Alcune considerazioni su concetti comuni ma non sempre pienamente compresi

 

Una volta si credeva alla Bibbia. Poi è subentrata la televisione. Infine, la rete.

Tale è ormai il costume che, se digitando su Google il tuo nome (o googlizzando il tuo nome, dal verbo googlizzare, riportato dalla Treccani on line ovviamente) non compare nulla, puoi stare certo che non esisti. Le persone cercano hotel, ristoranti, vacanze su internet; ma anche mutui, prestiti e assicurazioni. Qualcuno addirittura tenta di curarsi da solo autodiagnosticandosi fantasmagoriche malattie rare. Relata refero: un medico di base ha appeso fuori dal proprio studio un messaggio che cita: “Chi volesse richiedere un secondo consulto dopo quello di Google può provare su Yahoo!

 

E allora, per effettuare alcune considerazioni su tematiche a me care, voglio partire proprio da ciò che dice il leviatano moderno.

 

Cosa significa risparmiare?

Secondo Wikipedia, “in economia il risparmio è la quota del reddito di persone, imprese o istituzioni che non viene spesa nel periodo in cui il reddito è percepito, ma è accantonato per essere speso in un momento futuro. Il risparmio è dunque un sacrificio del consumo presente, in vista di un maggiore consumo futuro”


Il risparmio, quindi, è legato a doppio filo con il consumo; ciò che non si consuma si risparmia e, soprattutto, per meglio capire quanto si dovrebbe risparmiare oggi, in una logica di pianificazione finanziaria, si dovrebbe avere un’idea molto precisa di ciò che si dovrà/vorrà consumare in futuro[1].

Si tratta di un aspetto di non facile gestione per la maggior parte degli italiani; e qui, a mio avviso, occorre farsi aiutare da un buon consulente. Infatti, a parte i pochi pignoli e precisini che tengono da parte tutti gli scontrini e le ricevute, e che hanno una perfetta cognizione di quanto spendono ogni mese, i più hanno invece una vaga percezione di quanto consumano: ad esempio, se siete consulenti e provate a chiedere ad un vostro cliente quanto spende all’anno in pizzeria/ristorante, per le vacanze, per le spese mediche ecc.. vi accorgerete che le risposte sono per lo più spannometriche. Figuratevi se tale cliente riesce a comprendere esattamente l’ammontare delle risorse finanziarie necessarie per mantenere un adeguato tenore di vita tra 10, 15 o 20 anni.

Una volta che si è risparmiato (e tutto sommato gli italiani sono storicamente delle formichine), si deve però decidere come investire quanto messo da parte. Cosa significa allora investire?

 

Cosa significa investire?

Sempre Wikipedia, ci dice che “in economia per investimento si intende l’attività finanziaria di un soggetto economico detto investitore atta all’incremento di beni capitali mediante l’acquisizione o creazione di nuove risorse da usare nel processo produttivo al fine ultimo di ottenere un maggior profitto futuro o incrementare la propria soddisfazione personale.”

Per quanto possa sembrare complessa, la definizione di Wikipedia evidenzia un aspetto chiave: investire significa cercare di “ottenere un maggior profitto futuro o incrementare la propria soddisfazione personale”. Detto in altri termini, investire significa spostare potere di acquisto nel corso del tempo (oggi ho dei soldi che potrei spendere ma li investo perché mi servirà spenderli in futuro) e possibilmente accrescerlo (non per niente, la prima problematica che si affronta quando si investe attiene alla copertura dell’inflazione, altrimenti il potere di acquisto diminuisce).

Ad ogni modo, è facile comprendere che se investo lo faccio essenzialmente per guadagnare.

Ma come può un investitore ottenere un guadagno sul mercato finanziario? Spesso, l’idea è quella di cercare di comprare strumenti finanziari ad un prezzo basso sperando di rivenderli poi ad un prezzo più alto. Ed ecco che la differenza diviene il guadagno sperato. Suona famigliare?

Questo tipo di attività, tuttavia, risponde al nome di speculazione. Investire è tutt’altra cosa. La stessa Wikipedia riporta quanto segue: “la speculazione nel commercio è l’acquisto di un bene di qualche tipo con la speranza che il suo valore aumenti in tempi brevi. Nella finanza è la pratica di effettuare operazioni rischiose nel tentativo di ottenere un guadagno da fluttuazioni del mercato in tempi brevi piuttosto che tramite le finalità intrinseche dello strumento (come i dividendi nel caso delle azioni)”

La speculazione esiste dall’alba dei tempi, e ricorda molto il gioco d’azzardo nella sua essenza. E’ lecito però chiedersi se, in un’ottica di investimento, essa rappresenti una pratica efficiente: ad esempio, non potrebbe essere corretto, basandosi su view di mercato e analisi specifiche, puntare su singoli titoli e speculare sul loro andamento?

Proviamo a rispondere riportando i risultati di un’analisi condotta da Cxo Advisory Group: tale società ha effettuato una ricerca su 6.582 previsioni di 68 esperti del mercato azionario in merito all’andamento dell’indice S&P500 di Wall Street tra il 2005 e il 2012. Sono state analizzate le stime in tutte le fasi di mercato: rialziste, laterali e ribassiste, crack del 2008 compreso. Tali previsioni sono state paragonate con quelle di una scimmia alla quale è stata data una monetina da lanciare: testa o croce, ed ecco la sua previsione sull’andamento del mercato[2].

Il risultato della ricerca? Ovvio: la scimmia ha battuto gli analisti (50% di precisione contro 47% medio degli analisti).

Quindi speculare è … speculare. Nessuno sa cosa farà il mercato, e anche studiando report e grafici, una scimmia può sempre fare meglio di noi. Ecco perché non si tratta di una efficace strategia di investimento.

E allora cosa significa investire?

Mi rifaccio ad uno studio del Prof. Hendrick Bessembinder (2017), professore di Finanza all’Arizona State University. Lo studio analizza il mercato azionario USA dal 1926 al 2016, attraverso tutti i suoi 25.000 e più titoli quotati nel corso del tempo. Il risultato a cui arriva il prof. Bessembinder è che, nei 90 anni studiati, una strategia di investimento basata sulla scelta di un singolo titolo, solo nel 4% dei casi ha avuto un ritorno maggiore di un portafoglio azionario ben diversificato (cioè il portafoglio di mercato value-weighted)[3].

In generale, quindi, il mercato fa meglio del singolo titolo; senza entrate troppo in dettagli tecnici, ciò è dovuto al fatto che la distribuzione delle performance dei titoli quotati è caratterizzata da una skewness (asimmetria) positiva, tale per cui i rendimenti molto elevati di pochi titoli controbilanciano le performance modeste di tutti gli altri titoli quotati.

In definitiva, mentre l’andamento del mercato globalmente inteso è legato all’andamento complessivo dell’economia (e il mondo continua a crescere!), le vicende delle singole società quotate dipendono da situazioni particolari; e molte aziende quotate, peraltro, falliscono o sono assorbite nel corso del tempo.

Investire, quindi, dovrebbe significare partecipare alla crescita globale dell’economia, ben rappresentata nella figura n. 1.

 

Figura n. 1. La crescita del PIL Mondiale (GDP world constant 2010 US$)

Fonte: World Bank

 

La figura n. 1 ci mostra il trend della crescita globale (misurato tramite GDP, ovvero PIL), dal 1960 ad oggi. Il mondo è sempre cresciuto negli ultimi 50-60 anni: l’unico anno di decrescita è stato il 2009. E probabilmente il mondo continuerà a crescere fra evoluzioni sociali, economiche e ambientali.

Le singole aziende quotate sui mercati possono invece passare attraverso alterne fortune; possono fallire, o crollare inaspettatamente anche senza preavviso (Lehmann Brothers, Enron, MPS …. la lista è parecchio lunga).

In definitiva, quindi, se mi aggancio al ciclo economico mondiale seguo, a grandi linee, il grafico sopra; se speculo su singoli titoli, vado a fare testa o croce con le scimmie, col 4% di possibilità di fare meglio, nel lungo termine, di chi ha goduto della crescita globale.

Come tradurre allora, in termini finanziari, il grafico del PIL mondiale? La prima idea potrebbe essere quella di considerare un indice azionario globale. Ad esempio, nella figura n. 2 viene rappresentato l’andamento dell’indice MSCI World

 

Figura n. 2. Andamento dell’indice MSCI World

Fonte: CNBC

 

In termini semplici, la crescita mondiale si riflette, nel medio- lungo termine, sul valore delle azioni delle società quotate: ovviamente, come detto, alcune società falliscono nel corso del tempo, ma l’indice in sé rappresenta sempre le azioni delle società migliori e, per costruzione, non può fallire. Inoltre, è bene ricordare che la crescita di un indice borsistico internazionale come il MSCI World può essere molto più volatile rispetto all’andamento del PIL mondiale; ma il trend tende poi ad essere similare

La figura n. 2 ci dice anche che esiste un valore che il mercato ci offre spontaneamente: è lì, senza bisogno di inventarsi nulla, basta solo andare a prenderlo. Ma come impostiamo il navigatore? Studiando quelli bravi che già sono arrivati a destinazione con successo.

Prendiamo ad esempio John Bogle, il fondatore di Vanguard recentemente scomparso. Parliamo di un personaggio che, nel 1999, è stato incoronato da Fortune come uno dei quattro giganti della finanza del 20° secolo. Nominato da Time, nel 2004, una delle 100 persone più potenti ed influenti al mondo e premiato nel 1999 alla Princeton University. Vanguard, la sua creatura, è una società di gestione d’investimento americana, che gestisce 5,1 miliardi di dollari, specializzata proprio nella gestione passiva di replica degli indici di mercato. La società è tra i vincitori dei Morningstar Awards for investor excellence 2019, assegnato alla MIC di Chicago. Un ottimo modello quindi da prendere come esempio. Il metodo applicato da Vanguard è semplicissimo.

  • Diversificazione. Per partecipare alla crescita globale dobbiamo investire a livello globale
  • Basso costo. Il valore che andiamo a prendere non deve disperdersi lungo il percorso, ovvero lasciato in mano ad intermediari e gestori. Per portare a casa il grosso del rendimento, dobbiamo utilizzare strumenti efficienti e poco onerosi.
  • Semplice. Efficace. Funziona.

 

Altro esempio celebre è rappresentato dal fondo sovrano norvegese. Parliamo del fondo sovrano più grosso al mondo, con oltre 1 trilione di dollari di masse. Come sono investiti questi soldi? Ce lo dice il fondo stesso (vedi https://www.nbim.no/en/)

Diversificazione in 73 paesi e su oltre 9.000 titoli, cioè 1 trilione investito diversificando a livello mondiale. Il fondo investe quindi per ottenere valore dalla crescita globale. Portafoglio 69% azionario, 28% obbligazionario e 3% Real Estate (immobiliare). Perché è giusto diversificare, ma decorrelare anche gli asset fra loro è ancora meglio. Risultati? 5,8% annuo dal lancio (avvenuto nel 1998)[4]. Vedi figura n. 3.

 

Figura n. 3. Market Value del fondo sovrano norvegese

 

In conclusione

Il mondo cresce nel tempo e crea un potenziale rendimento finanziario di medio-lungo termine tutto sommato facile da ottenere attraverso un portafoglio diversificato. Come bilanciare, all’interno di tale portafoglio la componente azionaria, obbligazionaria e gli asset reali sarà oggetto di un successivo approfondimento.

Ovviamente, è fondamentale lungo il percorso di investimento restare sempre orientati all’obiettivo. Quando il mare è in burrasca, non si deve abbandonare la nave. Altrimenti si rischia di annegare invece di arrivare a terra.

Evitare quindi le trappole tipiche della finanza comportamentale che abbiamo illustrato in precedente articolo (https://www.contemplata.it/2019/05/un-cuore-matto-da-legare/), diventa fondamentale per il risparmiatore quanto la diversificazione del proprio investimento.

 

Reference shelf

[1] Al riguardo si veda anche http://www.contemplata.it/2017/02/dallasset-allocation-al-wealth-management-passando-per-il-financial-planning/

[2] Il riferimento a scimmie che lanciano freccette o monete è un classico. Si veda al riguardo http://www.contemplata.it/2017/01/the-surprising-alpha-from-malkiels-monkey-and-upside-down-strategies/. Ovviamente, nessun ricercatore si sognerebbe di prendere una scimmia vera e metterla alla prova su queste tematiche: non solo si correrebbe il rischio di essere linciati dagli animalisti, ma l’esperimento sarebbe oltremodo complicato. In genere, si preferisce simulare il comportamento della scimmia con un modello di simulazione random delle scelte.

[3] Attraverso la tecnica bootstrapp, l’autore implementa una serie di simulazioni per testare la probabilità che una strategia di investimento che prevede di detenere ogni mese un titolo scelto a caso dal 1926 al 2016 produca un rendimento cumulato che eccede diversi benchmark.

[4] Si veda anche https://www.wallstreetitalia.com/come-investire-mille-miliardi-il-caso-del-fondo-norvegese/

 

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