La Standard Chartered PLC, un gruppo bancario internazionale con base a Londra ma operante principalmente in Asia, Africa e nel Middle East, ha recentemente annunciato di voler offrire a più del 90% dei propri 85.000 impiegati la possibilità di utilizzare diverse opzioni di lavoro flessibile/ibrido a partire dai primi del 2021. Entro il 2023 ci si attende che al programma parteciperanno circa 75.000 impiegati in 55 mercati. Addirittura, sembra che la banca stia pensando di fornire ai lavoratori degli spazi vicino a casa per evitar loro di spostarsi fino all’ufficio.

Si tratta di uno dei tanti esempi di ripensamento dei processi produttivi che la pandemia in corso ha velocemente messo in moto. Sdoganato lo smart working, efficientate le piattaforme di comunicazione a distanza, e testati i protocolli di sicurezza ci si è resi conto, soprattutto nel mondo bancario, che buona parte del personale può starsene tranquillamente a casa.

E peraltro i lavoratori appaiono allettati da forme di lavoro ibrido: alcuni giorni a casa e alcuni in ufficio, se ben calibrati, possono migliorare notevolmente la vita di molte persone. O almeno all’apparenza. Non a caso, una percentuale molto elevata dei dipendenti della Standard Chartered ha già accettato di buon grado l’offerta.

Ma quale possono essere le conseguenze di medio-lungo termine del lavoro a distanza, considerando che già oggi si stima che, anche a pandemia superata, un 30% di smart working diventerà strutturale? Al riguardo iniziano a farsi delle supposizioni, ma navigando in acque sconosciute è difficile tracciare una rotta precisa.

Per effettuare alcune considerazioni al riguardo, ed in particolare in relazione al settore bancario/finanziario di cui prevalentemente mi occupo, vi propongo innanzitutto la seguente immagine.

 

 

“E che significa questa immagine piena di ingranaggi?”, vi chiederete.

Beh, la logica è semplice: a) un ingranaggio si muove (le persone lavorano molto più da casa che dall’ufficio rispetto a quanto accadeva prima della crisi). b) una serie di ingranaggi si muovono di conseguenza.

Facciamo qualche esempio.

Se andate meno in ufficio spendete meno in benzina (ottimo per voi, meno per il benzinaio); mangiate meno volte in mensa (ottimo per la vostra dieta, meno per chi fornisce la mensa); la vostra auto fa meno km ogni anno, e voi spendete meno in tagliandi, gomme, manutenzioni ecc… (ottimo per voi meno per il meccanico). Lavorando più da casa scendete meno volte al bar sotto il vostro ufficio a bere il caffè; ma similmente scendete più spesso al bar sotto casa vostra a bere il caffè! (buono per il bar sotto casa, meno per quello sotto l’ufficio).

Se siete arditi, potete iniziare a pensare che in fondo vivere vicino al posto di lavoro potrebbe divenire alquanto meno importante: se ogni giorno devo fare 50 km per andare al lavoro risulta pesante, ma se lo devo fare solo due volte alla settimana potrebbe divenire più accettabile. E allora perché vivere, probabilmente a costo maggiore, in centro città vicino al vostro ufficio quando in periferia possono esservi soluzioni a minor costo e più vivibili (male per chi affitta case in centro, bene per chi propone villette in periferia).

Avete capito adesso?

Si tratta di un enorme domino in cui, pian piano, tutti gli ingranaggi si dovranno riassestare. Alcuni valori immobiliari e costi di affitto si abbasseranno in alcune zone per rialzarsi in altre; alcune forme di consumo (benzina fortunatamente) verranno intaccate negativamente, altre subiranno un rialzo considerevole (utilizzo di piattaforme di comunicazione). Qualcuno ci perderà e qualcuno ci guadagnerà, come normalmente avviene in tutte le fasi di cambiamento.

 

E nel settore bancario – finanziario?

A ben pensarci, lo smart working non rappresenta nient’altro che l’ennesimo impatto della tecnologia sul business bancario tradizionale.

A partire dagli ATM, fino ad arrivare al trading on line, l’introduzione di innovazioni tecnologiche ha rimodellato il modo di fare banca. Sappiamo già da anni che il graduale spostamento della clientela verso i conti on line ha svuotato le filiali; l’impressionante discesa del numero degli sportelli, già da noi in passato documentata (sic transit gloria mundi), e destinata a perdurare, testimonia ampiamente il fenomeno in atto.

Sempre di più, quindi, la relazione con la clientela si svolgerà tramite video, magari ancora ubicati in spazi fisici dove il personale in presenza potrebbe semplicemente svolgere una attività di accoglienza al fine di indirizzarmi verso il video corretto.

D’altra parte, gli stessi consulenti finanziari stanno sperimentando sempre di più la cosa, riuscendo ormai, a quanto mi riferiscono, a svolgere buona parte della relazione a distanza. Non voglio però essere manicheo: sono infatti convinto che alcuni momenti di contatto fisico con la clientela (giusto per guardarsi negli occhi, ed in privato) rimarranno essenziali per cementare la relazione. Ma a questo punto ci si può anche incontrare al circolo del Tennis, piuttosto che in un bel ristorante.

Ora, a parte coloro che nel settore bancario/finanziario si relazionano direttamente con la clientela (consulenti, private banker, gestori family ecc…), occorre considerare la moltitudine di impiegati che già adesso svolge lavori di back office o attività di supporto dietro le quinte. Per questi, un buon computer e una buona connessione (magari pagata dalla banca), potrebbero essere più che sufficienti per lavorare dalla poltrona di casa. E con una notevole riduzioni di costi per il datore di lavoro; pensate solo alla diminuzione degli spazi fisici che ne consegue, al drastico calo degli affitti, al risparmio sui costi mensa, di pulizia, di riscaldamento ecc…

Tutti felici allora? Non proprio.

Se lo smart working (dove facilmente applicabile) può avere chiari vantaggi economici per il lavoratore e il datore di lavoro, diversi sono i dubbi su cui gli esperti iniziano a ragionare in merito ai suoi effetti di lungo termine.

Lato datore lavoro (nel nostro caso la banca), si teme che un eccessivo uso del lavoro a distanza potrebbe diminuire la produttività degli impiegati. E badate bene: non tanto perché si ritiene che un impiegato, da casa, sia tentato di lavorare di meno. Ma perché la mancanza di uno scambio diretto di idee, di suggerimenti reciproci, di brainstorming continui, ovvero ed in sintesi, di affiatamento, potrebbe alla lunga limitare lo sviluppo di competenze e di mutamenti virtuosi. Certo, anche su Teams o Zoom ci si possono scambiare idee, ma non è la stessa cosa!

Lato lavoratore, invece, ci si chiede quali risvolti, anche psicologici, potrebbe avere lo smart working. Sì, alzarsi al mattino e non dovere stare un’ora o più in coda in tangenziale è stupendo. Ma non uscire nemmeno di casa e passare dal letto alla scrivania potrebbe alla lunga avere altri inconvenienti. Inoltre, le relazioni sul posto di lavoro servono, nel bene e nel male, allo sviluppo della propria persona oltre che delle proprie competenze; perdere totalmente tali relazioni, ovvero mantenerle solo da video, sarebbe deleterio.

Infine, è lecito attendersi che anche altre dinamiche attinenti alla vita lavorativa potrebbero modificarsi. Come valutare, ad esempio, le potenzialità di carriera di un impiegato che lavora prevalentemente a distanza? Ed ancora: diventa più facile sostituire un impiegato con un altro? Se il signor Rossi di Milano e il signor Verdi di Benevento lavorano entrambi a distanza con gli stessi risultati, ma il signor Verdi posso pagarlo di meno perché a Benevento la vita costa di meno, ed egli accetta quindi un salario minore, cosa succede?

 

In definitiva

Speriamo che la pandemia finisca presto, e poi cerchiamo di ragionare con calma su come gestire lo smart working.

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