Nella vita non si può avere tutto, lo sappiamo.

Il noto proverbio “Volere la botte piena e la moglie ubriaca” – da alcuni additato quale traduzione maschilista e sessista (sic!) del francese “avoir le beurre et l’argent du beurre” (avere il burro e i soldi del burro), ovvero dell’inglese “have your cake and eat it too” (avere la torta e anche mangiartela) – ben rappresenta il concetto.

E anche nei mercati finanziari non si sfugge a tale crudele destino. Come dicono quelli bravi, esistono infatti non pochi trade-off logico-teorici che devono essere conosciuti ed affrontati nel momento in cui si effettuano degli investimenti.

Il più classico degli esempi attiene alla relazione rendimento-rischio. Vuoi più rendimento? Devi assumerti più rischio.

In realtà il concetto sarebbe un po’ più complesso e dovrebbe suonare come: vuoi più rendimenti attesi? Devi assumerti anche più rischi attesi. In finanza, infatti, tutto è atteso: che significa, largo circa, in media nel futuro. Quindi se vuoi in media nel futuro avere più rendimenti, devi accettare in media nel futuro anche più rischi.

Ciò non toglie che, in alcuni momenti e per alcune situazioni straordinarie, possa anche accadere il contrario. Un titolo obbligazionario AAA potrebbe in effetti rendere più di un titolo BBB in determinati periodi. Ma è alquanto logico supporre che un titolo AAA non possa sempre e comunque produrre rendimenti maggiore di un titolo BBB, altrimenti non avrebbe senso il diverso rating assegnato.


Inoltre, se proprio vogliamo dirla tutta, c’è anche chi ritiene (https://seekingalpha.com/article/4211715-strange-relationship-of-risk-and-reward), probabilmente giustamente, che oltre un certo livello la relazione rischio-rendimento non sia più lineare ma curvilinea.

In questo articolo vogliamo però fare alcune considerazioni su un altro aut aut tipico del mondo della finanza, ossia la relazione prezzo-rendimento.

Partiamo da un ragionamento semplice. Quando si effettua un investimento normalmente ci si aspetta di ottenerne dei flussi futuri che ne giustifichino il costo.

Compro un appartamento da mettere in affitto perché mi aspetto di poterne ricavare dei canoni mensili che mia diano una buona rendita. Se compro un titolo di stato o un titolo obbligazionario mi attendo di ricevere delle cedole. Se compro delle azioni spero di avere dei dividendi e di poter poi rivendere i titoli ad un prezzo più alto.

Se semplicemente lascio i soldi sul conto corrente è perché mi aspetto degli interessi; no scusate …. quest’ultima è una cavolata!

Qualsiasi tipo di investimento ha però un rendimento atteso che dipende dal prezzo/costo di acquisto. Se l’appartamento lo compro ad un prezzo più basso i canoni di affitto mi producono una rendita maggiore. Se un titolo di stato a tasso fisso (leggasi BTP) quota a prezzi più bassi il suo rendimento è maggiore (ma probabilmente anche il suo rischio).

La stessa cosa vale anche per le azioni, sebbene in questo caso la relazione venga a volte (spesso) dimenticata.

Facciamo anche qui un esempio facile. Immaginiamo che il famoso e famigerato “consensus”, ossia la media delle aspettative di un campione di analisti raccolte da un provider specializzato (ad esempio Bloomberg), ritenga che per le azioni della società Alpha sia adeguato attendersi un dividendo futuro di 1 euro per azione, e che tale dividendo possa crescere costantemente del 2% annuo.

Seconda la formula di Gordon-Shapiro per la determinazione del prezzo di un titolo azionario (si veda al riguardo anche https://www.contemplata.it/2020/08/i-mercati-non-contano-i-morti-articolo-premium/), se le azioni della società Alpha quotano 10 euro allora il rendimento atteso dagli azionisti è pari al 12%. La formula del prezzo è infatti P = Div1/(R-G), dove Div1 è il dividendo atteso, R il rendimento atteso e G il tasso di crescita dei dividendi. Nel nostro caso avremmo 10 = 1 /(R-0.02). Risolvendo l’equazione per R si avrebbe un rendimento del 12%

Ora, è facile comprendere che se si potesse acquistare le azioni Alpha, a parità di dividendo atteso e di tasso di crescita stimato, al prezzo di 9 euro anziché 10, il rendimento crescerebbe attestandosi al 13,11%. La formula diverrebbe infatti: 9 = 1/(R-0.02).

Immaginiamo invece che il prezzo delle azioni salga a 12 euro. Chi possiede le azioni otterrebbe un bel guadagno del 20% è ne sarebbe alquanto felice. Ma cosa succederebbe al rendimento futuro, a parità di dividendo atteso e di tasso di crescita stimato? Rebus sic stantibus, il rendimento scenderebbe al 10,3%. Come a dire: se hai la botte piena (+20% di plusvalenza), non puoi avere anche la moglie ubriaca (un rendimento atteso come quello di prima)[1].

Pur essendo l’esempio proposto chiaramente didattico, il concetto di fondo non solo deve essere ben compreso, ma diviene alquanto rilevante per chi investe nei mercati azionari.

In termini semplici, infatti, quando le quotazioni delle azioni salgono in maniera consistente si generano appetibili plusvalenze per chi detiene i titoli in portafoglio. Ma se la crescita delle quotazioni non è dovuta ad una altrettanto consistente crescita delle aspettative sugli utili/dividendi futuri (il tasso G di cui sopra), allora occorre porre attenzione al fatto che i rendimenti attesi futuri non potranno che essere minori.

Ciò non significa, per forza di cosa, che dopo un periodo di forte rialzo ci debba obbligatoriamente essere uno storno consistente di Borsa. I prezzi potrebbero continuare anche crescere, ma a ritmi meno sostenuti e producendo quindi nel corso del tempo rendimenti minori (a meno che non si modifichino i fondamentali delle società quotate).

Visto al contrario, però, il ragionamento di cui sopra ci dice anche che, a seguito di crolli consistenti dei corsi azionari, si generano interessanti opportunità di rendimento se i fondamentali delle aziende non ne risultano irrimediabilmente compromessi.

In definitiva: l’investimento (ben diversificato) nei mercati azionari ha sempre prodotto nel lungo termine interessanti risultati, e speriamo che ciò continui ad essere la regola. Tuttavia, e purtroppo, i rendimenti medi annualizzati prodotti dai mercati non sono sempre costanti se osservati in diversi periodi (ad esempio decadi).

In una logica di pianificazione finanziaria occorre quindi prenderne atto per meglio inquadrare le possibilità di accumulazione nel corso del tempo.

E comunque, per non sbagliarsi, il caro vecchio PAC non fa mai male. Come a dire: diamo un colpo al cerchio e uno alla botte. Sperando che la moglie si ubriachi anche con poco.

 

[1] Si noti che nel caso di titoli obbligazionari a tasso fisso, quali i BTP, l’effetto descritto è più che ovvio. Se ad esempio compro dei BTP a 100 in fase di collocamento, e poi il prezzo sale a 110, ottengo una bella plusvalenza nel caso decidessi di monetizzare vendendo i titoli. Ma se poi volessi reinvestire in BTP che costano 110 e non più 100 ovviamente il rendimento che ne otterrei sarebbe minore.

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