La notizia è bella fresca: Space X, la società non quotata di Elon Musk attiva nel settore aerospaziale, sta discutendo un piano per raccogliere fondi attraverso la vendita di azioni ad insider, in un accordo che valuterebbe il produttore di razzi e satelliti circa 400 miliardi di dollari. La cifra più alta mai sentita per una società, appunto, NON quotata.
Le considerazioni che ne derivano sono le seguenti (lasciando stare Elon Musk, l’ammontare della sua ricchezza e il suo ruolo politico)
Sempre più società decidono di non quotarsi in Borsa, o addirittura decidono di “delistarsi” quando lo sono. Ciò è possibile vista l’accresciuta e crescente ampiezza del settore dei private markets, che permette anche alle società non quotate di reperire facilmente risorse finanziarie (sia lato equity che lato debito), e di poter essere scambiate al di fuori dei mercati regolamentati.
Prendendo ad esempio i dati dell’AIFI, associazione italiana di Private equity e di Venture capital, emerge come il naturale way out (dismissione delle partecipazioni) degli operatori del settore non sia più la tradizionale ed un tempo ambita quotazione in Borsa tramite una IPO (Initial Public Offering), ma la vendita ad altre realtà industriali, ad investitori istituzionali o family office, ad altri veicoli di PE e VC che continuano la valorizzazione delle imprese non quotate.
Il che vuol dire, che buona parte della crescita delle aziende più promettenti, e anche di quelle mature, avviene fuori dai mercati. Anzi, ci si potrebbe spingere a dire che quando poi (eventualmente a questo punto) una azienda viene quotata, la grande parte del suo processo di valorizzazione è già avvenuto e, forse, l’azienda stessa è già decotta o comunque in una fase di piena maturità con prospettive di crescita limitate.
Le conseguenze per gli investitori
Per gli investitori privati, ne consegue la necessità di esporsi ai private markets attraverso i veicoli a disposizione sul mercato: Pir alternativi, Eltifs, fondi di PE e VC se accessibili a cifre contenute.
Nonostante le ben note criticità legate agli investimenti nel NON quotato, legate in special modo alla opacità dei prezzi e alle difficoltà di valutazione (reale) dei rendimenti nel durante, il non esserci in questi tipi di veicoli significherebbe precludersi la possibilità di investire in una fetta sempre più ampia dell’economia reale.
Il problema aperto rimane comunque legato alla percentuale di portafoglio finanziario che dovrebbe essere allocata ai private markets, soprattutto per investitori privati già illiquidi lato investimenti immobiliari. E’ chiaro infatti che tale percentuale non può divenire significativa (15%-20% massimo?), ma non può nemmeno essere risicata o assente.
Anche perché, l’investimento nei private markets dovrebbe essere, esso stesso, diversificato in più veicoli caratterizzati da esposizioni in asset (equity, debt, distressed debt …), in settori, in strategie (dal seed financing al replacement o al turnaround financing), e soprattutto in vintage years differenti. Cosa non semplice se non si è degli HNWI con ampie disponibilità finanziarie, a meno di ricorre a surrogati quali ETF esposti ad aziende operanti nel settore PE/VC, che però non è proprio la stessa cosa.
Consulenti finanziari e private bankers sono dunque chiamati ad un lavoro di fino. Per farlo occorrono però competenze. Lato nostro ci mettiamo il corso di preparazione alla certificazione EFPA dedicata ai Private Markets. (www.contemplata.it/corso-pmk-private-markets/)




