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Non c’è fretta, state a casa.

In questo periodo di incertezza ed angoscia causate dall’emergenza epidemiologica da COVID-19, molte famiglie si trovano a dover affrontare passaggi generazionali non solo dolorosi in sé – come lo sono tutti del resto – ma spesso inaspettati e non facilmente gestibili vista la situazione di lockdown che stiamo vivendo.

E’ tuttavia da tener presente che anche in materia successoria, così come avviene per altri aspetti della nostra nuova quotidianità, è possibile “prendersela comoda”. Fatta eccezione per ipotesi urgenti e contingenti, dettate soprattutto da scadenze prossime o necessità economiche impellenti, sarebbe infatti meglio aspettare che la situazione torni alla normalità prima di avviare l’iter burocratico relativo ad una successione.

Le norme dettate dal Codice Civile, nel libro II “Delle Successioni”, e dal Decreto legislativo n. 346/1990[1], in materia di “Imposte sulle successioni e donazioni”, prevedono termini relativamente lunghi per espletare l’intera procedura successoria e quindi, almeno in questo frangente, è opportuno non farsi prendere dall’ansia legata alle tempistiche burocratiche.

Andiamo con ordine e iniziamo ad analizzare i termini per il pagamento dell’imposta di successione, per poi passare, più in generale, ai termini per accettare l’eredità[2].

I soggetti tenuti ai sensi di legge a versare l’imposta di successione sono gli eredi ed i legatari. La normativa fiscale definisce eredi quei soggetti che sono chiamati all’eredità e non hanno rinunciato alla stessa[3]. In caso di successione legittima, saranno i successibili designati dalla legge[4] a dover provvedere al pagamento della relativa imposta, mentre in caso di successione testamentaria saranno i soggetti direttamente nominati dal de cuius[5] nel testamento.


Un punto fondamentale da chiarire è che il pagamento dell’imposta di successione non comporta in alcun modo accettazione dell’eredità[6]: sono due fasi del medesimo procedimento, quello successorio, che però viaggiano su binari distinti e paralleli. L’adempimento di tale formalità fiscale non preclude la possibilità di procedere alla rinunzia all’eredità; in tale evenienza, i soggetti che avranno provveduto al pagamento – per poi rinunciare – si potranno rivalere sui soggetti che effettivamente accetteranno l’eredità.

Il termine per la presentazione della dichiarazione di successione[7] è di dodici mesi decorrenti dal giorno della morte del defunto[8].

Si precisa che, ad oggi, come previsto dall’articolo 62 del Decreto Legge n. 18/2020 “Cura Italia”, messo in atto dal Governo per far fronte all’emergenza COVID-19, sono stati differiti i termini per effettuare i versamenti sospesi di imposte e degli altri adempimenti tributari. Pertanto anche i termini per presentare le dichiarazioni di successione in scadenza (tra l’8 marzo ed il 31 maggio 2020) sono stati posticipati al 30 giugno 2020. In materia di accettazione di eredità con beneficio d’inventario, invece, vi è ancora incertezza interpretativa sulla sospensione dei termini per ottenere dal Tribunale la proroga per la presentazione dell’inventario in quanto, con le nuove restrizioni, manca proprio la possibilità di recarsi fisicamente in Tribunale.

Per quanto concerne l’accettazione dell’eredità, tale diritto si prescrive nel termine di dieci anni[9].

E’ necessario precisare che l’accettazione può essere espressa o tacita, a seconda delle modalità con cui venga effettuata: nel primo caso[10] il chiamato dichiarerà espressamente di accettare l’eredita, nelle forme richieste dalla legge, mentre nel secondo[11] sarà sufficiente che lo stesso ponga in essere comportamenti concludenti perché accetti l’eredità e divenga erede.

Quanto al sopra citato termine decennale, è opportuno precisare che lo stesso decorre dall’apertura della successione e, quindi, dalla morte del de cuius. Alla norma di riferimento sono stati aggiunti, rispetto alla formulazione originaria, due commi[12] che disciplinano il decorso del termine in occasione di ipotesi particolari. In caso di istituzione condizionale, il termine decorrerà dall’avveramento della condizione, mentre decorrerà dal passaggio in giudicato della sentenza accertante la filiazione, in caso di accertamento giudiziale della stessa (comma secondo); il terzo comma dispone che il termine non corre per i chiamati ulteriori, qualora i chiamati precedenti abbiano accettato e, successivamente, il loro acquisto ereditario sia venuto meno.

In conclusione, si può pacificamente sostenere che i termini per pagare le imposte di successione e per accettare l’eredità consentono di provvedervi senza eccessiva fretta, salvo specifiche contingenze. Sarà pertanto opportuno evitare di precipitarsi da un notaio o in tribunale in un momento quale quello attuale, attendendo letteralmente “tempi migliori”. Si eviterà così di uscire inutilmente di casa, tra una autocertificazione e l’altra, riducendo al contempo la probabilità che il numero di potenziali nuovi “de cuius” cresca.

Il discorso cambia, invece, riguardo la possibilità di redigere testamento.

Il Codice Civile contempla e disciplina espressamente la possibilità di redigere il proprio testamento anche in occasione di malattie contagiose, calamità pubbliche o infortuni.[13]

Occorre, in primis, rammentare che le forme ordinarie di testamento sono il testamento olografo[14] ed il testamento per atto di notaio (nell’ambito del quale si distinguono, ulteriormente, il testamento pubblico e quello segreto). Partendo dal presupposto che il testamento olografo (scritto di pugno dal testatore) ha la stessa efficacia del testamento pubblico[15] (redatto dal notaio), si possono fare le seguenti considerazioni.

Il testamento olografo, per essere valido, deve necessariamente essere scritto di pugno dal testatore, dallo stesso sottoscritto e deve riportare la data in cui è stato redatto (con la precisazione che la data deve essere composta dal giorno, dal mese e dall’anno).

Esso può essere redatto direttamente dal testatore senza l’intervento del notaio. E’ tuttavia opportuno e consigliabile richiedere preliminarmente una consulenza giuridica da parte di un esperto, onde evitare errori di diritto e la redazione di disposizioni testamentarie inefficaci.

Il testamento pubblico, invece, è ricevuto dal notaio in forma di atto pubblico e prevede necessariamente la presenza di due testimoni. Presuppone pertanto il necessario incontro tra il testatore, i testimoni ed il notaio, che provvederà alla redazione ed alla conservazione del documento.

Quanto alle forme non ordinarie di testamento, esse sono passate, negli ultimi giorni, da casi tipicamente di scuola ad argomenti di stretta attualità.

Ferma la vigenza dell’articolo 142[16] della legge notarile, che sancisce la punibilità del notaio che abbandona la sede in occasione di malattie epidemiche o contagiose, l’articolo 609 del Codice Civile dispone che, nel caso in cui il testatore non possa valersi delle forme ordinarie, in quanto “si trova in luogo dove domina una malattia reputata contagiosa, o per causa di pubblica calamità o d’infortunio”,  è valido il testamento che sia ricevuto, oltre che da un notaio, dal giudice di pace del luogo, dal sindaco o da un ministro di culto (sempre con la presenza di due testimoni, seppur con requisiti in parte diversi). Stante l’eccezionalità delle fattispecie previste, anche l’efficacia del testamento segue una disciplina del tutto peculiare: il testamento, infatti, perde efficacia dopo tre mesi dalla cessazione della causa che ha impedito al testatore di valersi delle forme ordinarie.[17]

 

[1]D. Lgs. 31 ottobre 1990 n. 346 (G.U. 27.11.1990 n. 277) soppresso dalla L. 18.10.2001 n. 383 e ripristinato dal D.L. 3.10.2006 n. 262, come modificato dalla L. 24.11.2006 n. 286.

[2]Si guardi, al riguardo, l’articolo 456 del Codice civile: “La successione si apre al momento della morte, nel luogo dell’ultimo domicilio del defunto”.

[3]D. Lgs. 31 ottobre 1990 n. 346, articolo 7.

[4]L’articolo 565 e seguenti del Codice Civile indicano il coniuge, i discendenti, gli ascendenti, i collaterali, gli altri parenti ed infine lo Stato.

[5]L’espressione de cuius è una ellissi della locuzione latina “is de cuius hereditate agitur”, che tradotta letteralmente significa “colui della cui eredità si tratta”; nei fatti è il defunto che ha lasciato un’eredità.

[6]Così come più volte ribadito dalla Corte di Cassazione, anche in recenti sentenze come la n. 8053/2017 e la n. 22017/2016.

[7]D. Lgs. 31 ottobre 1990 n. 346; l’articolo 31, comma 1, dispone: “La dichiarazione di successione deve essere presentata entro dodici mesi dalla data di apertura della successione”. Il comma 2 prevede che il termine di dodici mesi decorra da un diverso momento, ma sono casi specifici e tassativi dettati dalla legge. Per i rappresentati legali degli eredi o legatari, per i curatori di eredità giacenti e per gli esecutori testamentari, il termine corre dall’avuta notizia della loro nomina. In caso di fallimento del defunto in corso alla data di apertura della successione, la dichiarazione deve essere presentata entro sei mesi dalla chiusura del fallimento. In caso di dichiarazione di assenza o di morte presunta, il termine decorre dalla data di immissione nel possesso dei beni o, in assenza di questo presupposto, dalla data della sentenza dichiarativa della morte presunta.Per l’eredità accettata con beneficio d’inventario entro il termine di cui al comma 1, i dodici mesi iniziano dalla scadenza del temine per la formazione dell’inventario. Dalla chiamata all’eredità in caso di rinuncia da parte degli aventi diritto. Sono previsti iter differenti per gli enti che non possono accettare l’eredità senza autorizzazione e per gli enti non ancora riconosciuti.

[8]Si precisa che non vi è obbligo di dichiarazione se l’eredità è devoluta al coniuge o ai parenti in linea retta del defunto e l’attivo ereditario ha un valore non superiore ad euro centomila e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari, salvo che per effetto di sopravvenienze ereditarie queste condizioni vengano a mancare. Si veda, al riguardo l’articolo 28, comma 7 del D. Lgs. 31 ottobre 1990 n. 346.

[9]Articolo 480 del Codice Civile: “Il diritto ad accettare l’eredità si prescrive in dieci anni.
Il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione e, in caso di istituzione condizionale, dal giorno in cui si verifica la condizione.
In caso di accertamento giudiziale della filiazione il termine decorre dal passaggio in giudicato della sentenza che accerta la filiazione stessa.
Il termine non corre per i chiamati ulteriori, se vi è stata accettazione da parte di precedenti chiamati e successivamente il loro acquisto ereditario è venuto meno”.

[10]Articolo 475 del Codice Civile: “L’accettazione è espressa quando in un atto pubblico o in una scrittura privata, il chiamato all’eredità ha dichiarato di accettarla, oppure ha assunto il titolo di erede. E’ nulla la dichiarazione di accettare sotto condizione o a termine. Parimenti è nulla la dichiarazione di accettazione parziale di eredità”.

[11]Articolo 476 del Codice Civile: “L’accettazione è tacita quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare l’eredità e che non avrebbe il diritto di fare se non nella sua qualità di erede”. L’esempio classico è la locazione o vendita di un bene caduto in successione.

[12]Con l’introduzione del D. Lgs. n.154/2013.

[13]Articolo 609 del Codice Civile.

[14]Articolo 602 del Codice Civile.

[15]Articolo 603 del Codice Civile.

[16]Legge n. 89/1913.

[17]Articolo 610 del Codice Civile.

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