Negli ultimi anni gli ETF (Exchange Traded Funds) sono usciti dalle pagine della finanza specializzata, hanno raggiunto un pubblico più ampio e compaiono sempre più spesso nelle newsletter delle banche e nei piani di risparmio “chiavi in mano”.
Piacciono perché, almeno in teoria, sono semplici: un clic, un indice, costi bassi. Come la Model T di Henry Ford rese l’auto accessibile alla classe media, i primi ETF degli anni ’90 portarono la diversificazione alla portata dei piccoli investitori. Prima servivano capitali elevati o strumenti finanziari costosi per poter attuare una buona diversificazione e per poter accedere a differenti mercati. Oggi si può comprare in Borsa un ETF, come un’azione, anche partendo da cifre minimali.
La domanda, però, sorge spontanea: è tutto oro quello che luccica? O gli investitori dovrebbero considerare più attentamente questo strumento finanziario? Proviamo a fare qualche considerazione.
Cos’è un ETF?
È un fondo (o una Sicav) quotato in borsa che replica (per lo più in modo passivo, ma oggi esistono anche ETF semi-passivi e addirittura attivi) un indice di mercato. Si compra e si vende come un’azione, con costi ricorrenti in genere più bassi dei fondi comuni di investimento tradizionali.
Ricordiamo che gli ETF quotati in Borsa Italia sull’ETF plus sono tutti armonizzati. Si tratta quindi di OICR (Organismi di investimento collettivo del risparmio) che devono comunque rispettare le norme in tema di separatezza patrimoniale, trasparenza, e contenimento del rischio previste per i tradizionali fondi comuni.
Gli ETF piacciono molto agli investitori per diverse ragioni:
- Costi bassi. Il costo totale annuo di molti ETF è nell’ordine di pochi decimi di punto percentuale, contro commissioni comprese tra 1-2 punti percentuali (o talora più alte) dei fondi attivi tradizionali.
- Trasparenza e flessibilità. Diversamente dai fondi aperti tradizionali, in cui il valore di acquisto e di vendita è il cosiddetto NAV (Net Asset Value), calcolato giornalmente, gli ETF vengono comprati/venduti al prezzo di mercato, verificabile in tempo reale. In ogni momento l’investitore conosce quindi il valore del suo investimento
- Diversificazione e accessibilità. Con gli ETF si possono ottenere esposizione a intere aree di mercato: da singoli Paesi (Italia, Stati Uniti), a regioni più ampie (Europa, mercati emergenti), fino al mondo intero (indici globali come MSCI World o FTSE All-World) oppure a settori e temi specifici (es. tecnologia, energia, intelligenza artificiale). In più l’innovazione di prodotto ha creato nel corso del tempo anche ETF basati su particolari strategie/idee di investimento. E più recentemente, anche in Italia, sono comparsi i cosiddetti ETF attivi, non più strettamente legati alla replica di uno specifico benchmark. L’acquisto di ETF può avvenire anche per poche decine di euro, sebbene si debba sempre tener conto dei costi di transazione
Se vogliamo usare una similitudine, gli ETF hanno portato nel mondo degli investimenti l’idea dell’on demand: come si sceglie una serie televisiva, così si può scegliere un’area di mercato su cui investire.
Ma cosa hanno davvero cambiato gli ETF nel modo di investire e di proporre consulenza agli investitori?
Per chi vuole investire da solo, senza farsi guidare da un consulente finanziario o da un banker (in alternativa sfruttando l’intelligenza artificiale), gli ETF rappresentano in effetti una potente innovazione. Costruirsi un proprio portafoglio diversificato a livello globale è difatti diventato meno complicato di un tempo. Con 2 – 4 ETF (azionari globali, eventuali Paesi emergenti, obbligazioni globali ecc..) si può facilmente arrivare al classico portafoglio 60/40. In alternativa, un multi-asset “tutto in uno” o un ETF portfolio, rende ancora più semplice (ma di norma più costosa) la cosa.
Per i professionisti della finanza, gli aspetti da considerare sono differenti.
Se per anni gli ETF sono stati osteggiati dal mondo bancario e delle reti di consulenza finanziaria come evidenti concorrenti, oggi le cose sono notevolmente cambiate. Gli ETF sono infatti ormai inglobati non solo negli stessi fondi comuni tradizionali, ma anche nelle gestioni patrimoniali e nei wrapper assicurativi collocati da consulenti e private banker, e spesso, ma non sempre, sono direttamente consulenziabili dagli stessi.
Se consideriamo invece i consulenti finanziari autonomi, cioè non legati da mandato con una banca, l’utilizzo degli ETF costituisce la base della loro proposizione consulenziale e del loro modello di business.
In quest’ottica, quindi, gli ETF divengono strumenti ideali per una implementazione più efficiente del portafoglio, per effettuare ribilanciamenti in maniera flessibile, e per diminuire i costi complessivi del portafoglio. Ciò permette ai consulenti di avere più tempo a disposizione per analizzare esigenze e obiettivi della propria clientela.
Dove stanno allora le possibili insidie?
Se da un lato gli ETF hanno sicuramente indubbi vantaggi, dall’altro non bisogna scordare che le mode di mercato (perché anche nel mondo finanziario esistono!) portano spesso ad una sovrabbondanza di offerta. Basti pensare che gli ETF quotati in Italia superano il migliaio ormai da anni.
In tale mare magnum occorre quindi porre attenzione a come muoversi e a cosa evitare per non inciampare.
Partiamo dalla supposta diversificazione. Un ETF non è in sé, sempre e comunque, diversificato: molto dipende, infatti, dall’indice che viene replicato.
Gli indici globali e ampi di norma diluiscono il rischio in quanto composti da molte aziende, ma anche per questi il livello di concentrazione su pochi titoli può essere elevato. Ad esempio, se consideriamo lo SP500 americano, i primi 10 titoli pesavano a fine agosto 2025 per il 37,9%.
Gli indici tematici, o quelli relativi al mercato di un singolo Paese, possono risultare più concentrati. La concentrazione non è un male in sé: l’importante è che sia conosciuta, compresa e dosata nel portafoglio.
Per quanto attiene ai costi, occorre considerare che oltre alla commissione di gestione (in alcuni casi veramente esigua) incidono anche i costi di negoziazione dell’ETF stesso, sia in fase di acquisto che di vendita. Tali costi sono rappresentati dalle commissioni di trading, più o meno elevate a seconda dell’intermediario con cui si opera, e dallo spread denaro–lettera cioè la differenza tra i prezzi di acquisto e vendita, che è un costo implicito di mercato (generalmente molto basso ma in alcuni casi, cioè per ETF poco liquidi, e in alcuni momenti di volatilità di mercato, non esattamente minimale).
Questi costi incidono maggiormente per chi utilizza gli ETF anche a scopo di trading, ovvero per chi si fa prendere troppo la mano nel market timing. Tuttavia, se gli ETF sono correttamente utilizzati a scopo di investimento — pochi ETF ben scelti, strumenti liquidi, e con bassa rotazione di portafoglio — questi oneri in genere restano contenuti e non erodono il vantaggio di costo rispetto ai fondi tradizionali.
Si è poi detto della semplicità degli ETF, ma anche questo aspetto deve essere ripensato. Esistono infatti sul mercato anche ETF molto complessi: a leva long, short e short a leva, basati su strategie di investimento particolari (private equity, volatilità ecc..). Questi strumenti richiedono una maggior capacità di comprensione da parte di chi li utilizza, onde evitare che ci si esponga in maniera inconscia a rischi non percepiti.
In termini generali l’offerta di ETF, in continua crescita ormai da tempo e spesso focalizzata nella rincorsa ai trend e alle mode del momento, ha creato un universo più che affollato: strumenti simili o che replicano varianti degli stessi indici, sovrapposizioni di esposizioni a stesse aziende o settori, liquidazioni o fusioni tra ETF quando, dopo il lancio, non si raggiunge la sufficiente massa critica.
Emerge quindi un problema non banale di scelta degli ETF da inserire nel proprio portafoglio: e non tutto ciò che è nuovo merita spazio in portafoglio … anzi.
Come scegliere senza perdersi nel mare magnum
Eccovi alcuni rapidi suggerimenti.
- Indice sottostante: scegliere ETF che replicano indici chiari, ampi, costruiti con metodologie semplici.
- Considerare il costo “vero” dell’investimento: TER basso, scostamento dall’indice contenuto; spread ragionevole.
- Attenzione a liquidità e taglia: verifica se i volumi di scambio e gli spread del book di negoziazione sono adeguati. La dimensione del patrimonio in gestione (AUM) e la longevità del fondo possono essere indizi utili al riguardo.
- Coerenza con le proprie esigenze: non seguire le mode, ma costruire il proprio portafoglio con strumenti in linea con obiettivi, orizzonte temporale e tolleranza alle oscillazioni. Se non servono flussi periodici, preferire ETF ad accumulazione; se si desiderano entrate regolari, scegliere ETF a distribuzione. In generale, più lungo è l’orizzonte, più spazio all’azionario;
- Falsi miti. “Con gli ETF non posso sbagliare”. Purtroppo errato: si può sbagliare esposizione, peso, timing, valuta. “Più specifico = più intelligente”. Non sempre: più un ETF si basa su una strategia/esposizione specifica, più il rischio di concentrazione o di timing può essere elevato.
In definitiva: gli ETF sono una moda o una vera svolta?
La risposta potrebbe essere: “entrambe le cose”. Ma le mode passano, le svolte di mercato restano.
Gli ETF hanno reso l’investimento nei mercati finanziari più accessibile e meno costoso. E da qui non si torna indietro.
Ma la vera sfida, per gli investitori retail, è quella di non farsi prendere la mano è inseguire ogni novità che, periodicamente, appare su questo mercato. Occorre usare gli ETF per ciò che sono: strumenti utili per raggiungere i propri obiettivi, che devono essere scelti in maniera accorta e seguendo un piano di investimento coerente.
Il resto può luccicare, ma non è oro.
Per chi desidera approfondire: il mio libro Investire Senza Paura – Carlo e la scoperta degli ETF offre, attraverso una storia concreta e un linguaggio semplice, una guida pratica per avvicinarsi senza timore agli ETF. Buona lettura.




