Dopo i risultati del primo turno, le borse hanno brindato; dopo il secondo turno hanno ritracciato (ma come si dice … buy the rumors and sell the news). “Una speranza si aggira per l’Europa”, qualcuno ha commentato. L’elezione all’Eliseo di Emmanuel Macron, ex ministro, banchiere, più o meno velatamente massone, europeista convinto, audace e fortunato, giovane edipo sedicente anti-establishment (vero?), amatissimo nei centri urbani (90% a Parigi) e dai ceti più acculturati ha fatto tirare un altro sospiro di sollievo (dopo i recenti risultati delle elezioni in Olanda) a chi temeva l’espandersi del populismo in Europa.

Il tasso di cambio euro/dollaro, uno dei barometri delle tensioni sulla moneta unica, è passato da 1,0715 di venerdì 21 Aprile (ultima quotazione precedente al primo turno delle presidenziali francesi), a 1,0987 nella prima mattinata dell’8 maggio (giorno seguente al definitivo successo di Macron). Nello stesso periodo il CAC 40 ha guadagnato il 6,40%.

Tutto bene dunque? Non proprio. I più attenti osservatori, dopo la sbornia iniziale, hanno iniziato ad effettuare considerazioni più sobrie su quelli che potrebbero essere gli sviluppi politici ed economici nella futura Francia. E l’hangover si è fato acuto.

Partiamo dagli aspetti più strettamente politici. Come avevamo già evidenziato in precedente articolo (Parigi val bene una messa, seconda parte), il nodo cruciale rimangono le legislative di giugno, dove il neo presidente dovrà cercare di ottenere la maggioranza dei seggi con un partito-movimento, En marche, che non si è mai presentato alle elezioni e che, per farlo, cambierà addirittura nome: La Republique en marche. Sottolinea Dominique Reynie, professore di Scienze Politiche intervistato da Bloomberg, “Nel Sistema francese, se (Macron) non ottiene la maggioranza in Parlamento avrà un potere limitato, diventerebbe una sorta di monarca costituzionale. Se invece ha una sua maggioranza, avrebbe tutti quei pieni poteri che la Quinta Repubblica garantisce al presidente”. Giusto per avere un’idea, il riquadro sottostante proposto da Bloomberg indica quali sono i poteri del Presidente e quelli del Parlamento.

E’ lecito dunque chiedersi a) dove troverà Macron gli uomini da piazzare nei collegi, stante anche il fatto che egli si è impegnato per una assoluta parità di genere e ha promesso che metà dei suoi candidati dovranno provenire da ambienti esterni ai tradizionali circoli politici: b) da che parte prenderà i voti; non è così scontato, infatti, presumere che chi lo ha votato per le presidenziali lo voterà anche per le legislative: un vecchio adagio francese indica che al primo turno delle presidenziali si sceglie, al secondo si elimina. Molti elettori di Macron potrebbero essere semplicemente degli anti Le Pen; non dimentichiamoci poi del forte astensionismo che ha caratterizzato il secondo turno delle presidenziali.

Sicuramente, molti dei soggetti di cui ai punti a) e b) arriveranno dalle ceneri del partito socialista[1], ma non è detto che su tali ceneri si innesti anche l’estrema sinistra di Melenchon. Certo, in parte si potrebbe pescare dal centro destra dopo la debacle dei repubblicani e le dimissioni di Fillon, ossia dai quei liberali non estremisti che non andrebbero comunque con la Le Pen. Bruno Le Maire, deputato di destra, ha recentemente affermato in un’intervista che Macron deve tendere la mano a milioni di elettori di centro destra che non si sono visti rappresentati al secondo turno delle elezioni (ed è subito stato accontentato con una poltrona da ministro). Ma è la stessa recente nomina a Primo Ministro del conservatore Edouard Philippe, fedelissimo dell’ex premier conservatore Alain Juppé, che va proprio in questa direzione.


Dall’altra parte, la Le Pen, attraverso un’ardita smentita delle proprie origini, sembrerebbe intenzionata ad edulcorare le posizioni più intransigenti del Front National, tanto che già circola l’idea di cambiare il nome al partito. Non è poi da dimenticare che la Le Pen ha comunque ottenuto svariati milioni di voti, raddoppiando quelli ottenuti dal padre nelle elezioni del 2002. La vittoria di Macron, in sostanza, non significa che l’estrema destra è definitivamente sconfitta.

Rimangono dunque molti dubbi sul fatto che Macron possa ottenere la maggioranza in Parlamento, così da non dovere combattere per 5 anni per fare passare riforme e progetti, soprattutto economici; molto probabilmente egli sarà costretto ad accettare una coalizione con i socialisti o con il centro destra dei repubblicani

Veniamo allora agli aspetti economici, quelli che più interessano i milioni di disoccupati in Francia. Macron ha promesso tante cose in campagna elettorale: ma come per tutti i politici, il passaggio dal dire al fare comporta la necessità di trovare adeguate coperture finanziarie ed efficacia negli strumenti da utilizzare. Ricordiamo allora i punti principali del programma di Macron.

  • 50 miliardi di euro di investimenti così suddivisi: 15 miliardi per la formazione; 15 miliardi per la transizione ambientale ed energetica; 5 miliardi per la salute; 5 miliardi per l’agricoltura; 5 miliardi per la modernizzazione della pubblica amministrazione; 5 miliardi per i trasportie servizi locali.
  • Aumento della formazione per i lavoratori
  • Riduzione dei contributi previdenziali per i dipendenti e indipendenti
  • Eliminazione di alcune forme di tassazione sugli immobili
  • Riforma del diritto del lavoro (ad esempio eliminazione della famosa regola delle 35 ore settimanali) e taglio alle tasse sul lavoro
  • Flat tax sul capitale e taglio delle tasse per le imprese
  • Investimenti in sicurezza e antiterrorismo

Il costo della spesa (considerando anche che Macron vorrebbe rispettare il vincolo deficit/PIl al 3%) dovrebbe essere saldato con 60 miliardi di tagli alla spesa pubblica entro il 2022, attraverso un efficientamento dell’apparto burocratico. Si tratta di un obiettivo ambizioso, che se da un lato comprende importanti misure di “modernizzazione” del servizio pubblico, dall’altro prevede l’eliminazione di 120.000 posti da funzionari in cinque anni (50.000 nel servizio civile dello Stato e 70.000 nel settore pubblico territoriale). E’ tuttavia da notate che Macron, durante la sua esperienza da Ministro dell’economia, pur cercando il più possibile di spingere l’amministrazione socialista verso riforme di libero mercato, ha ottenuto ben poco, dovendosi scontrare con le resistenze di una maggioranza parlamentare ancora legata a vecchi schemi.

In attesa delle elezioni di giugno, molte cose vanno comunque avanti; le banche francesi, ad esempio, continuano senza rumore il loro trasferimento di posti di lavoro all’estero. BNP Paribas trasferirà in Marocco una serie di servizi informatici che oggi impiegano 150 persone in Francia; e l’iniziativa non è isolata nel settore. Natixis, la società di investment banking della Banque Populaire Caisse d’Epargne (BPCE), si sta attualmente muovendo per trasferire in Portogallo gran parte della gestione dei servizi informatici, andando ad interiorizzare attività precedentemente affidate a fornitori di servizi esterni in Francia (si stima che seicento posizioni saranno progressivamente trasferiti). Whirlpool, un emblema di delocalizzazioni che continuano ad interessare alcuni settori dell’industria francese, rimarrà ancora un forte indicatore della campagna elettorale per le legislative.

Conclusione: andiamoci piano con lo champagne

 

À la prochaine

 

Reference Shelf

 

 

[1] Manuel Valls, ministro sotto il Presidente Francois Hollande, ha dichiarato di essere disposto a correre per le legislative nelle file di Macron, affermando che ormai il partito socialista è morto. Ma la proposta è stata rimessa al mittente.

Articolo precedente

SP500 and VIX: how long will it last?

Articolo successivo

Guadagnare di più con la MIFID II? Si può ma…