Sì, spiovve.

Perché con l’approvazione dell’articolato di proposta licenziato dal Consiglio Europeo il 19 Dicembre 2022 sul “Meccanismo di Limitazione al prezzo del Gas” si è avuta la diffusa sensazione di sollievo che si percepisce quando, dopo un rumoroso prepararsi ad una tempesta, le nubi invece si diradano e ritorna il bello.

L’antefatto (il rumoroso tuonare) è ben noto: l’Europa, sia come geografia che come entità politica, è alle prese con una spaventosa crisi energetica di cui i nostri affezionati lettori su questa come su altre piattaforme ci hanno visti ammonire[1] prima e (de)scrivere[2] poi sin dall’estate del 2021.

Da subito abbiamo stigmatizzato la nativa vulnerabilità delle forniture di gas di cui l’Europa in generale, e Germania ed Italia in particolare (tra i grandi consumatori delle preziose molecole blu), si approvvigionavano.

La strategia russa dello strangolamento alle forniture europee messa in atto sin dalla primavera del 2021 e di cui abbiamo dato evidenza dalle colonne del Financial Times nell’autunno 2021[3] ha da subito rimesso in chiaro quale fosse il vulnus del sistema di approvvigionamenti europei: natura terrestre – appunto – ed altamente concentrata delle forniture del carburante che sta al cuore del sistema economico ed industriale europeo. Qualsiasi operazione di disingaggio dalla triade Russia, Norvegia ed Algeria (che assommavano oltre otto decimi delle importazioni di gas in Europa) e dalla Russia in particolare (quattro decimi del totale) sarebbe stata particolarmente sfidante.

Venuta progressivamente meno la quasi totalità delle forniture russe tra la fine del 2021 e la fine del 2022 in un crescendo di ritorsioni, sabotaggi ed auto-sanzioni infiammati dall’avvio delle operazioni belliche russe contro l’Ucraina, l’Europa ha iniziato a misurare duramente il costo di una ristrutturazione molto complicata della triade del proprio bouquet di fornitori. La “bolletta energetica” europea è decollata attorno ai dieci (sì, dieci) punti di PIL[4] della EU27 dai circa due (sì, due) del recente passato con le ben note ripercussioni su Inflazione, Spesa e Debito Pubblici e più in generale sulla tenuta della coesione sociale senza la quale lo sforzo politico dei paesi UE alla resistenza ucraina viene messa a dura prova.

Ed ecco che è solo sotto questa prospettiva che si può ragionare in termini compiuti su storia ed effetti dei “cap” al prezzo del gas.

Le recenti disposizioni del Consiglio europeo coronano in modo omeopatico (si parva licet) poco meno di dodici mesi entro cui si è passati fluidamente da tanto empatiche quanto inattuabili proposte atte a bloccare di sana pianta le importazioni di gas in Europa[5] al fine di dissuadere Putin dal proseguire nell’invasione armata dell’Ucraina, a soluzioni di più ampio (e quindi meno efficace) spettro tramite cui limitare – in un regime di massicciamente inferiori volumi di gas disponibile agli europei– le escursioni del prezzo a cui i paesi UE sono chiamati a sostituire circa quattro decimi delle proprie complessive importazioni di metano.

Il punto sta proprio qui: sostituire circa quattro decimi delle proprie complessive importazioni di metano.

In un regime di domanda rigida (cioè: che si modifica poco) quale sarebbe il mezzo diverso dall’incremento dei prezzi per attirare verso affamati compratori le molecole di gas necessarie a colmare il deficit di offerta russa?

Di più: in un regime di domanda rigida e soddisfatta eminentemente da vie di approvvigionamento terrestri (e quindi fisse, non modificabili e/o espandibili in termini logistici in tempi brevi), come far attraccare sulle coste europee navi metaniere attraendole[6] dalle rotte internazionali proprio da noi?

E già: perché proprio quando non esisteva alcun limite al prezzo all’ingrosso del gas, è stato precisamente grazie al segnale di prezzo che il triplo dei volumi di Gas Naturale Liquefatto (GNL) ha raggiunto l’Europa nel volgere di appena sei mesi (da 1,1 miliardi di mc/settimana di Ottobre 2021 ai 3,6 miliardi di mc/settimana di Aprile 2022) in parallelo all’affievolirsi – sino a poco più che all’odierno spegnersi – delle forniture russe.

Hanno buon gioco quindi i commentatori d’assalto oggi a ricostruire retrospettivamente la storia dei prezzi dell’ormai infaustamente celebre TTF[7] alla luce delle prescrizioni partorite dal Consiglio Europeo dopo tuoni durati un anno intero.

In particolare, secondo costoro, basterebbe individuare sulla serie storica dei dati relativi al 2022 la coesistenza di periodi di tre giorni entro cui:

  1. Il benchmark Title-Transfer Facility abbia registrato prezzi superiori ai 180Eur/mWh, e
  2. Tale prezzo TTF sia risultato superiore di 30Eur/mWh ad un non meglio identificato benchmark di quotazioni di Navi Gasiere

Per individuare il momento in cui il contingentamento del prezzo del TTF stesso si sarebbe attivato, limitando quelli che molti (troppi?) definiscono strappi “speculativi” del prezzo stesso.

E’ spiovuto, quindi, madama la marchesa?

Senza entrare nel disutile ginepraio di clausole di esenzione, periodi di applicazione, condizioni di sospensione e revoca del cap stesso previste con consueto zelo ecumenico dal testo licenziato dal Consiglio europeo per una misura che – salvo modifiche – dovrebbe omeopaticamente entrare in vigore dal Febbraio del 2023 per i dodici mesi successivi, si provi semplicemente a riflettere sul seguente aspetto del tutto banale. L’eventuale attivazione del cap inibisce il fair play della competizione sull’unica variabile – prezzo – su cui si può agire nel breve termine in assenza di una strutturale contrazione della domanda.

Pertanto:

  • è retrospettivamente naif teorizzare che avremmo raggiunto i (più) bassi prezzi odierni rispetto ai picchi estivi in presenza di un cap che inibendo violente escursioni di prezzo ci avrebbe impedito di stoccare – durante l’estate – le imponenti quantità di metano di cui ci beiamo oggi e grazie alle quali appunto – le quotazioni odierne sono “appena” attorno ai 100Eur/mWh;
  • è prospetticamente estremante rischioso riproporre un approccio “what-if” di tipo statico e non dinamico. Gli attori di mercato sanno ora quale sia il cappio (omeopatico, beninteso) al quale la catena di fornitura europea di gas metano potrebbe essere impiccata. Ed è esattamente questa la via attraverso cui la tanto temuta quanto in-identificabile speculazione – che altro non è stato durante l’estate 2022 che la nostra corsa a rotta di collo per “acquisire” molecole che altrimenti mai avremmo ottenuto se non strapagandole – potrebbe realmente stavolta mettere a rischio la ricostituzione delle scorte di gas metano nell’estate 2023 in vista di un inverno (il 2023-’24) dove dovrebbero mancare del tutto le residue forniture terrestri provenienti da Mosca.

 

 

[1] Si veda: https://twitter.com/degiorgiod/status/1427263928934047748?s=20&t=OLcDxWr3Hfh5Z3_P2ReatQ

[2] Si veda: https://twitter.com/degiorgiod/status/1445647991155552261?s=20&t=OLcDxWr3Hfh5Z3_P2ReatQ

[3] “Gazprom’s low gas storage levels fuel questions over Russia’s supply to Europe”, Financial Times, 27 Ottobre 2021, https://www.ft.com/content/576a96f7-e41d-4068-a61b-f74f2b2d3b81

[4] Si veda: https://twitter.com/degiorgiod/status/1511357637723672581?s=20&t=OLcDxWr3Hfh5Z3_P2ReatQ

[5] Si veda: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2021-0159_EN.pdf

[6] Si veda: https://twitter.com/degiorgiod/status/1552609784356118533?s=20&t=OLcDxWr3Hfh5Z3_P2ReatQ

[7] Dopo “spread BTP-Bund“, must del periodo 2010-2016, è ora TTF la parola – rectius, acronimo – d’ordine per dar impunemente l’idea di sapere di cosa si stia parlando.