Gli aneddoti, gli aforismi, i modi di dire, le battute più o meno sarcastiche, i gesti apotropaici e gli insegnamenti biblici riguardo alla morte sono innumerevoli. La morte è stata raccontata, dipinta, cinematografata, temuta e persino sbeffeggiata, come ci ricorda uno dei tanti e dissacranti slogan pubblicitari di una nota società di onoranze funebri (oggi ridefinite in maniera più cool di funeral services).
Ma in una logica di pianificazione finanziaria tale evento (dies certus an et incertus quando, cioè giorno certo nel suo verificarsi, ma incerto nel quando) deve essere affrontato in maniera razionale, senza scaramanzia o fatalismi (inshallah, come dice sempre mia moglie). In particolare, e tralasciando gli aspetti emotivi e sentimentali, occorre che i suoi effetti finanziari siano adeguatamente compresi e gestiti.
Proviamo allora a fare alcune considerazioni.
Quando morire?
La risposta più ovvia, o almeno quella che darei io a questa domanda, è semplice: il più tardi possibile!
Ma siccome abbiamo detto che occorre essere razionali, ricordiamo innanzitutto che i dati Istat ci dicono che la speranza di vita alla nascita (dati 2023) è di 81,1 anni per i maschi, e di 85,2 anni per le femmine. Ma quella è solo una media: si può vivere in realtà molto più a lungo, come ben dimostrato dal crescente numero di ultracentenari viventi nel nostro Paese. Oltre 20 mila sembrerebbe. Ed ancora, si pensi che la speranza di vita a 65 anni è per le donne di ben 22,4 anni.
Ora, considerando una IPOTETICA cifra tonda di 85 anni come media del verificarsi dell’evento, le criticità sorgono, come noto, in due casi: o si muore troppo prima di tale data (rischio di premorienza), o si vive troppo a lungo rispetto a tale data (rischio di longevità)
Rischio premorienza
“Morto io morti tutti”, spesso sento dire, almeno dalle mie parti. La logica del “dopo di me il diluvio”, o più prosaicamente “si arrangeranno”, non è quella da seguire se si ragiona in termini di pianificazione finanziaria.
La premorienza è un rischio che deve essere gestito e coperto. Gestito innanzitutto in senso giuridico, decidendo in largo anticipo a chi lasciare il proprio patrimonio e scegliendo tra i molteplici strumenti a disposizione (testamento, lasciti, polizze ecc..) quelli più adatti. E questo è un aspetto che interessa tutti, anche chi non ha eredi diretti e può disporre in toto delle sue ricchezze ai fini del passaggio generazionale.
Per quanto attiene invece alla copertura del rischio (finanziariamente inteso), ad evidenza sono i classici strumenti assicurativi a risultare utili allo scopo: temporanee caso morte, caso morte a vita intera e miste. C’è l’imbarazzo della scelta.
Sottolineiamo però due cose. Da un lato, la copertura finanziaria di questo rischio non riguarda in effetti proprio tutti. Per una persona sola, senza eredi diretti o comunque altre persone da tutelare, ha poco senso investire in una temporanea caso morte. Similmente, potrebbe avere poco senso per una persona con figli già in età adulta a cui è stato già donato un patrimonio cospicuo.
Dall’altro lato, il rischio di premorienza tende normalmente a ridursi al crescere dell’età dell’individuo. Se, mediamente, un uomo di 50 anni, con figli ancora minori e una moglie più giovane, ha estremamente bisogno, oggi, di una ampia copertura caso morte, tra 20 anni le sue necessità potrebbero essere ben diverse: cresciuti i figli, diverrebbe per lui più critico il rischio di longevità proprio e della consorte.
Rischio di longevità
In termini generali, il rischio di longevità deve essere affrontato accumulando una sufficiente quantità di denaro da trasformare poi in rendita. Le soluzioni sono anche in questo caso molteplici: previdenza complementare, accumulo finanziario, polizze vita ecc…
E anche per chi, come spesso accade, parte in ritardo ad accumulare, qualche consiglio utile lo si può trovare (vedi questo articolo).
Anche questo rischio, quindi, deve essere attentamente gestito e coperto. L’aspetto più problematico, tuttavia, risulta essere il quantum, cioè quanto occorre veramente accumulare per una vecchiaia serena, anche se si dovesse vivere più di cent’anni?
La risposta non è semplice per svariati motivi. Innanzitutto, un buon calcolo di quanto sarà l’ammontare della pensione pubblica che riceveremo non è cosa da poco: dipende dalla costanza e dall’ammontare delle differenti tipologie di contributi versati e conteggiati, dalla speranza di vita futura che, inevitabilmente, ritarderà il momento della pensione per coloro che oggi sono più giovani, dalle condizioni delle finanze pubbliche, dall’effetto inflazione sul potere di acquisto delle rendite pensionistiche…. Eccetera, eccetera ….
E’ comunque lecito affermare che il gap previdenziale, complementare del tasso di sostituzione pensione/retribuzione da lavoro (cioè, se la pensione ammonta al 70% del mio ultimo stipendio, mi manca un 30% per mantenere il mio potere di acquisto), sarà per molti molto più grande di quello che si crede. E coprirlo non sarà facile!
Ciò è dovuto ad un aspetto matematico alquanto sottovalutato nel campo della consulenza finanziaria, ovvero il tasso di trasformazione in rendita di un capitale. Esempio: se arrivo a 70 anni ad avere accumulato un capitale di 100.000 euro, e desidero avere una rendita vitalizia finché scampo, quanto mi danno al mese?
La risposta sta nelle tavole attuariali/demografiche di trasformazione in rendita normalmente applicate dalle compagnie di assicurazione. Senza entrare in dettagli tecnici, che lasciamo agli esperti, ricordiamo semplicemente che i calcoli tengono conto della speranza di vita. Più questa aumenta, più si riduce la conversione se vogliamo una rendita che duri vita natural durante.
Ed allora, quello che potrebbe accadere (anzi, che molto probabilmente accadrà a molti) è di trovarsi delusi da quanto si riceverà mensilmente, pur a fronte di un capitale all’apparenza abbondante. Suggerimento: chiedete al vostro consulente di farvi dei calcoli il più precisi possibili e di dirvi se la rendita che otterrete si rivaluterà o meno con l’inflazione.
Altre soluzioni possibili? Beh, magari delle forme di decumulo non vitalizio. A partire dallo stesso capitale, ad esempio, un decumulo ventennale e non vitalizio conduce ad una rendita più alta… ma a questo punto il rischio di longevità non è totalmente coperto!
Il giusto bilanciamento
Chiudiamo con un’ultima considerazione. I due rischi analizzati, premorienza e longevità, dovrebbero essere entrambi e contemporaneamente gestiti in maniera adeguata. Tuttavia, non sempre le risorse a disposizione di un individuo sono infinite.
Sorge quindi, come spesso accade nell’applicazione delle logiche di pianificazione finanziaria, un trade-off.
Se l’individuo non ha risorse capienti, allora il pianificatore dovrà aiutarlo a valutare come meglio suddividerle per la copertura dei due rischi nel corso del tempo, andando a ribilanciare periodicamente quanto investito per il caso premorienza e quanto investito per la longevità. Il tutto considerando anche le risorse NON finanziarie a disposizione, quali ad esempio il valore, eventualmente sfruttabile, dello home equity, cioè della prima casa.




