Nella foto: Upside Down House in Brighton

 

Il paradosso dei tassi negativi e l’effetto inflazione

E’ noto che, per antonomasia, in Danimarca c’è del marcio (Something is rotten in the state of Denmark). E’ lì che diverse banche[1] stanno progettando di offrire ai propri clienti mutui per l’acquisto dell’abitazione a tasso negativo. Come a dire: ti do 1 milione di euro, ti compri la casa dei tuoi sogni, e me ne restituisci pian piano 995.000. Un paradosso che si trasforma in realtà!

Il tutto nasce, come già osservato in precedente articolo (https://www.contemplata.it/2019/04/cul-de-sac/ ), dall’attuale impasse della politica monetaria europea (e mondiale), ulteriormente accentuatosi dopo le recenti dichiarazioni (Agosto 2019) del governatore della Banca di Finlandia Olli Rhen, in merito alla volontà della BCE di riestrarre il “bazooka” del Quantitative Easing (QE) e delle Long Term refinancing operation (LTRO), nonché di continuare a scavare il buco dei tassi di deposito negativi applicati alle eccedenze di liquidità delle banche, che si vedranno costrette, probabilmente, a traslare tale penalizzazione sui depositanti in conto corrente.

E così, all at once, ecco che la curva dei rendimenti dei titoli europei più sicuri, già per buona parte in negativo da tempo, affonda completamente sotto la linea dello 0% (Figura n. 1). Il che significa, ad esempio, che la Germania può pensare di lanciare un asta di Bund a 30 anni a cedola zero, e che altri paesi, compresi gli USA, sono sempre più attratti dall’idea di emettere titoli di stato a lunghissima scadenza (fino a 100 anni come già fatto dall’Austria), a rendimenti stracciati.

 

Figura n. 1. La curva dei rendimenti dei titoli AAA della zona euro (15 Agosto 2019)

Fonte: BCE


 

Ora, se per gli Stati, specialmente quelli indebitati come il nostro, il surreale contesto di politica monetaria in cui viviamo permette di ridurre drasticamente il costo del debito e, di conseguenza, potrebbe apparire a prima vista vantaggioso, la situazione si ribalta completamente per i risparmiatori e per gli intermediari bancari tradizionali, ossia quelli caratterizzati da un business prevalentemente incentrato sull’intermediazione creditizia (raccolgo denaro, presto denaro).

Questi ultimi, come sopra accennato, dovranno infatti prima o poi decidere di traslare i tassi negativi sui depositanti, altrimenti il loro margine di interesse rischierebbe di diventare negativo: se erogo mutui a tassi negativi e sul conto corrente pago 0% ci sto chiaramente perdendo, e l’applicazione di altri costi e commissioni potrebbe non essere più sufficiente a coprire il gap.

Per i risparmiatori la situazione è ancora più assurda. La curva dei rendimenti rappresentata in Figura n. 1 ci dice infatti che il mercato prevede uno stallo pluriennale, visto che anche sulle scadenze più lunghe non si riemerge in territorio di rendimento positivo. A questo punto, continuando con i paradossi, è facile comprendere che qualsiasi tipo di investimento che nei prossimi 30 anni rendesse lo 0% sarebbe oggi da considerarsi come altamente appetibile: se rende zero rende tanto!

Ab absurdo, se riesco ad ottenere un prestito a tassi negativi e lascio semplicemente i soldi sul conto corrente al tasso dello 0%, mi ritrovo alla fine con più soldi di prima (non considerando qui i costi di gestione del conto corrente)

Purtroppo, come risaputo ma come altrettanto spesso dimenticato, il rendimento nominale non è l’unica variabile che incide sulla crescita della ricchezza reale di un individuo; l’effetto inflazione altera significativamente il potere di acquisto del denaro nel corso del tempo, depauperando di nascosto gli investitori poco attenti a tale fattore.

La Figura n. 2 riporta l’andamento dei prezzi al consumo (indice NIC, prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale) nel nostro Paese da gennaio 2014 a luglio 2019.

 

Figura n. 2. L’andamento dell’inflazione in Italia

Fonte: Istat

 

Da tale andamento emerge che pur vivendo in un periodo di inflazione storicamente bassa, e dopo aver sperimentato alcuni mesi di deflazione specie nel 2016, ormai da un paio di anni la crescita tendenziale dei prezzi si aggira intorno al 1%, anche se in calo nelle ultimissime rilevazioni mensili.

Ciò significa che se investo denaro ad un tasso dello 0%, e il livello di inflazione rimane intorno agli attuali valori, la mia ricchezza finanziaria, misurata in termini di potere di acquisto, diminuisce pian piano nel corso del tempo.

L’effetto potrebbe apparire a prima vista modesto: 100 euro di potere di acquisto oggi (una buona cena per 2), con un inflazione dell’1% e con un rendimento certo nominale dello 0%, diventerebbero 95,099 euro tra cinque anni (o se volete vederla inversamente, la stessa buona cena per 2 costerebbe 105,10 euro). Diciamo che con gli stessi soldi dovrei rinunciare a un dolce o all’amaro.

Il problema, tuttavia, sorge dal fatto che molto probabilmente tra 5 anni i tassi di rendimento reali non saranno tornati a livelli positivi molto alti e, di conseguenza, recuperare il potere di acquisto non sarà così facile.

Ammettiamo ad esempio che tra 5 anni l’inflazione scenda a zero, mentre il rendimento certo nominale salga a 1%. Ora la cena costa 105,10 euro e tale prezzo permane costante nel tempo. Io ho ancora le mie 100 euro che ho investito per i 5 anni precedenti allo 0% ma che adesso posso investire al 1%; dopo altri 5 anni mi ritroverei con 105,10 euro. In totale, per tornare a potermi permettere il dolce o l’amaro mi ci vogliono 10 anni.

In definitiva: se rende zero rende poco!

 

 

Che fare allora? Alcuni suggerimenti

Se investire significa spostare potere di acquisto nel corso del tempo (al riguardo si veda anche: https://www.contemplata.it/2019/06/risparmiare-investire-o-speculare/ ), e possibilmente accrescerlo, è chiaro che il rischio inflazione dovrebbe essere la prima cosa da considerare.

In passato, la copertura dall’inflazione poteva tutto sommato essere ottenuta facilmente allungando la scadenza degli investimenti: se il rendimento di un titolo sicuro a breve è troppo basso, mi sposto su duration maggiori. O, ancor più semplice, mi compro un titolo indicizzato all’inflazione con tasso reale positivo.

Oggi le cose sono più complicate: se rimango su titoli a rating massimo (AAA) non mi basta più allungare l’orizzonte di investimento. Occorre allora scendere di rating, ovvero spostarmi su asset class più rischiose, naturalmente accettando le relative conseguenze in termini di volatilità dei rendimenti.

Proviamo allora a dare qualche consiglio agli investitori per meglio affrontare la situazione (senza pretendere di essere troppo geniali).

 

  • Ridurre la liquidità allo stretto necessario: sebbene un tasso dello 0% sul conto corrente potrebbe apparire elevato rispetto a rendimenti negativi tra il -0,5% e il -0,7%, al netto dei costi e dell’inflazione rimanere liquidi significa perdere potere di acquisto. I soldi sul conto corrente devono servire solo ed esclusivamente per esigenze reali di cassa.
  • Allungare il proprio orizzonte di investimento, ove possibile: ciò permette, almeno in teoria, di potersi spostare su asset class più rischiose ma al contempo più redditizie, senza mai dimenticare, ovviamente, i principi della diversificazione e del monitoraggio del rischio.
  • Privilegiare investimenti che nel medio-lungo termine coprono dall’inflazione. Sebbene i rendimenti passati nulla dicano sui rendimenti futuri, e nonostante i distinguo a livello accademico[2], è condivisibile l’idea che le azioni, rappresentando quote di capitale di società che offrono beni e servizi a prezzi di mercato, possano rappresentare una buona copertura contro l’inflazione nel medio-lungo termine. Ciò non vale ovviamente per tutte le società quotate: vi sono infatti tipi di business in cui un aumento dei prezzi si traduce per lo più in un aumento dei costi di produzione e in una riduzione dei margini; viceversa altre aziende riescono a gestire in maniera più flessibile l’inflazione alzando i prezzi dei propri prodotti/servizi e contenendo comunque i costi di produzione. Se consideriamo l’investimento in indici ampiamente diversificati il gioco dovrebbe reggere.
  • Altri tipi di investimenti che, storicamente, vengono considerati inflation hedges di lungo termine sono l’oro (preferibilmente fisico, onde evitare i costi dei cloni finanziari quali ETC), il petrolio (ma per replicarne il prezzo occorre stare attenti all’effetto contango), l’immobiliare (ma qui inteso come investimento diversificato in immobili, ad esempio tramite REITs. Se compro un unico immobile il rischio specifico è talmente elevato che la copertura dall’inflazione perde di senso). Da non trascurare anche beni fisici di prestigio che hanno dimostrato di mantenere valore nel tempo (orologi di marca, ad esempio).
  • Indebitarsi, se ritenuto appropriato: troppo debito fa male, ovviamente, ma un po’ più di debito a condizioni favorevoli come quelle di oggi potrebbe essere interessante. Naturalmente, se chiedo un prestito devo avere una buona ragione per farlo: migliorare le mie condizioni di vita raggiungendo prima obiettivi che altrimenti non potrei realizzare immediatamente (compro una casa più grande, mando mio figlio a studiare all’estero); aprire o accrescere una attività imprenditoriale (investo in un nuovo ufficio); chiudere altre posizioni debitorie più costose, o comunque riordinare le mie esposizioni verso le banche.
  • Sfruttare maggiormente la volatilità dei mercati, in particolare azionari: se nel breve la volatilità è un rischio, nel medio-lungo termine può diventare un potente motore di rendimento. Il caro e vecchio Piano di Accumulo (PAC) rimane sempre un’ottima soluzione …. e non c’è bisogno di essere dei geni.

 

[1] https://www.panorama.it/economia/mutuo-bancario-perche-danimarca-tassi-negativi-prestito-banca/

[2] Il dibattito scientifico sulla relazione tra performance azionarie e inflazione è di lunga data. A seconda del periodo storico che si considera, dello specifico aspetto che si vuole analizzare, e del campione di riferimento i risultati sono contrastanti.

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