sulla piattaforma Kaidan)

 

[1] Zoff lascia la nazionale dopo l’attacco di Berlusconi, http://www.repubblica.it/online/camp_europeo/dinolascia/dinolascia/dinolascia.html

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