Dazi reciproci o dazi generalizzati? Contrattazione con le singole parti o applicazione di tariffe doganali tout court volte a punire un sistema internazionale degli scambi ritenuto “truccato” a sfavore degli Usa e a riassorbire “l’ingiusto” deficit commerciale con l’estero da questi patito?

E’ questa la domanda che economisti, governanti e operatori di mercato si stanno ponendo dal 20/01, data di insediamento alla Casa Bianca del 47° Presidente degli Stati Uniti.

Le dichiarazioni rissose, minacciose e talvolta contradditorie del Presidente americano certo non aiutano a sbrogliare la matassa. Si va dal ringhiare dazi del 25% sulle auto europee ed altri prodotti provenienti dal Vecchio Continente, definendo l’Europa come “nata per fregare gli Usa”, alle tariffe doganali prima applicate, poi sospese, poi riapplicate ed infine nuovamente riviste sulle importazioni da Messico e Canada. Viene insomma da chiedersi se il filo conduttore di un contesto così confuso e pieno di ribaltoni sia almeno noto a chi lo sta originando.

Il quesito, d’altra parte, ha rilevanza sostanziale in quanto sembra lecito affermare che le conseguenze per l’economia e per i mercati finanziari saranno molto diverse a seconda che i dazi applicati abbiano carattere generalizzato, come promesso in campagna elettorale, oppure siano ispirati al principio di reciprocità.

Da quest’ultimo punto di vista, all’inizio del mese di Febbraio, Trump ha dichiarato che la previsione di tariffe generalizzate all’importazione potrebbe essere sostituita dall’implementazione di tariffe reciproche (reciprocal tariff). Il materializzarsi della prima ipotesi rappresenta lo scenario sicuramente più temuto: il rischio è infatti costituito dallo scatenarsi di una guerra commerciale in conseguenza dell’applicazione di dazi di risposta da parte dei paesi colpiti con il conseguente affossamento (a seconda dell’entità dello scontro) del commercio e della crescita globali. Come già sta avvenendo, peraltro.

Il secondo scenario costituisce invece, almeno sulla carta, l’ipotesi preferibile in quanto l’annunciata condizione di reciprocità potrebbe aprire la strada allo sviluppo di negoziati con i partner commerciali e avere come conseguenza anche la diminuzione o, al limite l’azzeramento, delle barriere al commercio con gli stessi.

 

L’evidenza storica

Il riscontro storico più significativo relativo all’applicazione di dazi generalizzati (se pur, va detto, trattasi di uno scenario worst case) risale al 1930, anno nel quale venne emesso il Smoot-Hawley Tariff (noto come Tariff Act).

Tale provvedimento, firmato dall’allora Presidente Herbert Hoover, aumentò i dazi su una vasta gamma di beni importati e fu adottato per proteggere l’industria nazionale Usa nel difficile contesto delle crisi del 1929. Esso viene tuttavia considerato da molti studiosi come l’elemento che principalmente contribuì all’avvitamento della crisi su se stessa; le misure di ritorsione adottate dai paesi destinatari dei dazi portarono infatti ad un collasso del commercio mondiale e del prezzo delle materie prime e provocarono un’ondata di fallimenti e di crisi del sistema bancario americano.

L’indice della borsa americana (l’allora Standard Statistics Company’s index) che, nei primi mesi del 1930, aveva recuperato circa metà delle perdite patite l’anno prima, si affossò definitivamente assieme alla produzione industriale del paese.

Qui sotto l’andamento storico della Borsa Americana e della produzione industriale[1].

In risposta alla situazione creatasi,  il 12 Giugno 1934 il Congresso Usa emanò il Reciprocal Tarrif Act con cui si autorizzava il Presidente a negoziare accordi commerciali con i paesi terzi ai fini della riduzione reciproca delle barriere tariffarie;  fra il 1934 e il 1945, gli Stati Uniti firmarono 32 trade agreement con 27 paesi, attività che indusse una reazione positiva sia dei corsi di borsa che dell’attività industriale prima della recessione del 1938 (i periodi di recessioni sono contrassegnati dalle zone d’ombra dei grafici).

 

Perché Trump vuole applicare dazi generalizzati?

Ma quali obiettivi persegue l’annunciata intenzione di Trump in campagna elettorale di applicare dazi generalizzati ai partner commerciali? Le motivazioni vanno essenzialmente ricondotte a:

  • la volontà del Presidente Usa di riassorbire quello che egli definisce un “ingiusto” deficit di natura commerciale con l’estero, importando gli Usa molto di più di quanto non esportino;
  • riscostruire la base industriale nazionale;
  • tagliare l’enorme disavanzo pubblico.

Ma i dazi costituiscano la soluzione a tali problematiche?

Le opinioni di economisti e stampa finanziaria sono, al riguardo, molto critiche; addirittura, il Wall Street Journal, giornale notoriamente conservatore, ha recentemente definito i dazi di Trump come “i più stupidi della storia”

E un’attenta analisi della situazione Usa rivela come, in effetti, l’applicazione di dazi generalizzati non costituisca il giusto rimedio.

Iniziamo prendendo in considerazione la questione del deficit delle partite correnti Usa. Il grafico sottostante evidenzia come esso non sia migliorato nonostante i dazi applicati da Trump nel corso della sua prima Presidenza; dazi rimasti peraltro in vigore anche durante l’amministrazione Biden. La loro applicazione ha infatti orientato i flussi commerciali verso altri paesi non direttamente colpiti dai dazi senza tuttavia modificare il deficit aggregato con l’estero.

Ciò è dovuto al fatto che il deficit delle partite correnti degli Stati Uniti non dipende tanto da squilibri negli scambi con l’estero quanto da scompensi interni al paese: questi sono essenzialmente riconducibili alla forza della domanda interna Usa (sia proveniente dal settore pubblico che privato), la quale risulta strutturalmente superiore all’offerta di beni e servizi prodotti, e alla presenza di  un tasso di risparmio insufficiente a finanziare la richiesta di beni d’investimento proveniente dal settore produttivo.

I due fattori, strettamente correlati fra loro (il risparmio è basso in quanto la maggior parte del reddito prodotto viene consumato) fanno sì che il paese necessiti di importare dall’estero sia beni (per soddisfare la domanda) che capitale (per soddisfare il deficit di risparmio). A ciò si aggiunge il fatto che la base industriale degli Usa si è negli anni progressivamente ridotta fino a rappresentare oggi un esiguo 10% del Pil (dal 25% degli anni 70’); ciò accresce la necessità di importare dall’estero beni che il paese non produce al suo interno.

Per sanare il deficit delle partite correnti gli Usa dovrebbero non tanto imporre dazi all’importazione quanto porre in essere politiche volte a diminuire la domanda aggregata (compreso il deficit della pubblica amministrazione), aumentare il risparmio all’interno del paese e favorire il ripristino della base industriale.

In altri termini, essi dovrebbero smettere di consumare più di quanto non producano al loro interno: infatti, se ciò ha nel tempo reso gli Usa un attraente mercato di sbocco per moltissimi paesi, dall’altro lato ha permesso alla nazione americana di vivere al di sopra delle sue possibilità traendo vantaggio dallo status di valuta internazionale del dollaro nel contrarre debito con l’estero.

Anche la questione della reindustrializzazione costituisce, come detto, uno dei temi caldi di Trump; nei piani del Presidente, l’applicazione di dazi permetterebbe di difendere l’industria nazionale e favorirebbe il re-shoring di molte produzioni effettuate all’estero consentendo alla manifattura di aumentare il suo peso all’interno dell’economia nazionale.

Ciò, a sua volta, permetterebbe di diminuire le disuguaglianze e ricostituire quella classe media andata in sofferenza con l’avvento della globalizzazione (e la conseguente delocalizzazione di molte produzioni) prima, e con la Grande Crisi Finanziaria poi.

Il proposito, sicuramente meritevole, era stato abbracciato anche dall’amministrazione Biden e risponde ad uno dei problemi più sentiti all’interno della società Usa. La desertificazione produttiva e la conseguente disgregazione di intere comunità americane, conseguente alla globalizzazione, il cui malcontento è culminato con  la Grande Crisi Finanziaria, è stata infatti colpevolmente trascurata dai governi susseguitisi nel corso degli anni; non a caso molti analisi vedono nella deindustrializzazione americana una degli elementi alla base dell’ascesa del “Trumpismo”

Tuttavia, risulta difficile pensare che gli Usa possano ricostituire una base manifatturiera stile anni 70’ (quando la stessa occupava il 30% del Pil) solamente tramite l’applicazione di dazi; questi potrebbero sì avere una qualche utilità ma a patto di associarsi ad una politica industriale fortemente orientata alla ricostituzione del tessuto produttivo. Ad oggi, tuttavia, ciò che sembra più probabile è la realizzazione di interventi mirati su specifici settori considerati strategici (tecnologia, difesa, energia) piuttosto che una politica tout court volta alla reindustrializzazione del paese.

A questo proposito, il grafico riportato di seguito evidenzia come né la politica di dazi della prima amministrazione Trump, né gli interventi mirati di politica industriale implementati da Biden con il Chip and Science Act e l’inflation Reduction Act abbiano invertito la parabola discendente del settore manifatturiero anche se gli interventi di quest’ultimo sembrano aver stabilizzato la situazione.

In definitiva, se l’obiettivo della nuova amministrazione è il recupero della middle class perduta, servono ben altri provvedimenti di politica industriale. Politica industriale, fra l’altro, storicamente non ben digerita dai repubblicani più propensi a lasciar agire le forze di mercato.

Infine, Trump vede nell’applicazione di dazi uno strumento per far fronte all’elevato deficit delle finanze pubbliche Usa, oggi al 7,6% del Pil. Qui il discorso appare contraddittorio. Da un lato, l’applicazione di dazi danneggerebbe, in primis, i risparmiatori americani che vedrebbero aumentare il prezzo dei beni acquistati; dall’altro, se la domanda di beni prodotti all’estero dovesse diminuire, il governo Usa non incasserebbe i relativi dazi. A dire che non puoi applicare i dazi come arma commerciale e strumento di politica fiscale allo stesso tempo; delle due l’una.

Inoltre, autorevoli commentatori stimano che l’applicazione di dazi generalizzati sulle importazioni indurrebbero una riduzione del Pil reale americano dallo 0,5% all’1,6% nel medio termine, a seconda dell’intensità delle azioni ritorsive poste in essere dai paesi terzi; anche questo scenario non giocherebbe certo a favore delle finanze pubbliche Usa.

 

L’ipotesi negoziale sembra le più probabile ma….

Le considerazioni fatte sembrano fra propendere per un utilizzo negoziale piuttosto che punitivo/ritorsivo dei dazi all’importazione. Tuttavia, alcuni elementi inducono una certa cautela e non consentono di prendere posizioni nette a favore di una tesa o dell’altra.

Innanzitutto, non bisogna sottovalutare la convinzione diffusa in Trump e nel suo entourage di un sistema internazionale degli scambi “ingiusto” e sfavorevole agli Usa e, d’altra parte, anche il Presidente Biden, oltre a confermare i dazi imposti dal suo predecessore, con l’Inflation Reduction Act pose in essere un provvedimento tutt’altro che improntato al libero scambio.

Insomma, l’aria è un po’ cambiata dai tempi della Presidenza Clinton, periodo contrassegnato da un forte orientamento all’apertura commerciale con l’estero. Inoltre, risulta preoccupante il fatto che il Presidente Trump, in una recente intervista a Fox New’s, non abbia espresso particolari previsioni rispetto all’eventualità del manifestarsi di una recessione come conseguenza delle sue politiche, di fatto non escludendola (“I hate to predict things like that”).

Va detto, tuttavia, che, in sede separata, il Segretario al Commercio Howard Lutnick ha poi dichiarato che i cittadini americani non dovrebbero assolutamente aspettarsi la caduta in recessione dell’economia.

Nel mentre, un principio di guerra commerciale sembra in effetti essersi manifestato. I dazi su Messico e Canada, i due maggiori partner commerciali degli Usa, sono stati infine applicati, pur essendo stata una parte degli stessi (oggetto di un accordo commerciale risalente al primo mandato Trump) sospesa; e ciò, nonostante il Messico si fosse offerto di replicare sulle sue importazioni dalla Cina i dazi applicati dagli Usa sui beni provenienti dal Dragone. Inoltre, gli Usa hanno applicato ulteriori dazi del 10% sulle importazioni dalla Cina. Ma la situazione è in divenire, e alla data di pubblicazione del presente articolo le cose potrebbero essersi ulteriormente modificate.

Insomma, se Trump vuole veramente trattare con i partner commerciali, il sentiero sul quale si muove sta diventando stretto e scivoloso. I dati economici usciti in questi giorni sembrano infatti evidenziare una fase di indebolimento dell’economia Usa; il GDP Now elaborato dalla Fed di Atlanta, aggiornato al 3 Marzo, il quale fornisce una stima in tempo reale del Pil Usa sulla scorta dei dati macroeconomici di volta in volta in uscita, ne evidenzia un calo del 2,8% su base annua.

 

La posizione europea.

Venendo infine all’Europa, la complessa situazione economica e uno scenario geopolitico sempre più problematico sembrano star inducendo rilevanti iniziative.

Oltre alla delibera del 6 Marzo del Consiglio Europeo su un piano per il riarmo del Vecchio Continente del valore di Euro 800 Mld (che non commentiamo in quanto afferente a sensibilità diverse), è notizia di queste settimane la proposta, in Germania, di un piano infrastrutturale del valore di 500 miliardi da parte di quella che dovrebbe essere la futura coalizione al governo di Friedrich Merz.

Piano che, se implementato, potrebbe costituire un cambio epocale rispetto alla politica del rigore di bilancio portata avanti dalla Germania negli ultimi decenni, dando un notevole impulso a tutta la regione.

Le Borse europee si sono, di conseguenza, recentemente mosse in controtendenza rispetto a quella americana, probabilmente anche grazie a quotazioni molto più scontate. Tutt’altro sentiero hanno invece imboccato i titoli governativi europei sulla scorta di maggiori prospettive di crescita ed inflazione e di maggiori emissioni di titoli di debito, soprattutto da parte della Germania.

Concludendo, nelle prossime settimane/mesi risulteranno determinanti per l’andamento dei mercati finanziari i dati sullo stato di salute dell’economia americana, i cui timori di rallentamento/recessione in conseguenza delle politiche di Trump stanno pesando, in questi giorni, sull’andamento dei listini Usa; allo stesso, saranno da guardare con interesse le iniziative poste in essere in Europa e Germania, le quali,  qualora implementate, potrebbero rappresentare un game changer in grado di rivitalizzare le economie del Vecchio Continente. Quest’anno sarà Make Europe Great Again anziché Make America Great Again?

I mercati finanziari, forse, un po’ ci credono.

 

Reference Shelf.

-Rapporto ISPI 2025: l’ora della verità

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lora-della-verita-198024

-Ispi: Usa-Ue: nervi tesi, dazi e Big Tech

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-ue-nervi-tesi-dazi-e-big-tech-200473

-Yardeny Research: Roaring 2020 & reciprocal Tariffs

https://www.yardeniquicktakes.com/deep-dive-roaring-2020s-reciprocal-tariffs/

 

[1] L’indice considerato in figura è lo SP500. Si ricorda, tuttavia, che l’indice SP500 nasce nel 1957 e poi ricostruito in backtest a partire dal 1928,