Investire in maniera sostenibile secondo le logiche SRI (Sustainable and Responsible Investment) è ormai un tratto comune dell’industria del risparmio gestito. E la ricerca/selezione di società con un rating ESG (Environmental, Social, Governance) adeguato fa parte dell’attività quotidiana di un gestore.

Ma cosa determina, in sostanza, il rating ESG di una società? Ovvero, a parte le indicazioni fornite dalle stesse società di rating in merito alle loro procedure di analisi, quali caratteristiche della società a cui viene assegnato il giudizio appaiono incidere maggiormente sullo stesso?

Un’analisi in tale senso, e circoscritta al settore finanziario, è stata svolta di recente da Fabrizio Crespi (Università di Cagliari) e da Milena Migliavacca (Università Cattolica di Milano) in un paper pubblicato dalla rivista Sustainability: l’eloquente titolo “The Determinants of ESG Rating in the Financial Industry: The Same Old Story or a Different Tale?” già di per sé fa intendere il tenore della research question sottostante.

Vediamo in breve in cosa consiste l’analisi e quali sono i principali risultati ottenuti.

 

La letteratura in materia

Il tema delle variabili determinanti il rating ESG, e più in generale della correlazione tra le caratteristiche di una società e la sua Corporate Social Performance (CSP) (in termini semplici: quanto ti impegni ad essere veramente social) ovvero della sua Corporate Social Responsibility (CSR) disclosure (quanto dici di essere socialmente responsabile[1]), è divenuto particolarmente di moda nel mondo accademico.


Si possono distinguere al riguardo due macro-filoni di ricerca. Da un lato, diversi studiosi si sono chiesti se la CSP influenzi positivamente o negativamente la CFP (Corporate Financial Perfomance). Come a dire: se sei più green, più social e più attento alle governance, ciò migliora nel tempo la tua performance (ROE ad esempio) nonostante ti costi in termini di dispendio di risorse? La risposta data dagli studiosi, come sempre, non è univoca: in generale, tuttavia, è possibile affermare che un maggiore impegno nella CSP perlomeno non riduce la CFP, tutt’al più la aumenta.

Dall’altro lato, invece, si è cercato di capire quali caratteristiche, economico-finanziarie e non, di una società incidano sul suo rating ESG (ovvero, e anche qui, sulla sua CSR disclosure). Al riguardo, è possibile affermare che le analisi effettuate hanno valutato i seguenti aspetti:

  • Settore industriale e country: in questo caso si analizza se l’appartenenza ad una specifica industria, piuttosto che l’ubicazione in una nazione e non in un’altra, possano avere qualche influenza sul rating ESG. Ad esempio: il fatto che io operi in un Paese di common law piuttosto che di civil law mi porta ad essere più green o più attento alla mia corporate governance?
  • Tempo: quanto l’adozione di un rating ESG, ovvero il suo miglioramento, sono legati al fattore tempo? Ad esempio: le imprese che hanno rating maggiori sono quelle che operano in un determinato settore da più anni? Nel corso del tempo il rating di una società migliora in maniera sensibile? Il che significherebbe che l’assegnazione di un rating modifica nel tempo i comportamenti
  • Caratteristiche della società di tipo non economico-finanziario: in questo senso diversi studi hanno analizzato le caratteristiche del board delle società facenti parte del campione di ricerca per comprendere se un differente modo di gestire la governance abbia un impatto più o meno positivo sulla CSP. Ad esempio: se nel consiglio di amministrazione ci sono più donne, ovvero più amministratori indipendenti, le cose migliorano? I risultati di queste indagini non sono univoci, anzi a volte contrastanti.
  • Caratteristiche della società di tipo economico-finanziario: qui si analizzano invece variabili classiche: dimensione, redditività, leva finanziaria, diversificazione del business ecc..

 

Cosa succede nel settore finanziario?

Secondo l’indagine di Crespi e Migliavacca la “taglia” di una società è una variabile chiave in quanto le stime indicano che il miglioramento della CSP nel corso del tempo è primariamente spinta dalle grandi imprese finanziarie, mentre le piccole società del settore sembra facciano fatica a mantenere il passo. Anzi, le grandi banche, specie se di tipo non commerciale, utilizzerebbero in parte la CSR disclosure per “mascherare” (deflect attention) strutture di capitale non ottimale.

Per quanto attiene invece al Paese di appartenenza (e in parte contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare), sembrerebbe che gli intermediari operanti in schemi giuridici-istituzionali di civil law siano più attenti alle tematiche di sustainability.

Interessante, infine, la scomposizione e l’analisi dei tre pillars del rating ESG. Infatti, gli aspetti Ambiente e Social seguono trend opposti rispetto alla Governance. Le grandi imprese finanziarie sembrano infatti più interessate a lavorare sul miglioramento dei primi due pillars, mentre le imprese più piccole (e ovviamente con meno risorse a disposizione) sono focalizzare sul lato Governance. Tale ultimo fenomeno è spiegabile dalla considerazione che il miglioramento della Governance richiede un impiego di risorse finanziarie relativamente contenuto rispetto all’implementazione di strategie lato Enviroment e Social.

In definitiva, l’analisi empirica suggerisce che le più grandi, più solide e più profittevoli aziende finanziarie sono quelle che con più probabilità ottengono rating maggiori, specialmente se operano in nazioni sviluppate e caratterizzate da un framework giuridico-istituzionale di civil law.

 

Grandi, ricche e belle fuori (speriamo anche dentro)

 

Per scaricare il paper eccovi il link

https://www.mdpi.com/2071-1050/12/16/6398/htm

[1] Sono infatti ben noti in letteratura due fenomeni diametralmente opposti: il greenwashing, ovvero cerco di dare una immagine eccessivamente positiva della mia azienda, anche attraverso una comunicazione in parte distorta, per dimostrare agli stakeholders che mi impegno nelle tematiche ESG; brownwashing, ovvero non comunico parte della mia attività ESG per evitare una flessione dei corsi azionari dovuta al fatto che gli shareholders potrebbero ritenere che sto sprecando risorse meglio investibili in altro modo. Al riguardo si veda: https://news.umich.edu/brownwashing-do-companies-underreport-environmental-progress/

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