Alcune riflessioni pratiche sugli errori comportamentali degli investitori italiani

Una nota trasmissione radiofonica di Radio24, condotta da Debora Rosciani e Nicoletta Carbone, univa nel suo titolo due termini a prima vista molto distanti: “Cuore e denari”. L’idea era quella di integrare in un unico format tematiche attinente da un lato alla gestione quotidiana dei risparmi della famiglia e, dall’altro, alla salute e al benessere della stessa; si sottintendeva, quindi, che il denaro e la salute/benessere fossero in qualche modo collegati, ovvero, e viceversa, che il cuore (la salute fisica e spirituale) potesse incidere sulle scelte finanziarie.  Ma è possibile che il cuore possa influenzare la gestione dei nostri denari? In fondo, quando scegliamo come investire, non lo facciamo usando il cervello?

In realtà, se per cuore si intende la nostra emotività, il farsi prendere dall’emozione, l’innamorarsi delle proprie opinioni, allora la risposta è un secco sì.

Sappiamo tutti, infatti, che ad incidere sui rendimenti e le performance dei portafogli degli investitori è soprattutto il mercato finanziario; è lì che si creano i denari. Se fossimo perfettamente razionali ci dovremmo allora focalizzare su come sfruttare al meglio i mercati a nostro favore ma, purtroppo, siamo pur sempre esseri umani. Le nostre scelte emotive, dettate dal cuore, incidono quindi sui risultati che otteniamo e, spesso, anche pesantemente!

L’argomento in questione è certamente appassionante, ed è noto che ormai da anni la finanza comportamentale se ne sta occupando: non per niente lo studioso Richard Thaler è stato insignito del premio Nobel nel 2017, proprio grazie agli approfondimenti su tale tematica.

Al riguardo, quindi, effettuiamo in questo articolo alcune riflessioni pratiche partendo da una domanda provocatoria.

Preferireste avere un portafoglio composto da titoli opportunamente selezionati da esperti analisti di Wall Street, oppure optereste per un piano di investimento basato su titoli individuati tirando freccette su di una rivista finanziaria, e magari bendati?


Molto probabilmente la prima opzione vi sembra la più ovvia. Il Wall Street Journal, però, riporta i risultati esatti di questa affascinante sfida. In un bellissimo articolo uscito giusto di recente (si veda https://www.wsj.com/articles/making-monkeys-out-of-the-sohn-investing-gurus-11557115260), vengono difatti confrontati, ad un anno, i rendimenti dei titoli selezionati dagli esperti di Wall Street, all’ultima Sohn Conference, con quelli scelti tirando freccette a caso su di una rivista finanziaria. Ecco i risultati.

Chi avesse optato per il portafoglio elaborato dai guru di Wall Street, si sarebbe trovato con il portafoglio perdente dei due. I titoli selezionati completamente a caso avrebbero infatti realizzato una performance migliore[1].

Ecco qui spiegato il primo fattore emotivo ed irrazionale che condiziona i nostri investimenti: pensare di poter prevedere, anche tramite studi ed analisi ben approfondite, il mercato. E agire di conseguenza. Si tratta di quell’errore comportamentale che in termini tecnici viene definito Overconfidence, ossia l’eccessiva fiducia soggettiva di una persona nei suoi giudizi, che è solitamente maggiore (e spesso di molto) della precisione oggettiva degli stessi, specialmente quando la fiducia in se stessi è relativamente alta[2].

Il mercato, ahimè, è per definizione imprevedibile: e ciò rappresenta un duro colpo per il nostro ego. Accettare di partecipare ad un sistema al di fuori del nostro controllo, non è facile; è molto più semplice pensare di avere le chiavi per poterlo non solo interpretare, ma addirittura gestire e battere. Una sfida affascinate e appagante, certamente. Ma a conti fatti una scimmia che sceglie titoli a caso aprendo Il Sole24Ore può fare meglio degli analisti di Wall Street.

E il bello è che ci cadiamo tutti, nessuno escluso. Persino Warren Buffet, il famoso guru della finanza, soprannominato l’oracolo di Omaha, che per anni ha evitato i titoli legati al settore tecnologico in quanto, secondo le sue previsioni, avrebbero causato solo dei problemi.  Meglio starne fuori.

Succede però che confrontando il titolo Berkshire Hathaway, la holding dello stesso Buffet, con l’indice Nasdaq, composto dai tanto bistrattati titoli tecnologici, ne viene fuori una bella differenza in termini di ritorni a 15 anni (vedi figura n. 1)

 

Figura n. 1. Buffet e i titoli tecnologici

 

Il confronto è talmente impari che lo stesso Warren Buffet ha dovuto rivedere le proprie strategie, ed eccolo ora comprare Apple ed Amazon. Agli investitori, incuriositi da questi acquisti anomali rispetto al suo credo, l’Oracolo ha risposto con un lapidario: “It wasn’t me” (“Non sono stato io”) https://www.marketwatch.com/story/berkshire-has-bought-amazon-stock-but-warren-buffett-says-it-wasnt-him-2019-05-02

D’altronde, è proprio Buffet, in uno dei suoi celebri aforismi, a dirci che investire è semplice, ma non facile.

Un altro tipico errore comportamentale attiene alla preferenza per i titoli di casa nostra: si tratta del cosiddetto Home Bias. Investo in titoli di casa mia, cioè del paese in cui vivo, perché li conosco meglio degli altri. A prima vista il concetto non fa una piega.  Chi dei cassettisti italiani non ha il portafoglio pieno delle varie Enel, Eni, Telecom, Unicredit ed Intesa? E’ razionale? Certamente no, ma spesso vi è un legame emotivo con alcuni titoli che in passato, magari, ci hanno dato delle buone soddisfazioni.

Razionalmente, però, riempire il portafoglio di questi titoli significa concentrarlo su un’area economica, l’Italia per l’appunto, che in termini di PIL pesa ormai ben poco rispetto all’economia mondiale (figura n. 2).

 

Figura n. 2. Il peso percentuale di diversi paesi sul PIL del mondo

Saremo anche patriottici, da un certo punto di vista, ma finanziariamente stiamo commettendo un grave errore[3]. Per comprenderne l’entità si veda la figura n. 3.

 

Figura n. 3. Andamento di diversi indici azionari (2008-2017)

 

Avete trovato l’Italia nella figura n. 3? Purtroppo è proprio quella linea verde speranza, ultima della fila.

Ci sono però titoli di aziende che travalicano ogni confine, e che si trovano sulla bocca (e nei portafogli) di molti investitori di tutto il mondo. Qual è il primo che vi viene in mente? Io dico Apple. Ed ecco che, proprio grazie alla sua fama e notorietà, Apple si presta benissimo ad essere inserita all’interno del dossier titoli degli italiani. Anche perché, lo sappiamo, è forse l’azione che ha corso maggiormente negli ultimi anni. La vera gallina dalle uova d’oro.

Proviamo tuttavia a lavorare di immaginazione: ipotizziamo che vi possa regalare una macchina del tempo, e voi possiate tornate indietro di 20 anni. Avete 1.000 dollari da “giocare” in borsa, e potete investirli in uno dei due seguenti titoli: Apple o Tractor Supply. Dove li investireste? La risposta sembra scontata ma…

Se aveste investito in Apple, vi sareste portati a casa dopo 20 anni uno splendido +13.515%; se aveste investito in Tractor Supply un +24.149%, cioè quasi il doppio. Monster Beverage poi è fuori gara, +80.274%.

Apple la conosciamo, Tractor Supply no, quindi non ci investiamo, anche se a posteriori si rivela il più performante fra i due titoli.

Veniamo infine a quello che è, a nostro avviso, il più deleterio dei comportamenti studiati ed empiricamente confermati dalla finanza comportamentale: comprare sui rialzi (perché presi dall’euforia) e vendere sui ribassi (perché colti dal panico).

Se per gli errori precedentemente indicati si può ritenere che siano maggiormente dovuti alla nostra irrazionalità, cioè al nostro cervello malfunzionante, piuttosto che alla nostra emotività, qui invece è il cuore a farla da padrone. E si sa, al cuor non si comanda.

Per analizzare questo comportamento distorto non servono tante parole (di spiegazioni teoriche ne sono già state indicate molte al riguardo): meglio guardare ai numeri. Ad esempio, la società di consulenza americana Dalbar ha svolto molti studi su questo errore in cui gli investitori ripetutamente cadono, ed i numeri sono molto interessanti.

Nella figura n. 4 sono riportati i rendimenti a 20 anni di diverse asset class, e quelli conseguiti dall’investitore medio sulla base delle proprie scelte di acquisto/vendita di strumenti finanziari, dettate da valutazioni di market timing e dall’ emotività.

 

Figura n. 4. Performance di alcune asset class e rendimenti dell’investitore medio

 

Cosa se ne deduce? Beh, è sicuramente corretto affermare che muoversi (inteso come attività fisica) fa bene al cuore. Ma stare fermi, specie quando i mercati diventano turbolenti, potrebbe invece fare molto bene ai nostri denari.

Meditate gente, meditate.

 

 

[1] Sebbene la cosa possa sembrare assurda si veda al riguardo anche http://www.contemplata.it/2017/01/the-surprising-alpha-from-malkiels-monkey-and-upside-down-strategies/

[2] Si noti peraltro che l’Overconfidence colpisce spesso più “duramente” chi ritiene di sapere perché esperto di un settore. Come a dire: più uno sa più pensa di sapere, e i suoi giudizi ne risultano notevolmente distorti.

[3] E’ da dire che l’home bias colpisce in realtà i risparmiatori retail di tutto il mondo: ovviamente l’effetto che ne deriva in termini di inefficienza del portafoglio può essere diverso. In altri termini: se sono americano ed investo solo in società quotate negli USA sto comunque investendo nell’economia più grande del mondo e, soprattutto, in molte multinazionali esposte alle dinamiche dell’economia mondiale.

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