PARTE 2

Dopo avere descritto nella prima parte le attuali condizioni economiche della Francia, in questa seconda parte andiamo a descrivere il profilo dei candidati all’Eliseo e i principali punti del loro programma economico.

(Rileggi Parte 1)

I candidati per l’Eliseo: profili e programmi

Almeno in teoria, saranno in undici a contendersi la poltrona per l’Eliseo nel corso delle giornate del 23 aprile (primo turno) e del 7 maggio (secondo turno); ma a ben vedere, in base agli ultimi sondaggi, la corsa è essenzialmente ristretta a cinque pretendenti, così divisi in base al posizionamento politico.

Vediamo chi sono e come la pensano.

Marine Le Pen: verso il Nuovo Franco (svalutato)?

Marine Le Pen nasce il 5 agosto del 1968 a Neuilly-sur-Seine, comune francese di 61.242 abitanti situato nel dipartimento dell’Hauts-de-Seine nella regione dell’Île-de-France. Figlia di Jean-Marie Le Pen, politico della Bretagna ed ex paracadutista, e di Pierrette. Durante l’infanzia deve fare i conti con le prese in giro dei suoi compagni di scuola, che etichettano suo padre come fascista. Nel 1976, Marine e il resto della famiglia (mamma, papà e le due sorelle, Yann e Marie Caroline) sopravvivono ad un attentato: una bomba indirizzata al padre esplode fuori dall’appartamento in cui vivono, causando una voragine nel muro dell’edificio. Né Marine, che all’epoca ha otto anni, né i suoi familiari rimangono feriti. Dopo essersi diplomata al liceo Florent Schmitt di Saint-Cloud, supera il divorzio dei suoi genitori, avvenuto nel 1987, e si iscrive al Panthéon-Assas University, dove studia legge. Si laurea in Giurisprudenza nel 1991 e dopo aver ricevuto l’attestato di avvocato diventa praticante a Parigi.

Lavora come avvocato per sei anni, tra il 1992 e il 1998: curiosamente, il suo impiego la porta, tra l’altro, a rappresentare legalmente immigrati clandestini. Nel 1995 sposa Franck Chauffroy, manager che lavora per il Front National (FN), il partito politico di cui suo padre è leader.  Alla fine degli anni Novanta, Marine Le Pen decide di seguire le orme del padre impegnandosi attivamente nel Front National.

Il 15 marzo del 1998 diventa consigliere regionale di Nord-Pas-de-Calais per il FN, mentre due anni più tardi viene nominata presidente dell’associazione “Generations Le Pen”, un ente vicino ai valori del FN che intende diffondere tra i giovani il pensiero di Le Pen. Nel frattempo, divorzia da Franck e inizia a frequentare Eric Lorio, già segretario nazionale del partito. Nel 2003, Marine diventa vice-presidente del Fronte, prima di lasciare il consiglio regionale di Nord-Pas-de-Calais e candidarsi – l’anno successivo – alla presidenza della regione Ile-de-France: conquistando il 12.3 % delle preferenze, ottiene la carica di consigliera regionale.


In seguito alle elezioni europee del 2004, diventa euro-parlamentare a Strasburgo nella circoscrizione Ile-de-France. Nel 2007 organizza e gestisce la campagna elettorale del padre per le elezioni presidenziali in Francia; dopo essere diventata consigliera municipale di Hénin-Beaumont, nel 2009 viene eletta nuovamente euro-parlamentare, questa volta nella circoscrizione Nord Ovest. Nello stesso periodo, in occasione dell’approvazione in Svizzera dell’iniziativa popolare di divieto di costruire nuovi minareti, si schiera a favore del popolo elvetico, stigmatizzando il disprezzo per la democrazia diretta espresso da un'”élite dominante”. Nel corso di questa campagna, finisce nel mirino dei giornalisti a causa di una dichiarazione ritenuta offensiva contro gli appartenenti alla religione musulmana: durante un discorso agli iscritti al partito a Lione il 10 dicembre del 2010, sostiene che il blocco di strade e piazze pubbliche in molte città della Francia (tra cui rue Myrha nel 18esimo arrondissement di Parigi) per favorire le preghiere dei musulmani sia illegale e paragonabile a un’occupazione del territorio francese.

A dispetto delle polemiche, comunque, il 16 gennaio 2011 Marine Le Pen viene ufficialmente eletta presidente del partito sfiorando il 68 % di voti e sconfiggendo il suo avversario Bruno Gollnisch. Marine si schiera fin da subito contro l’Europa di Bruxelles che, a suo dire, in ogni parte impone i principi distruttivi dell’ultra liberalismo e del commercio libero a spese del pubblico impiego e dell’equità sociale.

Probabilmente sarà la candidata da battere: in base ai sondaggi, infatti, fino a qualche giorno fa sembrava l’unica ad avere una discreta sicurezza di accedere al secondo turno delle presidenziali, nonostante i problemi finanziari, la linea estremista del suo partito, e l’inchiesta ai danni del FN sulle remunerazioni di assistenti parlamentari a Strasburgo; nelle ultime ore, tuttavia, anche per lei è emerso qualche scricchiolio nei sondaggi (vedi figura sottostante). La numero uno del FN sembra comunque aver rinunciato alle politiche più oltranziste portate avanti fino a qualche tempo fa, cercando di allargare la propria platea elettorale con proposte più moderate che però non sembrano aver convinto a pieno i francesi.

Il programma politico ed economico

Il programma politico della Le Pen, suddiviso in 144 punti, è stato presentato a Lione il 4 e 5 febbraio. In economia, tutto ruota intorno alla tanto decantata uscita dall’euro e dall’Europa, e ad un “protezionismo intelligente” fatto di misure favorevoli alle PMI, ma a volte difficili da conciliare con gli interessi dei lavoratori che il FN sostiene.

E’ tuttavia curioso notare che, al fine di non spaventare troppo gli elettori preoccupati per la svalutazione della moneta che si avrebbe in caso si abbandonasse veramente la moneta unica, l’espressione “uscita dall’euro” non è poi così spesso utilizzata; in effetti, all’inizio di gennaio, il FN aveva chiarito che la sua posizione propone di restituire il Franco come moneta ai cittadini, e di mantenere una sorta di Ecu, al posto dell’euro per lo Stato e le grandi imprese.

Il FN prevede poi una tassa del 3% su tutte le importazioni, l’obbligo di acquistare francese per le commesse pubbliche, una tassa sulla assunzione di dipendenti stranieri, il divieto di vendere a compagnie straniere per dieci anni imposto a società che abbiano beneficiato del sostegno pubblico ecc… (misure difficili da applicare in un’economia globalizzata). Alle PMI la Le Pen promette una semplificazione amministrativa e normativa (specie per le imprese con un numero di dipendenti inferiori a 50), ma anche una diminuzione delle tasse dal 33% al 24%.

Dal punto di vista delle finanze pubbliche, secondo le stime la Le Pen mirerebbe ad un 4,5% di deficit nel 2018, che poi scenderebbe al 1,3% entro il 2022. In politica estera il leader del FN sarebbe contro le sanzioni alla Russia.

Francois Fillon: il “non ritirato”

François Fillon è nato il 4 marzo 1954 a Le Mans nel Sarthe. Figlio di Michel Fillon, notaio, e Anne Soulet, storico e docente universitario. Cresciuto cattolico, fu educato dai gesuiti. Al college, era uno studente promettente ma svogliato. Dapprima interessato al giornalismo, trasferì la sua attenzione al diritto e alla politica. Fillon ha lavorato come stagista presso l’agenzia di stampa francese tra il 1972 e il 1973. Nel 1974, grande ammiratore di Charles de Gaulle, entra nella destra repubblicana. Inizia la sua carriera politica nel 1976, diventando vice-assistente del deputato della Sarthe. Consegue quindi un Master in Diritto Pubblico nel 1977, e dirige la campagna elettorale di quell’anno di Joël le Theule; nominato quest’ultimo Ministro dei Trasporti, offre a François Fillon un posto di rappresentante ufficiale nel suo governo. La vera ascesa di François Fillon inizia però nel 1981, quando viene eletto deputato della Sarthe sotto la bandiera del RPR (Rassemblement pour la République, Raggruppamento per la Repubblica).

François Fillon diviene primo ministro quando Nicolas Sarkozy viene eletto presidente nel 2007: ricopre la carica fino al 2012. Nello stesso anno, François Fillon è in corsa alla presidenza dell’UMP (Union pour un mouvement populaire) contro Jean-François Copé. L’elezione è segnata da voci di irregolarità ed entrambi gli avversari reclamano la vittoria; François Fillon decide di tirarsi indietro, ma alla fine ottiene la co-presidenza del partito dopo che Jean-Francois Copé è costretto a dimettersi a seguito del caso sul finanziamento della campagna di Nicolas Sarkozy.

François Fillon aveva annunciato il suo desiderio di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2017 già a partire dal 2013. Un impegno riaffermato ad aprile e settembre 2015, quando pubblica il suo libro-programma elettorale. In principio si riteneva avesse poche possibilità di vincere contro i grandi favoriti Nicolas Sarkozy e Alain Juppé, ma François Fillon ha sorpreso tutti arrivando al primo posto al primo turno delle primarie, il che gli ha permesso di misurarsi e battere Alain Juppé.

Sembrava quindi scontato che Fillon fosse l’unico candidato in grado di poter sfidare e battere Marine Le Pen al ballottaggio del prossimo 7 maggio: ma lo scandalo che ha colpito lui e la moglie (quest’ultima accusata di avere guadagnato circa 500 mila euro per un lavoro di assistente parlamentare del marito che però non avrebbe mai svolto), ha fortemente danneggiato il candidato repubblicano nella corsa verso la presidenza, facendolo scendere inesorabilmente nei sondaggi (da febbraio è sempre risultato sotto il 20%). Dapprima, si ventilò l’ipotesi che Fillon si sarebbe ritirato a seguito dello scandalo, ma successivamente tale ipotesi è stata abbandonata e il candidato repubblicano ha deciso di continuare (pur azzoppato) la sua strada. Anzi, ad oggi si può dire che la tenuta di Fillon rappresenta una delle tante sorprese che stanno emergendo da questa campagna elettorale sempre più incerta.

Il programma politico ed economico

Uno dei punti salienti del programma di Fillon riguarda la lotta alla disoccupazione. Secondo il candidato repubblicano le armi per vincere la disoccupazione (l’ambiziosa idea sarebbe di dimezzarla), sono essenzialmente due: creare un ambiente favorevole alla creazione di posti di lavoro da parte delle imprese, ripristinando la competitività delle stesse anche attraverso tagli al cuneo fiscale e alla tassazione di impresa; facilitare l’accesso al lavoro trasformando l’apprendimento in azienda, valorizzando il lavoro, promuovendo il lavoro autonomo e incoraggiando i francesi a credere nell’imprenditoria.

E proprio in tema di occupazione Fillon dedica un capitolo del suo programma alla promozione del lavoro indipendente: «È necessario liberare l’energia di tutti i francesi, incoraggiarli a diventare indipendenti, garantendo loro che i sistemi sociali siano coerenti, efficaci, e che non rendano precario il lavoro». D’altra parte, però, Fillon vorrebbe incrementare le ore lavorative settimanali ed alzare l’età pensionabile.

In tema di politica estera anche Fillon si oppone alle sanzioni alla Russia, mentre rimane neutrale sulla figura di Trump. Per quanto attiene alle finanze pubbliche la linea del candidato è quella di un incremento del deficit fino al 2022, per poi giungere ad un bilanciamento. Egli ritiene però che la spesa pubblica, ora pari al 57,1% del PIL, “soffochi il dinamismo della nostra economia perché mantiene una pressione fiscale insostenibile per le imprese così come per le famiglie”. Per ridurre la spesa pubblica Fillon proporne di riformare il quadro delle comunità territoriali per ridurre la dinamica delle spese, assicurando che i conti sociali siano equilibrati, conducendo una politica fiscale coerente con il consolidamento fiscale e la competitività dell’economia francese.

Gli ultimi sondaggi


Fonte: Bloomberg

Benoît Hamon: il candidato dello “schianto” socialista

Nato il 26 Giugno del 1967 a Saint-Renan nel Finistère, ha trascorso la sua infanzia a Brest e poi a Dakar, dove il padre lavora come ingegnere. Tornato in Francia dopo il divorzio dei genitori, consegue una laurea in storia a Brest e si impegna nel partito socialista. A 24 anni diviene assistente parlamentare di Pierre Brana e consigliere di Lionel Jospin, prima di entrare nel gabinetto di Martine Aubry, Ministro del Lavoro e della Solidarietà.

Eletto consigliere a Brétigny-sur-Orge (2001-2008) e al Parlamento Europeo nel 2004, Benoît Hamon incarna la nuova sinistra (con Arnaud Montebourg e Vincent Peillon). Entra nel governo Ayrault nel 2012, come ministro di Stato per economia sociale e solidale. A gennaio del 2017 vince le primarie a sinistra con oltre il 58% dei voti.

Fino allo scorso gennaio, in realtà, nessuno avrebbe scommesso su di lui; lo scontro avrebbe dovuto essere tra l’ex Primo Ministro Manuel Valls e l’ex Ministro dell’Economia Arnaund Montebourg. E invece, il 49enne Benoit Hamon, rappresentante dell’ala più riformista del Partito Socialista, è riuscito prima a conquistare il ballottaggio tenutosi il 29 gennaio prendendo il posto che secondo i sondaggisti era di Montebourg, e poi a sbaragliare l’ex premier a suon di consensi. Un risultato che rappresenta l’ennesima, cocente, bocciatura per la politica portata avanti dal Presidente Hollande e dal suo Governo nel corso degli ultimi 5 anni.

All’interno del suo programma per le presidenziali, diverse misure volte a riunire la gauche sotto il segno della rivoluzione: dalle 32 ore settimanali di orario di lavoro al reddito universale per tutti pagato dallo Stato, dalla legalizzazione della cannabis e dell’eutanasia fino alla nuova tassa sui robot per le imprese. Lo scopo, che è diventato anche lo slogan della sua campagna elettorale, è quello di “Far battere il cuore della Francia“. Peccato che, secondo i sondaggi più recenti (vedi figura) Hamon sembra non avere alcuna possibilità di accedere al ballottaggio delle presidenziali. Davanti a lui potrebbero esserci addirittura quattro candidati (Le Pen, Fillon, Macron e Melenchon) e il candidato socialista potrebbe presto diventare il simbolo della più grande debacle politica che il PS abbia mai affrontando nel corso della sua storia, pagando sia gli errori di Hollande che le spaccature interne alla sinistra che si presenta a queste elezioni con 5 pretendenti ad un trono che sembra essere irraggiungibile.

Il programma politico ed economico

Alcuni punti interessanti del programma di Hamon riguardano la struttura politico-legislativa dello stato francese; ad esempio, vi è la proposta di permettere all’elettorato di sospendere l’applicazione di una legge approvata dal Parlamento, fino ad un anno dopo la sua entrata in vigore, in modo che sia soggetta a referendum; oppure quella di fissare un mandato presidenziale di sette anni non rinnovabile con un nuovo ruolo; ed ancora la possibilità per il Parlamento di proporre spese pubbliche aggiuntive.

Vi sono poi aspetti che riguardano la società: interventi nell’istruzione (ad esempio un programma di formazione per gli insegnanti); misure contro la discriminazione (tra cui la concessione del diritto di voto agli stranieri non comunitari alle elezioni locali per integrarli pienamente nella vita democratica e sociale); introduzione dell’eutanasia, legalizzazione della cannabis.

Dal punto di vista economico, Hamon propone la riduzione dell’aliquota IVA sui prodotti meno inquinanti (e a tendere una riduzione al 50% della quota di energia nucleare utilizzata), un reddito di base universale (inizialmente fino a 600 euro), l’esclusione delle spese per la difesa dai limiti di budget statale imposti dalla EU, la mutualizzazione a livello europeo del debito pubblico oltre il 60% del PIL (e quindi la permanenza nell’euro), una tassa sui robot, armonizzazione delle aliquote fiscali per le imprese europee; una riduzione delle tasse per le imprese che creano lavoro.

Jean Luc Mélenchon: il disturbatore della sinistra

Jean-Luc Mélenchon, nato il 19 agosto 1951 a Tangeri, in Marocco, è laureato in filosofia; ha iniziato la sua carriera nel settore civile ed è diventato un giornalista. Molto coinvolto negli eventi del maggio ‘68 vive a Besançon, si unisce all’OCI (Organizzazione Comunista Internazionalista) e al partito socialista nel 1977. Diviene senatore nel dipartimento di Essonne nel 1986.

Molto spinto a sinistra, resta nel Partito socialista pur rimanendo scettico sulle tendenze di apertura dello stesso; una posizione che però peggiora nel tempo, e lo porta a lasciare definitivamente i socialisti nel 2008 per fondare e guidare il partito di sinistra, che rappresenta diversi movimenti di estrema sinistra nelle elezioni presidenziali del 2012. Dal 2009 è anche un deputato europeo.

Si concentra poi su una guerra contro Marine le Pen per recuperare la voce degli elettori della classe operaia attratti dai discorsi del FN. Ha scritto alcuni pamphlet diventati bestseller in patria e ha un canale You Tube seguitissimo. E proprio le capacità comunicative sembrano essere il pezzo forte di Mélenchon: i suoi discorsi nelle piazze, e le sue performance nei talk show in cui i candidati si sono sfidati verbalmente, lo hanno rilanciato nei sondaggi (tanto che qualcuno inizia a temere un ballottaggio Le Pen – Mélenchon, che escluderebbe i candidati dei partiti tradizionali a favore di quelli più estremisti).

Il programma politico ed economico

Chiaramente di sinistra, il programma politico ed economico di Mélenchon prevede, tra le altre, le seguenti proposte: taglio delle tasse per i redditi bassi ed aumento fino al 90% di aliquota per i super ricchi, abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per coloro che hanno 40 anni di contributi, investimenti per 100 miliardi di euro nell’economia “ecologica” e socialmente utile. Aumento delle tasse di successione e diminuzione dell’IVA su beni di prima necessità. Naturalmente si tratta di misure costose, ma Mélenchon ritiene che sia necessario rivedere i trattati europei, e focalizzare l’operato della BCE su lavoro e crescita (altrimenti meglio uscire dall’euro)

Per le aziende, in particolare, il candidato di sinistra propone la creazione di un polo bancario pubblico per finanziare le imprese, il divieto di distribuzione di dividendi oltre a certi limiti, la creazione di un fondo di solidarietà che metta in comune il contributo sociale di tutte le aziende. Inoltre, previsione di un salario massimo autorizzato, così da limitare il divario tra lo stipendio più basso e lo stipendio più alto in una società; divieto di buone uscite e pensioni d’oro; eliminazione delle stock option. Interessante anche la proposta di imporre alle società di segnalare i loro risultati paese per paese e tassare gli utili d’impresa ove sono realizzati; ma anche un ritorno a programmi di privatizzazione (aeroporti, autostrade …), nonché l’adozione di misure antidumping per aziende strategiche. Ci sarebbero poi l’aumento delle tariffe doganali per i paesi con diritti sociali limitati e una tassa sulle transazioni finanziarie. D’altra parte, invece, viene proposto un significativo incremento dei diritti dei dipendenti tra cui: diritto per i dipendenti di voto di sfiducia contro i dirigenti e i progetti aziendali; diritto di prelazione per un sindacato creato dai dipendenti in caso di chiusura o vendita della loro azienda; diritto di veto sospensivo dei comitati aziendali contro i licenziamenti.

In politica estera, Mélenchon vede ovviamente la Russia come naturale alleato, mentre la Nato è ritenuta obsoleta. L’immigrazione contribuisce all’economia nazionale più del costo che comporta.

Emmanuel Macron: l’enfant prodige

Emmanuel Macron, nato il 21 dicembre 1977 a Amiens, è il figlio di una coppia di medici, entrambi professori presso l’Ospedale Universitario di Amiens. Studia presso i gesuiti e si diploma al liceo Henri-IV di Parigi, per poi laurearsi presso l’ Institut d’études politiques de Paris (2004). Inizia quindi la sua carriera presso l’Ispettorato delle Finanze dove diventa ispettore nel 2005. Nel giugno 2007 è nominato responsabile di una missione a capo dell’Ispettorato generale delle Finanze. Nel 2008 entra a far parte della banca Rothschild e la sua ascesa diviene a questo punto folgorante; già nell’agosto 2014 viene nominato ministro dell’Economia; due anni dopo (agosto 2016) decide di dimettersi dalla carica di Ministro, allontanandosi (almeno apparentemente) da Hollande e dalla sua amministrazione. Da quel momento in poi, curiosamente, comincia a criticare non solo l’establishment al potere, ma anche l’attuale sistema partitico francese che, a detta sua, avrebbe bloccato il Paese causando la stagnazione economica e la forte disoccupazione. Il 16 novembre 2016 annuncia ufficialmente la sua candidatura per le elezioni presidenziali 2017 e crea il movimento En Marche! che in meno di un anno raccoglie più di 135.000 iscrizioni.

Definito da Valérie Precresse, presidente della regione dell’Ile-de-France, come “il figlio parricida di Hollande”; dal senatore Bruno Retaillau il “candidato della contraddizione e del vago”, e da Bernard Accoyer come un “Beppe Grillo vestito da Giorgio Armani”, Macron si presenta all’elettorato annunciando un progetto che non è né di destra né di sinistra, cercando di posizionarsi come una nuova forza anti-sistema, capace di attrarre consensi in maniera trasversale. In maniera sagace, Therese Raphael (Bloomberg, 20 Marzo), sottolinea come “On the surface, a Macron presidency would seem to offer something for everyone: a pro-globalization, pro-immigration, pro-European, pro-reform candidate who appeals to both the left and right, who is both populist and a member of the educated elite. He is a darling of the mainstream media and the hope of many voters from both the Socialist camp and the center-right”.

Inizialmente considerato il quarto incomodo, colui che ha poco da perdere e tutto da guadagnare da queste presidenziali, Macron si posiziona ora testa a testa nei sondaggi con la Le Pen, è avrebbe molte chance di divenire presidente dovesse andare al ballottaggio con quest’ultima.

Il programma politico ed economico

Accusato di essere troppo vago nelle sue proposte, Emmanuel Macron chiarisce il suo programma agli inizi di marzo, cercando per quanto possibile di mettere a tacere le critiche. Il leader del movimento En marche! definisce il suo programma sia come “liberale” sia di “sinistra”, ma anche improntato alla ricerca di una “terza via” che, ad esempio, protegge non i posti di lavoro, ma i dipendenti; si potrebbe definirlo un programma basato sullo stile delle economie dei paesi nordici, caratterizzati da un adeguato mix di disciplina fiscale e spesa pubblica.

Macron si impegna, se eletto, a ridurre la spesa pubblica francese (ovvero a frenare la crescita della stessa) di tre punti di PIL in cinque anni, (circa 60 miliardi di euro) anche attraverso una drastica riduzione del numero di funzionari e impiegati dello stato e degli enti locali; ma contemporaneamente si prevedono nel programma 50 miliardi di investimenti pubblici (di cui 15 per la formazione dei giovani, e 15 nel settore ambientale e clean energy) e 20 di alleggerimenti fiscali (in particolare riduzione dei contributi obbligatori). Con tutto ciò Macron stima una crescita comunque prudente per l’economia francese, che passerebbe dal 1,4% del 2017 al 1,8% nel 2022.

Il problema principale, come sempre, riguarda le coperture dei piani di investimento: è infatti difficile immaginare, ad esempio, che parte dei risparmi sulle spese statali non ricada sui sussidi di cassa integrazione e, di conseguenza, sulla situazione dei disoccupati. Anche perché Macron ha affermato che vorrebbe altresì ridurre di 20 miliardi netti il carico fiscale per sostenere consumi ed investimenti (per le società si vorrebbe ridurre l’aliquota di tassazione, attualmente al 33,3%, alla media europea del 25%). E nel contempo si vorrebbe rispettare il (dimenticato) livello del 3% deficit/PIl imposto dall’Europa.

In tema di diritto del lavoro e dei lavoratori (punto sempre caldo anche oltralpe) Macron vorrebbe riformare il mercato del lavoro e il sistema della formazione professionale, rendendo più flessibile il sistema delle 35 ore attraverso l’introduzione di trattative private tra imprese e dipendenti. Inoltre si propone di attenuare i contributi dei dipendenti e dei datori di lavoro senza interferire nei salari minimi. In tema di indennità di disoccupazione, Macron vorrebbe sospendere il pagamento della stessa dopo il rifiuto di più di due offerte di lavoro. Per quanto attiene all’età della pensione, l’idea sarebbe quella di modularla tra i 60 e i 67 anni a seconda del tipo di attività lavorativa svolta; nel contempo si propone di porre fine al regime speciale per le pensioni parlamentari (tutto il mondo è paese) e di ridurre progressivamente le disuguaglianze di trattamento tra dipendenti pubblici privati.

Anche in tema di sicurezza interna, il cerchiobottismo di Macron non si smentisce; egli promette infatti “tolleranza zero per la criminalità e la violenza della polizia”.

Considerazioni conclusive

Probabilmente come non mai avvenuto in passato, le elezioni presidenziali francesi stanno attirando l’attenzione di tutta Europa; si teme, in particolare, che la vittoria di un candidato dell’estrema destra, o dell’estrema sinistra, possa incidere significativamente sui già fragili equilibri dell’Unione. Ed i mercati restano in fibrillante attesa.

Ma come spesso avviene, le considerazioni sui possibili esiti delle elezioni si concentrano troppo sui personaggi (Trump docet) e non sulle vere potenzialità di sviluppo dei piani politici ed economici dietro a questi. In particolare, occorre qui considerare la struttura complessiva del sistema politico francese; ad esempio, se da un lato il Presidente francese ha poteri molto forti in tema di politica estera, essendo abilitato a negoziare con potenze straniere, ratificare trattati, e decidere per azioni militari senza consultare il Parlamento, dall’altro il suo potere in politica interna è comunque limitato, pur nominando egli il Primo Ministro e le figure chiave dell’amministrazione.

E qui sorge il problema: ogni elezione presidenziale francese a partire dal 1981 è stata poi seguita da un pieno controllo del Parlamento da parte del partito del Presidente neo eletto. Ma questa volta ciò potrebbe non accadere. E’ il caso, ad esempio, di Macron (ma similmente si potrebbe dire per la Le Pen), il cui neonato movimento En Marche! non ha mai proposto propri candidati per le elezioni legislative (che si terranno a giugno); sebbene si possa ipotizzare che in caso di sua elezione un numero consistente di deputati del Partito Socialista cambierebbe bandiera e appoggerebbe il neo Presidente, non si può non constatare che i tradizionali partiti dell’arco costituzionale francese sono lacerati al loro interno, e queste elezioni porteranno inevitabilmente ad un Parlamento ancora più frammentato. Si potrebbe addirittura giungere ad una situazione di totale caos, in cui non solo il partito del Presidente non ha il controllo del Parlamento, ma nessun partito ottiene la maggioranza dei seggi.

Ed allora, il timore non è tanto che un candidato anti-europeo come la Le Pen possa vincere le elezioni e tentare di tornare al franco (decisione che sarebbe probabilmente osteggiata dalla maggioranza dei francesi); o che un Macron si impegni a ridurre drasticamente la spesa pubblica una volta giunto all’Eliseo; o ancora che un Mélechon dichiari che il famigerato limite del 3% decifit/PIL sia una follia. La vera preoccupazione è che un sistema politico frammentato si impantani e non riesca a portare a compimento nessuna riforma atta a rilanciare l’economia.

À la prochaine

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