La notizia tanto attesa dagli accoliti del mondo cripto è arrivata. La SEC, dopo 10 anni di rifiuti, ha accolto la richiesta avanzata da colossi del mondo del risparmio gestito del calibro di BlackRock, Invesco e Fidelity di poter creare degli ETF che detengano direttamente come sottostante la cripto per eccellenza.

Certo, il presidende Gary Gensler si è affrettato a dire che nonostante questa autorizzazione la SEC non approva o avalla il Bitcoin in sè, e che gli investitori devono comunque rimanere cauti e attenti alla miriade (testuale) di rischi associati alla criptovaluta. Ma la decisione resta comunque epocale.

Il prezzo del Bitcoin, fortemente in ascesa da più di un anno (da circa 19.000$ a punte superiori a 47.000$ toccate di recente, sebbene ancora distante dai massimi del 2021, circa 64.000$) non ha subito scossoni particolari. Ma è probabilmente la vecchia regola: buy the rumors, sell the news.

A questo punto, indipendentemente dall’opinione che si possa avere sul Bitcoin e sul mondo cripto (la mia rimane comunque scettica), la lecita domanda da porsi è la seguente. Chi ha vinto?

Ovvero, questa decisione, che di fatto apre all’universo mondo la possibilità di accedere al Bitcoin senza bisogno di aprire account su piattaforme con sede in paesi esotici, o di utilizzare complicati wallet e chiavi digitali, è la definitiva consacrazione di un sistema finanziario alternativo che, nella visione ideologica di Satoshi Nakamoto, andrebbe a sostituire il sistema finanziario tradizionale (sporco brutto e cattivo)?

A mio avviso no. Anzi, da un punto di vista diciamo filosofico, mi sembra proprio il contrario. Il sistema finanziario tradizionale si appropria del Bitcoin e lo fa suo. Lo trasforma in un investimento comodo per l’investitore retail, impacchettandolo nel caldo abbraccio di un emittente dalle spalle grosse (chi dubita di Blackrock e compagnia cantante). Riduce la visione ideologica del Bitcoin ad un mero “sottostante” come tanti altri.

La finanziarizzazione di tutto ciò che è trasformabile in un asset investibile raggiunge il suo apice: dopo azioni e obbligazioni (e fin qui niente da dire), commodities (e qui ci sarebbe da dire), inflazione, rischio di credito, rischio di tasso di interesse, volatilità (VIX), società non quotate e loro debito, ecco l’ETF su Bitcoin. A dire il verò già preceduto da strumenti simili (ETN e futures)

Cosa attendersi allora? Lascio agli accoliti le previsioni sul futuro andamento del prezzo del Bitcoin. Mi viene però da pensare che, ancor più di quanto già accaduto fin ora, la finanziarizzazione del Bitcoin ne aumenterà la correlazione con alcuni benchmark di riferimento (ad esempio S&P500 e Nasdaq). Inoltre, è probabile che la tempistica dei flussi di ingresso e uscita dalla cripto diverranno più similari a quelli degli ETF stessi.

Non voglio però apparire troppo negativo. Nonostante tutto, la possibilità di investire in ETF su Bitcoin accresce, comunque, le possibilità di diversificazione di portafoglio anche per investitori retail non tecnologicamente evoluti. Con tutte le cautele espresse dal presidente della SEC