E’ il pallino e la speranza di molti.
Ed essenzialmente il ragionamento sottostante è il seguente: se i paesi emergenti da anni trascinano la crescita del PIL mondiale, e se alcuni di essi, per dimensione economica (PIL) e demografica (numero di abitanti), sono destinati a divenire delle superpotenze (o lo sono già), allora ne consegue che parte del portafoglio deve essere per forza esposto a quelle aree geografiche!
Corretto, non ci piove. La diversificazione geografica è probabilmente la prima forma di diversificazione di portafoglio che ci si è immaginati: se investo in diverse aree geografiche sfrutto il fatto che tali aree non si trovano sempre e comunque nella stessa fase del ciclo economico. E i paesi emergenti, già dal nome, fanno presagire interessanti opportunità.

Però….
Ci sono tuttavia diversi “però” rispetto al ragionamento di cui sopra. D’altra parte, un conto è la teoria e un conto è la realtà.
Innanzitutto, è ben noto ed empiricamente provato che al crescere della globalizzazione le correlazioni tra i mercati azionari dei diversi paesi tendono ad aumentare, riducendo quindi le possibilità di diversificazione.
Inoltre, sarebbe da indagare meglio il fatto che molte società quotate in Borsa, specie quelle di maggiori dimensioni, sono esposte in termini di fatturato all’economia mondiale, e non semplicemente a quella del proprio paese. Ad esempio: se una società è quotata a Londra, ma la maggior parte del suo fatturato è fatto in Cina, essa sarà maggiormente legata al ciclo economico cinese piuttosto che a quello britannico.
Ed allora, ecco che si apre una notevole discrepanza tra andamento economico dei singoli paesi e andamento dei loro mercati azionari. Vediamo più in dettaglio.
Il grafico sottostante, di fonte Fondo Monetario Internazionale, illustrare la crescita (in termini reali) del PIL mondiale nel corso del tempo

A partire dal 2000, si apre un significativo gap tra paesi emergenti ed economie avanzate che permane tutt’ora. Il trend ha mille spiegazioni: fattori demografici, differenti fasi dello sviluppo economico dei paesi ecc.. Ma non è questo il problema.
Guardiamo quest’altro grafico. Viene rappresentata la performance di tre indici della MSCI.

Fonte: https://www.msci.com/documents/10199/8d97d244-4685-4200-a24c-3e2942e3adeb

Il MSCI World, che è riferito all’andamento di titoli quotati in 23 mercati sviluppati (Australia, Austria, Belgium, Canada, Denmark, Finland, France, Germany, Hong Kong, Ireland, Israel, Italy, Japan, Netherlands, New Zealand, Norway, Portugal, Singapore, Spain, Sweden, Switzerland, the UK and the US).
Il MSCI Emerging Markets, composto da 24 mercati emergenti (Brazil, Chile, China, Colombia, Czech Republic, Egypt, Greece, Hungary, India, Indonesia, Korea, Kuwait, Malaysia, Mexico, Peru, Philippines, Poland, Qatar, Saudi Arabia, South Africa, Taiwan, Thailand, Turkey and United Arab Emirates)
E il MSCI ACWI che comprende tutti i mercati di cui sopra, sia sviluppati che emergenti.
Facile osservare come, a partire dal 2012, la performance del mondo sviluppato (MSCI World) trascini il MSCI ACWI e crei un differenziale impressionante con i paesi emergenti.
Quindi: i paesi emergenti crescono mediamente di più in termini di PIL, ma molto meno in termini di mercati azionari!
Ora, se per i mercati sviluppati è facile comprendere che la locomotiva sia rappresentata dagli USA, che difatti pesano nell’indice MSCI World per più del 71% a Luglio 2024, è interessante chiedersi invece cosa zavorra l’indice dei mercati emergenti.
Analizzando la composizione geografica dell’indice MSCI Emerging markets, risulta che a Luglio 2024 i tre più importanti paesi (per peso nell’indice) erano: Cina (24,54%), India (20,01%), e Taiwan (18,45%).

Cosa succede se togliamo la Cina?

Il grafico seguente ci fa vedere l’andamento dell’indice dei mercati emergenti ex China rispetto a quello standard e all’indice globale MSCI ACWI

A prima vista non sembra che le perfomance di lungo periodo siano molto differenti. Tuttavia, se ci focalizziamo sugli ultimi anni, notiamo come l’indice ex China sovraperforma quello generale dei mercati emergenti.

La tabella delle performance annuali evidenzia come negli ultimi 3 anni l’indice ex China ha registrato un andamento nettamente migliore dell’indice MSCI Emerging Markets, mentre negli anni precedenti si è spesso registrato il contrario. Prima la Cina tirava, ora è divenuta una zavorra.
La situazione è ancora più chiara se analizziamo il seguente grafico.

Fonte: MSCI

Dal 2021, mentre l’indice India rimane pressoché immutato, l’azionario cinese, qui rappresentato dall’indice China 50, subisce un vero tracollo. E l’azionario di Taiwan segue a ruota.
Ne è derivato peraltro un notevole arretramento del peso della Cina nell’indice MSCI Emerging Markets: basti pensare che a luglio del 2020 la Cina pesava per il 40%, mentre l’India solo l’8,1%.

Conclusioni

Investire nei mercati emergenti ha sicuramente senso in una logica di diversificazione di portafoglio. E’ però un investimento non semplice e che genera rischi ulteriori a quelli che normalmente si corrono (ad esempio il rischio politico).
Diviene allora fondamentale comprendere esattamente dove si stia investendo. E forse, per la Cina, sarebbe meglio scegliere soluzioni ad hoc.