Costrette alla chiusura ben 165 mila imprese giovanili in 11 anni (2011-2022), con gli imprenditori under 35 diminuiti del -26,3% nello stesso periodo. Come invertire questo trend?

Centosessantacinque mila imprese giovanili (sì, avete letto bene, 165.000) chiuse in Italia dal 2011 ad oggi. Questi i dati che emergono dal report dell’Ufficio Studi di “Confcommercio Imprese per l’Italia” che evidenziano come la situazione dell’imprenditoria italiana, nel suo complesso, non sta andando di certo come dovrebbe.

Un crollo che è costato caro anche al PIL italiano, con 42 miliardi potenziali che mancano all’appello e un tasso di imprenditoria giovanile in notevole calo: la percentuale di imprese giovanili sul totale delle imprese è scesa al 9% dall’11,9% del 2011.

Una diminuzione dei giovani imprenditori che, se non fosse avvenuta, avrebbe portato all’Italia un +2% di PIL nazionale secondo il report Confcommercio “L’importanza dell’imprenditoria giovanile per il benessere economico”, e che dimostra la disastrosa situazione degli imprenditori under 35, diminuiti di oltre un quarto (-26,3%) nell’arco degli ultimi undici anni.
Anzi, sempre secondo il report, se la frazione di imprenditori giovani crescesse del 5% con distribuzione uniforme nei prossimi 10 anni, a parità di altre condizioni nel 2033 potremmo avere un IL maggiore del 3,5% rispetto allo scenario base, pari a oltre 74 miliardi di euro aggiuntivi a prezzi costanti.

Ma cosa si cela dietro i fallimenti delle giovani imprese? È solo una triste realtà da tenere in conto quando si investe in startup o si inserisce in un ecosistema non adeguatamente florido per le imprese giovanili?

È risaputo che portare delle idee, spesso anche brillanti, al vasto pubblico, o quantomeno a quello di riferimento è molto complesso: e questo vale un po’ in tutto il mondo, anche se con notevoli distinguo. Varie ricerche condotte nell’arco degli anni, tra cui il “Global Startup Ecosystem Report” condotto da Startup Genome e l’analisi condotta a dicembre 2022 da failory.com, hanno messo in evidenza come a livello globale più di 9 startup su 10 falliscono e, in generale, entro la fine del 5° anno falliscono il 50% di tutte le nuove imprese.

Quali sono le motivazioni?

Secondo le interviste condotte da failory.com a startup fallite, i principali motivi del fallimento sono l’assenza di adattamento al mercato da parte del prodotto (34%), seguito da problemi di Promozione e Marketing (22%) e da problemi di Team (18%) e Finanziari (16%). Questa volta la finanza non ha tutte le colpe!

Motivazioni che spesso si legano ad una mancata o inadeguata reale innovazione da parte della startup in questione, e di una sfiducia in aumento da parte dei fondi di Venture Capital (VC) ad investire in queste realtà (con conseguente carenza di capitali), specialmente nelle fasi iniziali. Basti pensare che ben il 75% delle compagnie finanziate da fondi VC non restituiranno mai il capitale agli investitori e che nel 30-40% dei casi gli investitori perdono l’intero investimento iniziale.

Altra criticità centrale, secondo il report, sono le valutazioni sbagliate dei founders, i quali, in media, sopravvalutano il valore della proprietà intellettuale prima dell’ingresso del prodotto nel mercato del 255%. Inoltre, le startup ci mettono, in media, 2-3 volte di più a validare il proprio mercato rispetto a quanto previsto dai founders stessi, con una conseguente necessità di adattare il proprio business model lungo il tragitto 1-2 volte (questo incrementa l’utilizzo del prodotto del 3.6x e i soldi raccolti dalle realtà del 2.5x).

Situazione che in Italia si va ad accavallare con una scarsa competitività nei costi e nelle modalità di apertura delle startup (processi eccessivamente burocratizzati) e nella tassazione rispetto ai principali competitor europei. Basti pensare che l’apertura di una società in Inghilterra può avvenire interamente online con un costo iniziale che varia dai 10 ai 100 £ e una tassazione del 19%: il tutto con una burocrazia ben più veloce e competitiva di quella Italiana.

La via per invertire la tendenza non può quindi che partire da un miglioramento dell’ecosistema di riferimento: ecosistema che non significa solamente banche/intermediari finanziari e pubblica amministrazione. Mettiamo in conto anche l’apparato universitario, che dovrebbe maggiormente incentivare l’imprenditoria giovanile ed educare meglio i founders così da incrementare i tassi di successo delle nuove realtà.