Tra il “villaggio globale” e la parabola del “buon samaritano”

«Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza.»

Nel suo discorso a Rimini nell’agosto 2020, quando in molti pensavano di aver superato la pandemia, Mario Draghi richiamò la “preghiera per la serenità” di Karl Paul Reinhold Niebuhr. In generale il suo intervento sembrava essere – e lo è ancora per chi scrive in questo momento –  particolarmente importante sia per la situazione attuale sia per l’autorevolezza dell’autore.

Partendo dal suo speech si è definita, assieme al prof. Martino Lo Cascio, una lettura critica con considerazioni ragionate. Proprio in queste ore il Presidente della Repubblica ha conferito un mandato esplorativo a Mario Draghi per la formazione di un nuovo esecutivo. Nella breve memoria, Draghi a Rimini di Martino Lo Cascio e Mauro Aliano pubblicata da Aracne Editrice, vi si può trovare una trascrizione del discorso intercalato da considerazioni che si pensa siano rilevanti, e che seguono lo sviluppo del pensiero espresso dall’ex presidente della Banca Centrale Europea.

Le note sono racchiuse in riquadri che seguono passo a passo il testo dello speech con indicazioni su letture che si crede possano integrarne ed ampliarne i contenuti. Qualche passo delle letture consigliate è riportato alla fine del testo seguendo l’ordine delle note e dei riquadri.

L’articolazione da “vecchio sussidiario” ha la pretesa di ampliare le prospettive per alcuni dei molti temi inanellati nella prosa secca e chiara di Mario Draghi.  Sembrano emergere almeno 3 punti che caratterizzano il Draghi-pensiero, o meglio il suo approccio alla pandemia.

Il primo: collocare i temi sanitari ed economici che nascono dalla perdurante pandemia lungo il filo della storia europea tra le due guerre, non solo per la grande crisi del ‘29, ma anche e soprattutto per i modi di finanziare le attività belliche, alternativamente o congiuntamente, con fiscalità, con batter moneta e/o debito, e per i modi posti in essere per evitare una nuova Versailles.

Il secondo: la strana guerra dell’umanità contro un virus, di cui solo poco a poco si conoscono le caratteristiche, viene inquadrata su una società nella quale il brivido dell’incertezza e della chiusura ostile verso l’altro hanno influenzato il già accidentato percorso verso una dimensione economica, sociale e politica del continente europeo tra i continenti economici del villaggio globale.

Infine, non per importanza, si palesa il sovrapporsi dell’attuale crisi economica a discrasie strutturali e di politica fiscale che avevano caratterizzato i “colli di bottiglia”, veri e propri vizi, nell’evolvere dell’economia prima della pandemia, per superare i quali è necessaria l’etica oltre, o magari assieme, al pensiero economico.

La discussione dei punti è appesa al filo che tiene unita la ragione tecnica e morale; per questo nella lettura si propongono alcuni approfondimenti in calce, che rendono conto e danno seguito alla frase di un giovane discepolo in merito alla aderenza dello scritto di Draghi a lezioni, memorie, volumi dei due autori e di qualche collega del loro circolo, realizzate da più di un lustro, e alla opportunità di allargare, anche dal basso, cioè dai giovani, un dibattito che ormai informa i più avvertiti corpi intermedi, persino la Chiesa di Papa Francesco.

Nonostante tutto restano ancora 3 temi che richiedono un’ulteriore discussione e si riferiscono a tre aspetti che rappresenteranno altrettante sfide per il futuro.

La prima sfida si colloca su un tema molto vicino, si fa per dire, a Draghi. Il Quantitative Easing (QE) come risposta alla crisi, a partire da una sorta di svalutazione del debito, misura antica prevista già dalle “Hammurabi Stones”, in caso di eventi negativi generalizzati, oppure come riformulazione della teoria monetaria per rallentare, nei paesi a più vecchio sviluppo e in squilibrio demografico, la loro cosiddetta “crisi secolare”.

La seconda impatta sul lavoro, come mercato segmentato, nel quale accanto al declinante lavoro fordista, o addirittura, a nuove forme di lavoro servile, emerge prepotente la crescita e la quota sul lavoro sociale, del lavoro-prodotto. Un lavoro, quest’ultimo, avrebbe detto Keynes, ai confini con il tempo libero, non più in trade-off con il capitale, ma esso stesso un output che ha come input la conoscenza, la tecnologia cumulata: globalizzazione di oggi e sviluppi tecnologici (l’ICT), che pure contengono, ancora per molti, percezioni di perdita di potere d’acquisto, di status, e rischi concreti di passare dal digital divide al knowledge divide.

Altra sfida, ma anche chiave di lettura un po’ a monte e un po’ a valle,del discorso di Draghi: l’ipotesi da noi avanzata sull’esistenza, già prima della pandemia, di “due trappole della liquidità” convergenti, indotte sia da aspettative di caduta dei prezzi (per le interazioni con le barriere all’ingresso ai newcomer nazionali poste da transnazionali apolidi in ambiente deflazionistico), sia da aspettative di aumento della qualità dell’output (interazioni con obsolescenza programmata ed altro, come il marketing per ogni dove). E il relatore sottolinea le conseguenze del lockdown che rendono tragica la carenza, insieme, di domanda e di offerta rispetto al potenziale umano e tecnologico, ma ha qualche amnesia sul traguardo a breve dell’Unione Bancaria Europea.

Sì, va bene la politica monetaria, la macroeconomia, il mercato del lavoro, ma alla fine, proprio in queste ore, quello che quasi tutti gli italiani si chiedono è: ma Mario Draghi è di destra o di sinistra? Una delle domande più digitate sui motori di ricerca.

Non è banale forse ricordare come questa dicotomia sia stata ormai superata dal tempo e dai fatti (emblematica l’impossibilità di dirimere lo stesso quesito per il quasi ex Presidente Conte, basti pensare al governo Conte 1 e al governo Conte 2).

Quello che si può fare, tuttavia, è abbozzare un ritratto, con le caratteristiche salienti che emergono proprio dal discorso di Rimini, partendo dal realismo e dal pragmatismo che, non solo in tale discorso, hanno sempre caratterizzato l’agire del Draghi uomo delle Istituzioni. A questo si aggiunge il termine “etica”, inteso anche come senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future che porta a distinguere il debito “buono”, finalizzato agli investimenti produttivi, alla ricerca, alla sostenibilità e alla digitalizzazione, da quello “cattivo”, destinato ai sussidi che sono giustificabili solo nel breve periodo.

Questi tratti salienti si calano nella forte convinzione della condivisione delle regole internazionali ed europee, lontane anni luce da un approccio sovranista e con un respiro poco globale. Insomma: tra “villaggio globale” e “buon samaritano”.

Mauro Aliano è coautore del libro Draghi a Rimini, edito da Aracne Editrice.

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