Trend is your friend.

E’ una delle regole auree dell’analisi tecnica: un trend, una volta formatosi, è più probabile che continui nella direzione presa piuttosto che la inverta. Ma se sperate di trovare in questo articolo segnali e previsioni di Borsa per il 2020 siete nel posto sbagliato.

I trend di cui voglio parlarvi travalicano infatti il breve termine (tipico spazio di riferimento dell’analisi tecnica e delle previsioni di inizio anno), espandendosi invece ben oltre le nostre transeunti vite: li vedranno però i nostri figli e i nostri nipoti, e per questo ci devono stare a cuore già oggi.

 

Si tratta infatti di mutamenti socio-demografici di lunga gittata destinati a ridisegnare asseti geopolitici, scelte di consumo e di investimento, utilizzo di risorse e di territori; in definitiva, fortune e sfortune delle diverse genti che popolano l’inverecondo mondo.

Conoscerli è doveroso, cercare di gestirli improbabile, subirli drammatico, tentare di sfruttarli piuttosto astuto.

Vediamo di che si tratta.


 

La crescita della popolazione

Ero più che bambino nei primi anni ’80, ma due profezie in voga allora me le ricordo bene: “tra meno di trent’anni il petrolio sarà finito”; “il nostro pianeta non può sostenere più di 7 miliardi di abitanti”.

Sono passati circa quarant’anni da quei tempi, eppure il benzinaio in fondo alla mia via continua ad erogare benzina e diesel (anche se a breve dovrà probabilmente dotarsi di una o più colonnine per il rifornimento delle auto elettriche), mentre la stima della popolazione mondiale a fine 2019, secondo i dati dell’ONU, si attesta a 7,7 miliardi.

Ed è proprio la continua crescita della popolazione mondiale il primo trend da considerare per i prossimi ottant’anni. Sebbene essa si verifichi a tassi sempre più bassi, vista la diminuzione della fertilità, le previsioni (medie) indicano in prospettiva un numero di abitanti di 8,5 miliardi nel 2030, di 9,7 miliardi nel 2050, fino ad arrivare ai 10,9 miliardi del 2100. Un aumento del 41,5% nell’arco di neanche un secolo[1].

La situazione non è però uguale ovunque: come mostra la tabella sottostante, da un lato i paesi dell’Africa subsahariana contribuiranno fortemente alla crescita della popolazione, divenendo l’area più popolosa del mondo; in altre nazioni, specie europee, si verificherà invece una diminuzione a volte considerevole del numero di abitanti.

 

Fonte: United Nation, World Population Prospects 2019

 

Interessante osservare come cambierà la classifica dei paesi più popolati. La tabella sottostante mostra come a breve l’India sorpasserà la Cina, e come nel 2100 compariranno nella Top ten nazioni di cui oggi abbiamo una vaga conoscenza (Nigeria, Pakistan, Repubblica del Congo).

 

Fonte: United Nation, World Population Prospects 2019

 

Dicevamo invece che le cose saranno completamente diverse in altre parti del mondo; per ben 55 paesi, specialmente europei, è prevista una decrescita della popolazione nel periodo 2019-2050 di almeno l’1%. Per l’Italia (si veda tabella sottostante) la previsione è per un calo di circa il 10%.

 

 

Fonte: United Nation, World Population Prospects 2019

 

Veniamo ora ad alcune considerazioni di tipo economico-finanziario. E’ infatti lecito chiedersi quali effetti avranno le differenti dinamiche demografiche in differenti parti del mondo.

Al riguardo è facile comprendere come la crescita della popolazione si accompagni all’invecchiamento della stessa (vedi oltre), ma tale fenomeno avverrà con tempistiche disomogenee; in particolare, le previsioni indicano come per i paesi subsahariani vi sarà dapprima un forte incremento della popolazione compresa tra i 25 e i 64 anni, cioè persone in fase lavorativa, e solo più lentamente un incremento della popolazione sopra i 65 anni[2].

Non per niente, per questi paesi si parla di un vero e proprio “dividendo demografico” che impatterà sui tassi di crescita del PIL.  Come a dire: la maggioranza della forza lavoro sarà lì; quindi o si produce lì o si dovranno spostare quelle persone altrove (migrazione quale ulteriore trend).

Complessivamente, inoltre, è abbastanza chiaro che nonostante l’incremento della popolazione (che significa più consumi), il tasso di crescita del PIL mondiale tenderà comunque a ridursi, e la Cina e l’India da sole peseranno tra il 20% e il 25% del prodotto globale (vedi figura sottostante)

 

Fonte: OECD, The long view: scenarios for the world economy to 2060, Economic Policy Paper n. 22, 2018

 

Ugualmente semplice, infine, è la valutazione degli impatti della crescita della popolazione sulla sostenibilità del nostro ecosistema: risorse più scarse e quindi più care, ricerca spasmodica di soluzioni/processi produttivi sostenibili, necessità di ripensare e rivedere i modelli di vita e di consumo.

D’altra parte, con circa 4 miliardi in più di abitanti previsti nei prossimi 80 anni, di certo non mancheranno le occasioni di business.

 

L’invecchiamento della popolazione e la Silver economy

Nel 2018, per la prima volta nella storia, le persone con più di 65 anni viventi nel mondo hanno superato numericamente coloro che hanno meno di 5 anni. Sempre più vecchi, sempre meno bambini!

Ed entro il 2050 gli ultra sessantacinquenni supereranno il numero degli adolescenti e dei giovani con età compresa tra i 15 e i 24 anni.

Anche per questo trend, tuttavia, le differenze a livello mondiale sono notevoli. La tabella sottostante illustra la crescita prevista della percentuale di popolazione oltre i 65 anni in diverse aree geografiche.

 

Fonte: United Nation, World Population Prospects 2019

 

Chiaramente, per Europa e Nord America (ma anche per America Latina e Asia dell’est), la situazione è decisamente più incidente. Per quanto attiene ai risvolti economici e finanziari di questo trend, in parte ne abbiamo già discusso in precedenti articoli. Si vedano ad esempio:

 

Anche qui, è facile comprendere come il trend impatterà sulle esigenze ed i bisogni delle singole persone, da un lato, e sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici e di welfare dei paesi sviluppati dall’altro.

Tuttavia, è altresì da considerare che l’invecchiamento della popolazione porterà con sé non poche opportunità di business che, già oggi, si sono rivelate redditizie. Il tutto parte da una semplice constatazione: è vero che le persone invecchiano ma, come il vino, invecchiamo meglio.

Prendiamo l’Europa ad esempio: Eurostat ci dice che circa il 40% delle donne e, stranamente[3], più del 40% degli uomini di oltre 65 anni percepisce il proprio stato di salute come buono o molto buono. In diversi paesi, i consumi di queste persone non sono solo e semplicemente indirizzati al mantenimento della casa (in Italia circa il 40% della spesa complessiva), al cibo o alla salute; ma in buona parte vengono impiegati anche in attività ricreative (sport, musica, viaggi) e in cultura (musei, teatri, libri, corsi di formazione).

Ecco allora emergere una nuova economia che, secondo le stime della Technopolis group e della Oxford Economics riportate in uno studio per la Commissione Europea, raggiungerebbe per dimensioni il terzo posto a livello globale dopo USA e CINA.

Si tratta della cosiddetta Silver Economy, ossia l’ammontare di beni e servizi (diretti ed indiretti) richiesti, comprati e utilizzati da individui di oltre 50 anni residenti in Europa (qualcosa come 3,7 mila miliardi di euro già nel 2015).

Quali saranno allora le opportunità di business, e di investimento, che da qui in avanti produrrà la Silver economy? Il grafico sottostante riporta qualche idea.

 

 

Migrazione e urbanizzazione

Per quanto i tassi di fertilità e le aspettative di vita tendano, secondo le stime, ad allinearsi nel corso del tempo, permangono tuttavia ampi livelli di disomogeneità a livello mondiale: paesi dove si faranno ancora molti figli, paesi dove già oggi il tasso di fertilità è sotto il livello di mantenimento della popolazione (vedi Italia), paesi che stanno invecchiando velocemente.

Tutti questi aspetti portano con sé, si potrebbe dire fisiologicamente, un ulteriore trend, ossia quello della migrazione, causata sia da motivi economici (emigro dove penso di avere migliori possibilità lavorative), sia da motivi politici-umanitari (scappo da guerre e persecuzioni).

Il grafico sottostante riporta i livelli di migrazione internazionale netta in diverse aree geografiche.

 

Fonte: United Nation, World Population Prospects 2019

 

In alcune parti del mondo, la migrazione internazionale è divenuta una delle principali componenti del cambiamento socio-demografico. Che piaccia o no (non ne facciamo qui un discorso politico), le società occidentali stanno modificandosi come conseguenza dei forti flussi migratori verificatesi nei decenni trascorsi, e che proseguiranno in futuro.

Durante il decennio 2010-2020, si stima che in Europa e in Nord America il numero di immigranti abbia superato/supererà quello degli emigranti per circa 25.9 milioni di unità. Esportatori netti di capitale umano, più o meno qualificato, sono invece l’Asia centro-meridionale, il sud-est asiatico, l’America latina[4].

Abbastanza prevedibile che la migrazione delle persone avvenga, soprattutto, verso i paesi più ricchi (USA e Germania in testa). Inoltre, sempre nel decennio appena trascorso, nove paesi hanno avuto un trend di immigrazione netta positiva (ossia più immigrati che emigrati), che ha fatto da contraltare ad un trend di crescita naturale negativa (ossia più morti che nati): Bielorussia, Estonia, Germania, Ungheria, Italia, Giappone, Russia, Serbia, Ucraina. Tuttavia, solo in quattro di questi paesi la migrazione netta ha effettivamente coperto il tasso di decrescita naturale, mentre per gli altri, tra cui l’Italia, ciò non è stato sufficiente ad evitare il calo della popolazione.

Come a dire: in Italia dovranno arrivare ancora più persone

Si noti peraltro che in Italia il fenomeno della migrazione non riguarda solo chi viene dall’estero. Permane infatti un trend di spostamento dal Sud al Nord che porterà, probabilmente, ad un ulteriore iato tra le diverse aree del Paese.

Infine, l’ultimo ed ormai evidente trend socio-demografico che andiamo ad analizzare attiene all’urbanizzazione. Già nel 2018, un report delle Nazioni Unite stimava che la percentuale di popolazione residente in aree urbane sarebbe passata dall’attuale 55% ad un 68% nel 2050.

Le proiezioni indicano che lo spostamento da zone rurali alla città, che avviene specialmente in Asia e Africa, potrebbe aggiungere qualcosa come 2,5 miliardi di persone alle metropoli già esistenti e a quelle che nasceranno.

Anche qui, tuttavia, il trend non è uguale dappertutto: nelle nazioni più ricche, in realtà, la maggior parte delle persone già vivono in grandi città, essendosi verificato un forte trend di urbanizzazione a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Le nazioni con livelli di ricchezza minori stanno invece percorrendo ora, e percorreranno nei prossimi decenni, la stessa strada (vedi grafico sottostante).

Gli effetti economici e finanziari del fenomeno urbanizzazione, e le potenziali opportunità di business ad esso legate, sono facilmente delineabili: le città dovranno essere più smart, più sostenibili, dotate di sistemi di trasporto integrati ed efficienti … in definitiva più vivibili. Tutto ciò che ha a che fare con tali ineludibili necessità sarà fonte di profittabilità

 

Fonte: United Nation, 2018, Revision of World Urbanization Prospects

 

In conclusione

Trend is your friend. Per i prossimi ottant’anni non mancheranno certo le opportunità di investimento.

E se ci si pensa già ora non sarebbe male.

 

Reference shelf

  • United Nation, World Population Prospects 2019
  • OECD, The long view: scenarios for the world economy to 2060, Economic Policy Paper n. 22, 2018
  • The silver Economy, Technopolis group and Oxford Economics for the European Commission, 2018
  • United Nation, 2018, Revision of World Urbanization Prospects

 

[1] Si tenga tuttavia presente che le previsioni sulla crescita della popolazione potrebbero variare enormemente nel corso del tempo a causa di molteplici fattori. La stessa Organizzazione delle Nazioni Unite, nello studio da noi preso a riferimento, sottolinea che, in base a differenti scenari, vi è anche la possibilità che entro fine secolo la popolazione mondiale possa in realtà stabilizzarsi, se non addirittura andare a diminuire.

[2] Al 2100 si stima che la percentuale di popolazione sopra i 65 anni per questi paesi si attesti al 13%, contro un 30% dell’Europa e del Nord America, ma anche di alcune zone dell’Asia.

[3] Dico stranamente perché è comunque risaputo che, mediamente, gli uomini muoiono prima delle donne

[4] Si noti invece che l’Africa del Nord e l’asia occidentale, seppur di poco, sono stati importatori netti di capitale umano.

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