Pensavo che nessuno ci potesse battere. Ma non avevo tenuto conto, anche in questo ambito, della concorrenza cinese. “In che senso?” vi chiederete. “Di quale ambito stai parlando”?
Andiamo per passi
11/11: meglio (o peggio) del BlackFriday?
L’undici di novembre, che non è l’11 settembre, è un giorno alquanto speciale in Cina. Come riferisce l’AI overview di Google (tradotta qui dal traslator di word):
“In Cina, l’11/11, noto anche come Singles’ Day o Double 11, è un importante festival dello shopping. È una celebrazione della singletudine (cioè dell’essere singolo… che brutti neologismi si inventa l’AI) che inizialmente era un giorno in cui gli studenti riconoscevano il loro status di single. Tuttavia, è stato trasformato dai rivenditori online, in particolare Alibaba, in un enorme evento di shopping online in cui i rivenditori offrono sconti e promozioni sostanziali”
Tradotto: una specie di Black Friday anticipato in cui i single si scambiano regali, o semplicemente se li fanno a se stessi, con somma soddisfazione di chi vende on line.
E quindi? Che problema c’è? Contenti tutti!
Il problema, evidenziato da questo articolo di Bloomberg, invece c’è. L’11/11 è infatti lo specchio di un fenomeno non ignoto, ma neanche troppo considerato nel mondo occidentale, inerente allo sviluppo demografico cinese.
In sintesi: non ci si sposa più. E se ci si sposa capita spesso che ci si divorzi (vedi grafico)

Comportamento tipicamente italiano, penserà qualcuno. Come ovvia conseguenza, se non ci sposa più non si fanno più tanti figli, nonostante sia stato abolito da tempo (2013) il famigerato divieto cinese di fare più di un figlio (introdotto nel 1979).
Il governo cinese sperava quindi che, tolte le sanzioni sul secondo figlio, scoppiasse un Baby Boom profittevole per l’economia attuale e futura. Manco per niente.
Il tasso di fertilità in Cina è sceso ad un misero 1,01. Neanche noi in Italia, con 1,18, facciamo così male; ma noi non miriamo di certo ad essere la prima potenza al mondo.

I risvolti politici ed economici
Da un punto di vista economico, a parte le difficoltà dei settori legati alle celebrazioni dei matrimoni e ai prodotti/servizi legati alla maternità, si potrebbe pensare che, a tendere, l’economia cinese possa essere influenzata da una carenza di manodopera a basso costo.
Ma non è probabilmente questo l’aspetto più critico. Gli abitanti in Cina, nonostante i recenti cali, sono ancora nell’ordine delle centinaia di milioni. E coloro che lavorano in agricoltura, e non ancora nel secondario e nel terziario, sono una gran bella fetta della workforce (si veda articolo). Basterebbe spostarne un po’ nelle fabbriche.
La demografia, però, alla lunga conta. Guardate la proiezione (al 2100) riportata nel grafico sottostante (fonte Nazioni Unite)

Nonostante sia una proiezione, è facile intravedervi la rappresentazione di un paese in decrescita demografica (ma, ripeto, parliamo di milioni), e sempre più vecchio.
Come riportato in questo articolo del Council on Foreign Relations (US):
“Entro due decenni, si prevede che la popolazione cinese in età pensionabile supererà l’intera popolazione degli Stati Uniti. Entro il 2040, si stima che 402 milioni di persone, ovvero il 28% della popolazione cinese, avranno più di sessant’anni, l’attuale età pensionabile legale per la maggior parte degli uomini nel paese. A quel punto, si prevede che la popolazione degli Stati Uniti raggiungerà i 379 milioni. Questa tendenza significa la fine del vantaggio comparativo della Cina in termini di manodopera qualificata e a basso costo e la scoraggiante sfida finanziaria di prendersi cura della sua popolazione che invecchia rapidamente”
Non un buon viatico per chi vuole essere una potenza mondiale




