La trappola dei tassi bassi ed il coraggio di vendere il denaro a caro prezzo

 

Il titolo, volutamente provocatorio, connota l’attuale status della nostra economia. Le conferme, per il vero non necessarie, arrivano dalle manovre di politica monetaria (vedi le dichiarazioni più o meno felici della Banca Centrale) e non dalle istituzioni comunitarie: siamo, al netto delle spinte inflazionistiche, in economia di guerra.

In un contesto economico fortemente stressato, emergono con più vigore alcune deformazioni della struttura economico-sociale italiana a cui ci eravamo pigramente abituati. E’ su alcune di esse che vorrei con voi ragionare.

Le premesse sono quelle note: una struttura produttiva caratterizzata da piccole e medie imprese; un sistema bancario in fase di aggregazione che, nonostante tutto, riveste ancora un ruolo centrale nel supporto all’economia reale; una struttura finanziaria pubblica deficitaria e fortemente oppressa da un debito mai veramente gestito.

La risultante è fornita dalle serie statistiche ben elaborate da Bankitalia (sotto i grafici) e da altri operatori di settore: il credito alla piccola e media impresa italiana è in contrazione. Tale contrazione è tanto più evidente se si concentra l’analisi sulla fascia di operatori economici più bisognosi: la micro e la piccola impresa. Negli ultimi 36 mesi il credito alle imprese più piccole è diminuito di circa l’8%. In raffronto ad altri paesi europei, le imprese italiane hanno un minor accesso al credito nell’ordine del 5%. Dati allarmanti per un’economia PMI-centrica, tanto più nella fase complessa in cui oggi ci troviamo a navigare.

Perché le banche prestano meno soldi alle imprese? Le motivazioni sono diverse, alcune immediatamente comprensibili, altre sono la conseguenza di effetti correlati. In primis gli istituti di credito hanno il “terrore” dei crediti in sofferenza (c.d. non performing loan – NPL).


Il recente passato (post crisi 2008), ha messo a dura prova la tenuta delle strutture patrimoniali bancarie che, guidate dal legislatore, sono oggi molto più attente nell’assumere rischi, soprattutto quelli chirografari non supportati da garanzie reali.

Non di meno, la Banca Centrale Europea, sentiti gli altri organi di vigilanza, continua nell’emanazione di nuove linee guida sulle concessioni e sul continuo monitoraggio dei finanziamenti, prevendendo controlli più rigorosi in materia creditizia. L’aspetto centrale è la tenuta ed il buon funzionamento del sistema bancario. Senza dimenticare che le banche sono anch’esse aziende private, che occupano migliaia di lavoratori, e che hanno l’onere di conservare il risparmio dei cittadini.

Diversi istituti, per effetto della crisi, si trovano oggi ad avere dei margini di guadagno contenuti e costi di struttura comunque elevati. La stampa specializzata parla ormai da anni della chiusura di filiali da parte di numerosi gruppi bancari. Non mancano anche fenomeni di aggregazione tra istituti di credito, per meglio fronteggiare i costi di struttura e migliorare le redditività, riducendo tuttavia l’offerta di credito per famiglie e imprese.

Un altro dato piuttosto interessante, di cui poco ci si è occupati, è il basso livello dei tassi relativi ai prestiti concessi alle imprese. Storicamente il tasso di interesse (che costituisce una componente di reddito centrale per le banche) è influenzato dalla raccolta e dalla politica monetaria della Banca Centrale. In tempi di bassa crescita (e maggiormente ora che si prospetta una potenziale recessione) le Banche Centrali tendono a mantenere bassi, ovvero a ridurre ulteriormente, i tassi di interesse.

Aggiungo che, considerati gli alti livelli di debito pubblico che si registrano tra gli stati della nostra area comunitaria (tra i più alti proprio quello italiano), la BCE è giocoforza costretta a mantenere bassi tassi di interesse per non aggravare ulteriormente il costo degli oneri finanziari pagati dai governi.

Ne consegue che i prestiti fatti dalle Banche alle imprese mantengono, come mostrano i dati Bankitalia, tassi estremamente contenuti. Sul mercato del credito si osservano finanziamenti erogati a piccole imprese in start-up (raccolte le dovute garanzie personali e pubbliche, ma in assenza di collaterals reali) a tassi in area 3%: un costo del debito paragonabile a quello di aziende più solide e con business model più stabili e rodati negli anni.

 

Andamento dei prestiti bancari al settore privato (variazioni percentuali) e dei tassi di interesse su nuovi prestiti

Fonte: Banca d’Italia, Eurosistema, Numero 154, Febbraio 2020

 

Sul tema del costo del denaro si innesta però quella che definirei la “trappola dei tassi bassi”: le banche, usufruendo dei bassi costi di provvista, sono tentate di offrire ai propri clienti finanziamenti a tassi estremamente convenienti. Tuttavia questi tassi convenienti non remunerano il rischio.

Mi spiego meglio con un esempio: se concedo ad un’impresa in start-up (quindi con un’elevata probabilità di default) 100 mila euro a 5 anni al tasso del 3%, e l’impresa in parola smette di pagare il finanziamento fin dalla prima rata, per recuperare il capitale perduto la banca dovrà replicare altre 13 operazioni con le medesime caratteristiche. Quindi affidare altre 13 aziende per 100 mila euro a 5 anni al 3%; e solo dopo 5 anni (se nessuna delle nuove 13 aziende sarà entrata in crisi) la banca riuscirà a coprire la perdita subita.

E’ ovvio che la maggior parte degli istituti di credito, in presenza di un rischio di perdita così oneroso, preferiranno rinunciare all’operazione, ed impiegare diversamente il proprio denaro. Tuttavia, nell’esempio esposto, non riterrei scandalosa la proposta di un finanziamento a tassi ben più alti (5-6%).

Tale tasso, nel caso di fallimento dell’iniziativa imprenditoriale, avrebbe permesso alla banca di recuperare la perdita in meno della metà del tempo. Ovvero, in ipotesi di corretto rimborso del prestito, garantire la remunerazione necessaria al buon funzionamento delle strutture bancarie.

Lato azienda, di contro, se l’imprenditore ha sviluppato con esattezza il proprio business-plan sicuramente avrà un ritorno sull’investimento tale da poter comunque sostenere il maggior costo del debito. Sarà dunque ben lieto di sottoscrivere il contratto di finanziamento se l’erogazione avverrà in un tempo ragionevole, a condizioni chiare e con più alte probabilità di successo.

Il concetto di fondo che voglio sottolineare, dunque, è che in questo momento storico le banche preferiscono il più delle volte rinunciare a finanziare una PMI, piuttosto che proporre alla stessa finanziamenti ad un tasso più elevato.

Gli istituti si sono cristallizzati su tabelle che mettono in relazione il merito del credito delle imprese (c.d. rating) con i tassi da applicare (oggi estremamente bassi). Questo automatismo fa sì che le aree crediti delle banche (gli organi preposti a deliberare su una concessione di credito) ricevano richieste di finanziamento da aziende (più o meno rischiose) a tassi non in linea con i pricing attesi e già assimilati negli esercizi di budget, incorrendo in un mismatching tra rischio e interessi.

Ne consegue che sempre più spesso i deliberanti bancari declinino le richieste fatte dalle aziende, perché ritenute troppo rischiose rispetto alla remunerazione target richiesta dalla banca. La marginalità dell’azienda cliente (ebitda) in fase istruttoria è considerata prevalentemente al fine di determinare il grado di potenziale indebitamento, e non per stabilire a quale tasso erogare il prestito. Ebbene, in presenza di alta marginalità ed alto rischio di impresa (magari perché l’azienda è giovane, oppure ha subìto un rinnovo nella gestione) non troverei improprio parlare di tassi marginalmente più elevati, in linea con i potenziali profitti che saranno ottenuti dall’azienda.

I maggiori gruppi bancari italiani sembrano non aver fatto una seria riflessione su un concetto atavico: “la leva del prezzo”. Analisi di credito e corretto pricing del costo del debito sono i comportamenti richiesti ad un sistema bancario maturo e centrale nella vita economica italiana. Rinunciare al prestito per bassa propensione al rischio o “pigrizia” di analisi rappresentano atteggiamenti recessivi che impoveriscono il sistema Italia.

La conferma ci viene fornita direttamente dal mercato. Negli ultimi anni sono nate piccole banche private (spesso partecipate da fondi di investimento, ovvero da operatori privati molto liquidi) che offrono finanza alle imprese a tassi più elevati (dal 50 al 100%), garantendo tuttavia tempistiche di delibera dignitose (30/40 giorni) e probabilità di successo della richiesta elevate. Un’altra conferma arriva dal mancato utilizzo da parte delle banche dello strumento TLTRO (Targeted Long Term Refinancing Operation) offerto dalla Banca Centrale, ancor di più rinforzato nell’ultimo meeting di Francoforte (si veda al riguardo https://www.contemplata.it/2020/03/io-speriamo-che-me-la-cavo-brevi-considerazioni-sulle-recentissime-decisioni-della-bce/)

La BCE offre alle banche denaro sostanzialmente gratis, con il vincolo però che gli istituti utilizzino lo stesso per finanziare le imprese. Ebbene, seppur paradossale, molti istituti di credito hanno rinunciato a tale opportunità, per non correre il rischio di sanzioni economiche da parte della BCE nel caso di non rispetto dei target di finanziamento.

Spero di sbagliarmi, ma ci attende un periodo molto complesso a livello economico. Le banche saranno chiamate a svolgere un ruolo essenziale per contenere le crisi e riavviare un processo di crescita. Penso sia opportuno ripensare le procedure e le logiche di concessione del credito.

Ma soprattutto suggerirei di riconsiderare la figura dell’imprenditore, non volendo sopravvalutarlo ma nemmeno diminuirlo, ricordandone la definizione del nostro codice civile: “E’ imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi”.

Si tratta di un soggetto economico intrinsecamente portato allo scambio ed al commercio, aperto al confronto su affari che siano convenienti per entrambe le parti. Senza il mancato supporto alla figura dell’imprenditore rischiamo l’ennesimo rallentamento del sistema economico italiano, in permanente declino e sempre più distante dalle principali economie mondiali.

 

Canio Marcello Salandra

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