Eppur consumano…. Che siano euforici oppure depressi (come in questo periodo storico) fiduciosi oppure disillusi dalle istituzioni o alle prese con un aumento del costo della vita, quello attuale, che complica un quadro generale in cui già tutto costa troppo, gli americani continuano a fare ciò che riesce loro meglio: spendere! Come spiegare altrimenti la straordinaria tenuta dimostrata, negli ultimi anni, da un’economia in cui i consumi rappresentano il 69% del Pil?
Consumi Usa: inquadriamo il tema.
I dati rilasciati dal Census Bureau Usa evidenziano una crescita delle vendite dal dettaglio anno su anno, relative al mese di Aprile, del 4,9%. L’indice Reedbook retail same-store sales, calcolato con frequenza settimanale registra addirittura un aumento del 9,1%. Il consumatore americano sembra insomma godere di buona salute. Risulta tuttavia necessaria una precisazione: i dati di crescita delle vendite al dettaglio sono espressi in termini nominali. Una volta depurato il dato di crescita del 4.9% dall’inflazione headline (ovvero comprensiva di alimentari ed energia) così come rilevata dal Personal Consumption Price Index (la misura preferita dalla Fed), attestatosi in Aprile al 3,8%, esso si ridimensiona all’1,1%. Ergo: i consumi Usa non sono certo esuberanti ma tengono il passo dell’inflazione. La storia degli ultimi anni, caratterizzata da una crescita reale dei consumi molto limitata conferma tale tendenza:

Ad una prima valutazione, il dato potrebbe sembrare modesto; tuttavia, dobbiamo evidenziare come l’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti sia cresciuto da inizio 2020 di quasi il 30% (grafico sottostante). La straordinaria resilienza del consumatore è stata quindi determinante nell’evitare la caduta in recessione dell’economia che, nel caso di specie, si sarebbe associata ad un’elevata inflazione generando un problematico contesto stagflazionistico.

Se il dato è chiaro, più complesso ma sicuramente interessante risulta cercarne le motivazioni anche perché i pareri al riguardo non sono unanimi.
La K-shaped Economy
Guardiamo innanzitutto al reddito reale disponibile dei residenti americani: la resilienza dei consumi è riconducibile ad un aumento del reddito disponibile? I grafici che seguono evidenziano come tale grandezza sia sì cresciuta a partire dal periodo Pandemico, ma a tassi decrescenti fino a registrare, in Aprile, un dato negativo rispetto allo stesso mese dell’anno scorso; inoltre, tale dinamica ha interessato tutte le categorie reddituali qui suddivise in quartili sulla base dello stipendio percepito.

Il reddito reale ha quindi evidenziato dinamiche molto moderate anche se, trattandosi comunque di un dato in crescita (ad esclusione del dato di Aprile), possiamo pensare esso spieghi, almeno in parte, la tenuta dei consumi. Tuttavia, un’inflazione cumulata così elevata invita a considerare anche altri elementi.
Guardiamo allora alla patrimonialità dei residenti Usa: l’effetto “ricchezza” generato dal positivo andamento dei mercati azionari nei quali essi sono investiti nonché dalla rivalutazione dei prezzi degli immobili può aver determinato il mantenimento dei trend di consumo nonostante la crescita dell’inflazione?
Qui, il dato è tutt’altro che omogeneo: il grafico sottostante evidenzia infatti una crescita degli asset, sia reali che finanziari, molto più elevata per i residenti con redditi elevati (curve gialla, blu e grigia) rispetto a quelli con redditi più bassi (curve azzurra e rossa).

Ciò sembrerebbe suggerire una situazione nella quale i consumi Usa sono supportati dai residenti con redditi più elevati in virtù di un benessere patrimoniale cresciuto sensibilmente negli ultimi anni rispetto a quanto avvenuto per altre categorie di reddito. Tale divergenza configura ciò che molti studiosi definiscono K-Shaped Economy in cui il riferimento alla lettera K evidenzia appunto le opposte traiettorie di consumo per diverse fasce della popolazione ed è confermato da quanto rilevato da un interessante serie di indici elaborati da alcuni ricercatori della Fed di New York: gli Economic Heteregenity Indicators[1]
Al riguardo, il grafico sottostante evidenzia come, a partire da Gennaio 2023, la spesa in consumi discrezionali (definiti nel grafico luxury goods), i quali hanno supportato, di fatto, la crescita dell’economia, sia stata guidato dai residenti con redditi più elevati.

A conferma di ciò, in un discorso risalente all’anno scorso, il governatore della Federal Reserve Christopher Waller evidenziò come Il 10% più ricco delle famiglie rappresentasse il 22% di tutti i consumi personali, e il top 20% contribuisse per il 35%. Il 60% più povero rappresentava invece il 45% dei consumi.
Ora, è evidente come una situazione di questo tipo presenti elementi di fragilità in quanto i consumi sarebbero in buona parte guidati dal benessere patrimoniale dei ceti più abbienti anziché, più auspicabilmente, da un diffuso aumento del reddito disponibile della popolazione. Cosa accadrebbe, per esempio, in caso di caduta del mercato azionario? Tale ipotesi sembra non essere così remota considerato l’attuale incertezza sulla presenza di una bolla legata al mondo dell’Intelligenza Artificiale.
La Gen-shaped Economy
La visione descritta non costituisce tuttavia l’unico punto di vista; un’altra interessante prospettiva è quella secondo cui la corretta lente d’ingrandimento tramite cui osservare l’economia americana non sarebbe costituita dalle differenze di reddito fra residenti con i conseguenti comportamenti di spesa bensì attribuibile a fattori di carattere generazionale. Al riguardo, i dati del Census Bureau evidenziano come la generazione dei Baby Boomers, ovvero i nati fra il 1946 e il 1964, una delle forze demografiche dominanti all’interno della società e dell’economia americana; ad oggi gli individui più giovani appartenenti a tale fascia hanno 62 anni mentre la maggior parte supera i 65:

Ma perché ciò risulta rilevante ai fini della capacità di consumo dei cittadini Usa? Il motivo risiede nel fatto che i Baby Boomers sono letteralmente seduti su una montagna di denaro, destinata, almeno in parte, ad andare in decumulo negli anni della pensione:

Diciamo che la questione può essere posta, più o meno, in questi termini: i Baby Boomers, ormai avviati alla pensione se non già in quiescenza, viaggiano, escono a cena, si dedicano a consumi di carattere discrezionale e magari aiutano i figli supportandone la capacità di consumo, quest’ultima sì elemento di fragilità del sistema in assenza di tale supporto. Per fare ciò, integrano il loro reddito pensionistico, naturalmente più basso rispetto al reddito precepito negli ultimi anni di lavoro in misura pari al tasso di sostituzione (da cui la debole dinamica del reddito reale dei residenti) con i risparmi accumulati e presumibilmente investiti sul mercato azionario nel corso della vita lavorativa.
Conclusioni
Le due visioni descritte portano a conclusioni almeno parzialmente diverse sulla resilienza dell’economia Usa. Nel primo caso, saremmo di fronte alla ben nota questione delle disuguaglianze di reddito e patrimoniali presenti all’interno della società americana che, come sappiamo, oltre ad essere alla base di tensioni di carattere sociale penalizzano le fasce di popolazione caratterizzate da una maggior propensione al consumo. Inoltre, “l’effetto ricchezza” quale elemento principale alla base della tenuta dei consumi, renderebbe gli stessi vulnerabili ad eventuali crisi dei mercati finanziari o del real estate.
Il secondo caso conferirebbe invece all’economia Usa una maggior resilienza; i consumi sarebbero infatti supportati da somme più o meno consapevolmente destinate a ciò nel corso della vita lavorativa da parte della generazione dei Baby Boomers e ora lì pronte per essere utilizzate. Anche in questo caso, presumibilmente, una crisi dei mercati finanziari avrebbe qualche effetto sui consumi ma in misura minore soprattutto al caso in cui il patrimonio finanziario, rivalutato negli anni tramite l’investimento sui mercati azionari, fosse stato pianificato dai baby boomers con un approccio life-cycle ovvero privilegiando esposizioni maggiormente conservative nel corso degli ultimi anni di vita lavorativa. L’ipotesi del decumulo degli investimenti finanziari ad integrazione del reddito pensionistico percepito inoltre sembrerebbe coerente con la diminuzione del tasso di risparmio dei residenti americani.
Entrambe le visioni proposte hanno punti di attinenza con la realtà: il primo caso non è altro che il risvolto economico di uno dei fattori attualmente alla base delle profonde divisioni presenti all’interno della società Usa, descritto da molti analisti come fattore scatenante della “rivoluzione dal basso” che ha portato al governo l’attuale Presidenza; il conflitto fra un’elite manageriale che detiene posizioni di potere in ambito politico economico e sociale e una working class per la quale tutto costa troppo; risulta quindi difficile negarne la validità.
Altrettanto evidenti sono tuttavia le spinte demografiche presenti all’interno degli Usa. Tali spinte potrebbero continuare a sostenere la domanda anche a fronte dei forti squilibri reddituali e patrimoniali oggi presenti in America; vulnerabilità con cui la stessa dovrà comunque, prima o poi, fare i conti.
[1] Trattasi di indicatori economici ad ampio raggio che misurano i risultati macroeconomici sperimentati da diversi gruppi demografici, economici e geografici sia a livello regionale che nazionale.
Reference Shelf
Expalining the K-Shaped Economy: What’s Behind the Divide?
Booming Number of Retairing Boomers Support Consumer Spending & Depresses Savings




