PARTE PRIMA
Make America Great Again o ritirata strategica di un paese stanco di mantenere un impero globale troppo grande e complesso anche per le sue larghe spalle e desideroso di porre mano ai suoi squilibri interni?
E i toni da bullo di Trump devono essere interpretati come la volontà del Presidente di continuare ad affermare il primato globale statunitense, o nascondono debolezze interne alla società americana e il peso di una leadership internazionale che, come per altri imperi della storia, ad un certo punto diventa insostenibile?
La risposta a queste domande condizionerà gli equilibri internazionali dei prossimi decenni in quanto da essa deriverà, in buona parte, la postura degli Usa in ambito internazionale, specie in relazione al crescente antagonismo con la Cina.
L’America punta alla vittoria ideologica sul suo rivale più agguerrito oppure è alla ricerca di un accordo con il Dragone che tenga in considerazione le inevitabili interdipendenze (vedi fornitura di terre rare contro trasferimento di tecnologia) fra i due paesi pervenendo ad una situazione di reciproca “sopportazione”?
Da questo punto di vista, alcuni analisti si spingono a dire che un simile accordo potrebbe addirittura avere ad oggetto una spartizione del globo per aree di influenza.
Come siamo arrivati qui?
Per cercare di fare qualche considerazione su questo intricatissimo campo, ovviamente senza la pretesa di pervenire a risposte esaustive vista la fluidità dei tempi che viviamo, facciamo un salto indietro nel tempo e chiediamoci: come si è arrivati alla situazione attuale?
All’inizio degli anni 90’, la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda diedero origine ad un sistema globale che si reggeva sul dominio incontrastato degli Stati Uniti – unica superpotenza rimasta – e che vedeva nel multilateralismo e nella rilevanza del diritto internazionale per regolare i rapporti fra paesi i suoi elementi fondanti. Un ordine ispirato a principi di natura marcatamente occidentale, visti come punto d’arrivo dell’evoluzione della società umana e da estendere (in modo autoreferenziale) a tutto il globo: diritti umani, democrazia, libero commercio.
Dal punto di vista economico, tale ordine portò alla nascita del WTO (World Trade Organization) ovvero la Organizzazione Mondiale del Commercio, un grande accordo globale teso a liberalizzare gli scambi fra paesi e a cui fu dato accesso (non senza critiche) anche alla Cina a partire dal 2001.
In questo contesto, gli Usa si proponevano nella luminosa veste di paladini e difensori della democrazia e di manutentori della globalizzazione tramite il controllo dei mari e degli oceani. Attività, quest’ultima, esplicitata tramite il presidio degli stretti e degli istmi ovvero dei punti focali di transito delle merci.
L’impianto iniziò però a scricchiolare a metà degli anni 10’ di questo secolo: la ripresa della competizione fra grandi potenze bloccava le risoluzioni delle istituzioni multilaterali, in primis l’ONU; la globalizzazione, che da un lato aveva prodotto come mirabile conseguenza quella di togliere dalla povertà centinaia di milioni di persone nei paesi emergenti, dall’altro provocava nel mondo occidentale una ingente perdita di posti di lavoro a seguito della delocalizzazione produttiva. Nel frattempo, la Grande Crisi Finanziaria aveva aumentato le disuguaglianze, smascherando la debolezze degli Usa e del loro modello di sviluppo agli occhi degli antagonisti.
Per non dire poi degli interventi militari condotti dagli Usa senza il benestare dell’ONU (e perché avrebbero dovuto chiederglielo?): le guerre in ex-Jugoslavia e in Irak, erano lì a mostrare come il concetto di multilateralismo equivaleva in realtà a ciò che più aggradava agli Usa.
Infine la Cina: sfruttare l’adesione al WTO quale volano di sviluppo e crescita era stato fin troppo facile, ma nessun segnale portava poi a credere che il Dragone avrebbe abbracciato la democrazia quale forma istituzionale, come forse avevano auspicato Stati Uniti e soci. Anzi, fu sempre più chiaro che la Cina si proponeva, a tutti gli effetti, quale potenza antagonista all’Occidente: non proprio una nuova URSS dal punto di vista di contrapposizione ideologica (voi siete capitalisti, noi comunisti), ma una controparte molto più potente in termini di PIL.
La situazione degli USA
Nel suo libro “Sotto la pelle del mondo”, l’esperto di geopolitica Dario Fabbri così descrive la situazione della società Usa: “…da anni gli americani abitano gli abissi della depressione, mostrandosi immobili, riluttanti ad intervenire là dove una volta mettevano i piedi nel piatto”.
Nell’analisi di Fabbri, gli americani sarebbero stanchi, depressi, desiderosi di porre fine al perenne stato di guerra che ha coinvolto gli Usa praticamente dalla seconda guerra mondiale ad oggi. Stato di guerra che non ricade solamente sui giovani impegnati al fronte ma sulla popolazione intera, generando un continuo stato di allerta.
Nel discorso di insediamento alla Casa Bianca, lo stesso Presidente Trump sembra far suo tale sentimento: “Misureremo il nostro successo non solo dalle battaglie vinte, ma anche dalle guerre che eviteremo, e forse, cosa più importante, dalle guerre che non combatteremo mai”.
Altri autori scrivono invece di una società violenta e priva di valori, caratterizzata dall’individualismo più esasperato, dal venir meno del concetto di famiglia e comunità, dalla depressione aggravata, dall’abuso di droghe e alcol e da enormi disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza fra individui; una società neoliberista che “ha ridotto i cittadini a clienti e le persone a risorse umane”. Il drammatico omicidio di Charlie Kirk, attivista repubblicano e grande sostenitore del Presidente Trump, non è che l’ennesimo episodio di omicidio di carattere politico negli Usa, testimonianza di una società fortemente polarizzata, ai limiti della disgregazione.
Polarizzazione evidente anche nella distanza fra le modalità con cui stanchezza e disagio si manifestano all’interno del paese. Possiamo distinguere, da questo punto di vista, fra zone costiere, a maggioranza democratica (New York, California…) e stati interni (Alabama, Arkansas, Kentucky, Lousiana…), la cosiddetta America Profonda le cui istanze sono convogliate nel pensiero trumpista e nello slogan America First. Le prime sono caratterizzate da un pensiero politico in prevalenza progressista, inclusivo, attento a tematiche di carattere sociale quali l’immigrazione e molto critico nei confronti del concetto di una America imperiale, impegnata militarmente su svariati fronti per far valere la sua egemonia nella convinzione di essere portatrice di ideali massimi di civiltà.
L’America Profonda corrisponde invece ad un paese arrabbiato: qui l’idea di egemonia americana non viene totalmente rinnegata, ma se ne vuole condividere il costo con gli alleati (provincie nella terminologia di Fabbri). Il refrain di un’Europa scroccona che gode gratuitamente della protezione militare Usa in quanto non capace di difendersi da sola nasce soprattutto qui. Si tratta, inoltre, della parte del paese che più ha subito le conseguenze negative della globalizzazione in termini di chiusura di stabilimenti produttivi e di disgregazione di intere comunità. Facile capire come lo sbocco naturale di questo disagio sia l’appoggio quasi incondizionato alle politiche dell’attuale amministrazione, intese a riportare le produzioni in patria e a ridurre drasticamente il deficit commerciale con l’estero.
Quest’ultimo aspetto, tuttavia, mette in realtà discussione un altro degli elementi alla base del primato americano a livello globale: il ruolo degli Usa quali compratori globali di ultima istanza. L’apertura del proprio mercato interno ai prodotti provenienti dall’estero e, per questa via, la creazione di una sorta di dipendenza dei paesi esportatori nei loro confronti, è stata infatti una importante chiave del primato geopolitico degli USA. Un approccio in qualche modo antieconomico ma in grado di far apparire gli Usa come una gigante buono che, con le sue larghe spalle e il suo ampio mercato, assorbiva le produzioni di tutto il globo legando gli altri paesi a sé. Ed inoltre, un approccio probabilmente più seducente di quello tentato dalla Cina con il progetto della Nuova Via della Seta, in cui l’idea di creare corridoi commerciali reciproci con Europa, Africa e America Latina, finanziando largamente le necessarie infrastrutture, è fin da subito apparsa come un modo non troppo celato di allargare la propria sfera d’influenza geopolitica.
Focus USA sull’emisfero occidentale?
Quali sono invece i tratti salienti della politica estera della Presidenza Trump? Proviamo a cogliere qualche indizio.
Innanzitutto, rispetto al suo predecessore, il Presidente Trump sembra meno focalizzato sull’azione di contenimento della Cina nell’area dell’Indo Pacifico e sul connesso supporto a Taiwan. È notizia recente quella relativa ad una possibile decisione da parte di Washington di non procedere all’erogazione di aiuti militari per 400 milioni di dollari all’isola, che vede fra le probabili motivazioni la trattativa con la Cina attualmente in corso.
Sempre in riferimento all’area hanno poi suscitato scalpore i dazi del 50% recentemente imposti, in conseguenza dell’importazione di petrolio russo, all’India, avamposto di contenimento della Cina nell’area[1]. Risultato: il disgelo fra India e Cina, definitesi partner di cooperazione e non rivali, nel corso del summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.
Più in generale, l’atteggiamento americano nei confronti del Dragone sembra essere attualmente improntato alla negoziazione. Da questo punto di vista, la recente decisione del Presidente Usa di applicare dazi del 100% alla Cina dall’1 Novembre (poi ritrattati) in conseguenza dei controlli all’export di terre rare da parte di quest’ultima dev’essere sempre inquadrata nella logica della negoziazione, per quanto come sempre ruvida e caratterizzata da decisioni eclatanti da parte del Taycoon.
Altra questione è se risulti così semplice, per gli Usa, negoziare ad oggi con una Cina che, probabilmente percependo il momento di crisi dell’antagonista statunitense, appare maggiormente aggressiva nella sua postura internazionale.
L’impostazione americana appare inoltre molto diversa rispetto a quella dell’amministrazione Biden, il quale, nel 2022, aveva paventato un intervento Usa in caso di invasione di Taiwan da parte della Cina e nella cui vigenza si ricorda la visita a Taiwan della speaker della Camera Nancy Pelosi che suscitò le ire del Dragone.
Per quanto riguarda l’Europa poi, risulta ormai evidente la volontà dell’amministrazione Usa di ridurre la protezione militare storicamente offerta al vecchio Continente chiedendone il riarmo e la gestione in semiautonomia del post conflitto fra Russia e Ucraina. Fino a che punto, ciò porterà ad una riduzione dell’influenza Usa sull’Europa dipenderà probabilmente dall’unità che la stessa dimostrerà al suo interno in un momento storico così sfidante; purtroppo, da questo punto di vista, le prospettive per il Vecchio Continente non sembrano essere delle migliori.
Altre questioni sembrano invece essere particolarmente rilevanti per il Presidente Trump. Pensiamo per esempio alla Groenlandia; inizialmente classificata da alcuni come una delle “sparate” del Presidente, ad un’attenta valutazione la più grande isola del mondo costituisce un affare serio per gli Usa. Lo status dell’Artico quale area strategica nella competizione fra potenze vede attualmente una progressiva militarizzazione dell’area da parte della Russia, decisa ad affermare il suo primato su di essa; ciò sia al fine di sfruttarne le enormi risorse sia come conseguenza del fatto che il disgelo prodotto dal cambiamento climatico renderà percorribili in futuro rotte oggi difficilmente accessibili o non percorribili durante tutto l’anno.
Da questo punto di vista, particolare rilevanza assume la Northern Sea Route, anche conosciuta come “Passaggio a Nord-Est“. Si tratta di una rotta marittima tra Europa e Asia alternativa e più breve rispetto al classico passaggio tramite il Canale di Suez, e la cui percorrenza comporterebbe significativi risparmi in termini di tempo e costi.
Nell’immagine sottostante diamo evidenza del percorso delle due rotte marittime

Fonte: The Economist
Tuttavia, la postura russa sull’Artico rischia di compromettere un elemento fondante della sicurezza statunitense rispetto alle minacce esterne; l’invidiabile status degli Usa di inattaccabile isola protetta dagli Oceani. L’Artico rappresenterebbe infatti la via più breve e diretta nel caso in cui una potenza Euroasiatica volesse insidiare le coste americane.
La questione è aggravata dal riconoscimento da parte dell’Onu (2023) delle rivendicazioni russe sulla propria piattaforma continentale, ovvero sull’estensione sottomarina del proprio territorio, su buona parte dell’Artico. In seguito a tale riconoscimento, la piattaforma continentale russa arriva oggi molto vicino alle acque territoriali groenlandesi e canadesi. Da questo punto di vista, un’eventuale, significativo aumento dell’influenza Usa sulla Groenlandia avrebbe in primis scopi difensivi. Tuttavia, ciò porrebbe gli Stati Uniti anche nella condizione di poter esercitare, a loro volta, potenza sull’Artico.
Il suolo groenlandese risulta inoltre particolarmente ricco di risorse, quali idrocarburi e materie prime critiche quali le terre rare, sebbene le difficoltà di estrazione sono state messe in evidenza da molti operatori del settore.
Trump ha poi deciso di rendere nuovamente americano il Canale di Panama, dimostrandosi determinato a sottrarlo a qualsiasi influenza cinese, e si è impegnato in una lotta senza quartiere con alcuni Paesi dell’America Latina (leggasi Venezuela), apparentemente per questioni inerenti alla diffusione di stupefacenti (leggasi Fentanyl) negli Usa, più probabilmente per riconfermare dopo due secoli la Dottrina Monroe[2].
La questione messicana
Il Messico è un problema a parte. Esso rappresenta infatti la più grande minaccia di terra per gli Usa, ponendosi, nel lungo termine, come probabile antagonista dell’egemonia Usa nel continente americano.
Si tratta di un paese con una popolazione di 130 milioni di abitanti di cui il 45% ha meno di 25 anni, è la tredicesima potenza manifatturiera a livello globale e dispone di un territorio ricco di risorse petrolifere e minerarie. Dal punto di vista antropologico, il Messico è caratterizzato da un forte senso dell’identità nazionale e da un fortissimo modello culturale, caratteristiche storicamente distintive di nazioni divenute dominanti. Tali attributi sono tuttavia un coltello piantato nel fianco degli Usa in cui l’11% della popolazione è costituita da individui di origine messicana oltretutto stanziati, per la maggior parte, in territori strappati dagli Usa al Messico alla metà dell’Ottocento. Si tratta degli attuali stati di California, Arizona, Nuovo Messico, Colorado, Nevada e Utah (il Texas, dichiaratosi indipendente dal Messico già nel 1836, fu annesso agli Usa nel1845).
Ciò fa sì che gli immigrati messicani negli Usa non solo siano difficilmente “americanizzabili” in quanto portatori di un forte modello culturale, ma siano altresì suscettibili di manifestare pericolose spinte irredentiste, a rivendicazione delle ingiustizie storicamente patite ad opera del vicino americano. La questione culturale è poi aggravata della vicinanza geografica con il paese d’origine, significativa di una contiguità non solo geografica. Da questo punto di vista il muro al confine, oltre che funzionale al controllo dell’immigrazione e del narcotraffico, agirebbe come barriera di separazione psicologica fra i messicani presenti negli Stati Uniti e i messicani in terra d’origine.
La situazione è quindi estremamente complessa: gli Usa necessitano dell’immigrazione messicana per ringiovanire la popolazione e rimpinguare forza lavoro e forze armate, ma ne sono anche terrorizzati! E infatti, la costruzione del muro al confine, da molti bollata come iniziativa di esclusiva pertinenza del Presidente Trump, fu votata in passato anche dai democratici Ilary Clinton e Barack Obama, a conferma della diffusa percezione della problematicità, ai fini della coesione sociale, della questione messicana.
Dal punto di vista economico, Usa e Messico intrattengono una relazione molto forte. Gli Stati Uniti sono destinatari dell’85% dell’export messicano mentre il Messico risulta meta privilegiata degli investimenti esteri degli Stati Uniti i quali coprono il 40% degli investimenti diretti esteri nel paese. Investimenti che sono essenziali per assicurare agli Usa manodopera a basso costo nonché per favorire il cosiddetto processo di nearshoring ovvero l’avvicinamento geografico di molte produzioni intermedie onde aumentare la resilienza delle catene di approvvigionamento. Il grafico sottostante evidenzia come il Messico costituisca attualmente il primo partner commerciale degli Stati Uniti avendo soppiantato in tale ruolo la Cina

Tuttavia, l’interdipendenza fra i due paesi potrebbe celare insidie per gli Usa; essi infatti vedono nel Messico anche una possibile porta d’accesso al mercato americano da parte della Cina che aggirerebbe in questo modo le misure protezionistiche implementate da Washington, approfittando dell’accordo di libero scambio cui il Messico aderisce con Usa e Canada (USMCA); il deficit commerciale estero messicano con la Cina e gli investimenti diretti del Dragone nel paese soprattutto nel comparto auto, molto aumentati nel corso degli ultimi anni, sembrerebbero giustificare le preoccupazioni americane

Un’analisi più approfondita rivela tuttavia come, almeno per ora, la posizione di apertura del Messico alla Cina sia cauta. Da un lato, le aziende cinesi in Messico producono soprattutto beni intermedi, quali le componenti auto, che costituiscono solamente una piccola parte del valore aggiunto poi esportato negli Usa (7% contro il 51% di valori prodotto in Messico); in altri termini, non sussistono evidenze di investimenti cinesi in Messico volti a favorire il semplice transito di prodotti finiti fabbricati in Cina. Dall’altro, il Messico condivide con gli Usa la necessità di evitare lo spiazzamento dell’industria interna, minacciata dal tentativo di Pechino di trovare sbocchi commerciali al suo strutturale eccesso di capacità produttiva. Il deficit commerciale messicano con la Cina deriva, in primo luogo, dall’importazione di beni di consumo finiti destinati al mercato interno. Infine, il Messico non ha aderito alle iniziative legate alla Via della Seta e non è membro dell’Asian infrastructure Investment Bank.
Insomma, per ora il Messico sembra deciso a rimanere saldamene all’interno dell’orbita statunitense. Ma quale via seguirà in futuro: l’integrazione con l’economia Usa o l’emancipazione da Washington magari strizzando l’occhio proprio alla Cina in virtù dell’alterità culturale con il vicino anglosassone e di un dividendo demografico che sembra comunque avere una scadenza (l’età media che oggi si attesta a 29,6 anni sarà infatti di 42 entro il 2050)?
Prime conclusioni
In definitiva, la politica estera Usa sembrerebbe maggiormente improntata alla difesa dalle minacce più prossime e al focus espansionistico su aree geografiche ritenute vitali, collocate nell’Emisfero Occidentale (vedi Groenlandia), che non al mantenimento del proprio ruolo egemonico a livello globale. Tale politica comporterebbe una riduzione della sfera d’influenza e dell’impegno Usa oltre Oceano in virtù della gestione della disgregata situazione interna e della messa in sicurezza del continente America consolidando l’influenza Usa sullo stesso.
Una sorta di ritiro “guardandosi le spalle”, in cui i toni e gli atteggiamenti di Trump avrebbero, fra i vari scopi, quello di non far apparire all’esterno gli Usa troppo deboli in un momento nel quale tradiscono in effetti una certa fragilità.
Per quanto riguardo il rapporto con la Cina, ciò porta a pensare che, da un lato, gli Usa possano essere alla ricerca di un accordo ad ampio spettro con il Dragone; accordo che verterebbe su questioni di carattere commerciale e inerenti forniture di materie prime critiche ma, probabilmente, anche su aspetti maggiormente connessi alle sfere d’influenza dei due paesi. Dall’altro, risulta chiaro ed evidente come una forte presenza/influenza cinese sull’uscio di casa, intendendo con questo termine il continente americano, non costituisca per Washington un’opzione percorribile.
Ma quali conseguenza avrà questa impostazione sull’egemonia finanziaria Usa nel mondo? Il ruolo del dollaro quale valuta di riserva internazionale ne verrà intaccato? I Treasury Usa dovranno strutturalmente pagare un maggior premio per il rischio? Il protezionismo trumpiano farà scivolare l’economia in una recessione come sostenuto varie personalità del mondo della Finanza fra cui il Presidente di Jp Morgan Dimon?
Questi argomenti saranno trattati nella seconda parte di questo articolo.
Reference Shelf
-Dario Fabbri. Sotto la pelle del Mondo. Capitolo I: Il momento degli Stati Uniti. Capitolo XI: Il valore del Messico;
-Rapporto Ispi 2025. L’anno della verità. Capitolo I. Il mondo in bilico. La crisi infinita dell’ordine internazionale, Alessandro Colombo (ISPI e Università degli Studi di Milano);
-Francesco Petroni. La Groenlandia e la forza del destino.
https://www.limesonline.com/rivista/groenlandia-trump-stati-uniti-dominio-nord-america-18348099/
-Lorenzo di Muro. Ultimatum al Messico: “Chiudete le frontiere o ve le chiudiamo noi”
–Is Mexico China’s Backdoor to the Usa?
-Limes La pace sporca. Numero 7/25. Editoriale
[1] L’India fa infatti parte del QUAD ovvero Il Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quadrilateral Security Dialogue) il quale consiste in una cooperazione strategica informale fra Australia, Usa, India e Giappone volta a contrastare l’espansionismo cinese nell’area
[2] La Dottrina Monroe è un principio della politica estera degli Stati Uniti, annunciato dal presidente James Monroe nel 1823, che stabilisce che le potenze europee non devono più colonizzare o interferire negli affari dell’emisfero occidentale. Sintetizzata nella frase “L’America agli americani”, ha segnato la leadership statunitense nel continente, inizialmente con una funzione difensiva, ma poi evoluta in uno strumento di egemonia regionale




