La Legge di Bilancio 2024 è stata licenziata dal Parlamento Italiano il 31 dicembre scorso e la sua attuazione è ormai ai blocchi di partenza.

Avrebbe potuto essere l’occasione giusta per introdurre una nuova e coraggiosa riforma in tema di pensioni, così tanto necessaria per i cittadini italiani; si poteva addirittura sperare in una vera e propria rivoluzione copernicana del terzo pilastro della previdenza italiana.

Purtroppo, anche per quest’anno non sarà così: la coperta è corta e non se fa nulla. Non rimane che accontentarci di quanto abbiamo.

 

La normativa in materia: lo stato dell’arte

In Italia, il concetto di previdenza integrativa stenta a far breccia nel cuore dei cittadini. Vero è che qualche passo avanti è stato fatto, ma se riflettiamo sulla strada percorsa dai lavoratori italiani (dipendenti ed autonomi, soprattutto) e sulla salita che ancora dovrà essere affrontata, tutto lascia pensare che non ci sia contezza dell’importanza di questa scelta.

Alcuni dati salienti emersi dalla Relazione COVIP (Comitato per la Vigilanza sui Fondi Pensioni) forniscono il quadro della situazione.

Le posizioni in essere presso le forme pensionistiche complementari alla data 30 settembre 2023 si attestano a 10,6 milioni, registrando un aumento del 3% rispetto a dicembre del 2022. L’anno precedente, il rialzo era stato del 5,4% rispetto al 2021. Dunque, qualcosa sembra si stia muovendo nelle dinamiche dei comportamenti dei cittadini, più pronti a ragionare in termini di lunghissimo periodo. Ma la strada da percorrere è ancora lunga.

Per quel che riguarda la contribuzione femminile, la percentuale di donne iscritte risulta ancora inferiore rispetto a quella maschile. E ciò per diversi motivi: innanzitutto, la partecipazione femminile al mercato del lavoro è più bassa ed è caratterizzata, tutt’ora, da livelli salariali minori. Inoltre, le carriere lavorative sono spesso discontinue al sopraggiungere dei periodi di maternità.

 

La tabella sottostante fornisce lo spaccato delle posizioni in essere. Sui 10,6 milioni di posizioni, circa 4 milioni si riferiscono a fondi pensione negoziali (quasi esclusivamente dedicati a lavoratori dipendenti), cioè al cosiddetto secondo pilastro. Altre 3,7 milioni di posizioni attengono i PIP (Piani individuali Pensionistici), l’essenza del terzo pilastro ad adesione individuale.

https://www.covip.it/sites/default/files/documentazionestatistica/agg_stat_set23.pdf

 

La decisione di aderire ad una forma di previdenza complementare non è più procrastinabile per la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani, e ciò per diversi ordini di motivi.

La Legge di Bilancio ha circoscritto nei limiti delle malandate finanze pubbliche i possibili interventi in tema di pensioni. Queste le novità in sintesi:

  • APE Sociale (anticipo pensionistico) è una sorta di assegno ponte per i lavoratori fragili che si trovano a dover assistere, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, il coniuge o una parente di primo o secondo grado convivente con handicap gravi, invalidi civili con invalidità superiore al 74%, con 30 anni di contributi lavorativi ed un età pari a 63 anni e 5 mesi.
  • Opzione Donna prevede da quest’anno l’età minima a 61 anni per le lavoratrici in condizioni di fragilità (caregiver, possesso di invalidità civile almeno al 74%, dipendenti o licenziate da imprese in crisi) e con 35 anni di contributi versati. Previsti sconti sull’età anagrafica per le “madri lavoratici”.
  • Pensione di vecchiaia, in questo caso si elimina il vincolo che prevede un assegno pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale, in quanto si ritiene sufficiente l’assegno di pari importo.
  • Pensionamento Anticipato, si richiede il compimento dei 64 anni d’età ed il raggiungimento dei 20 anni di contribuzione, con una nuova soglia minima che passa da 2,8 a 3 volte l’importo dell’assegno sociale, con un’unica eccezione nel caso di lavoratrici con figli. Tetto massimo oltre il quale l’assegno previdenziale non potrà andare, cinque volte il minimo Inps.
  • Quota 103, giuridicamente conosciuta come Pensionamento Anticipato Flessibile, è stata riformulata dal Governo Meloni in modo da ridurre il numero dei richiedenti. Gli interessati potranno accedervi, come per il 2023, rispettando i due requisiti indispensabili, 41 anni di contribuzione e 62 anni d’età, ma con una novità poco gradevole: il calcolo dell’assegno avverrà utilizzando il metodo contributivo. Vale a dire, anche per quei lavoratori che potrebbero beneficiare del cosiddetto “sistema misto” – avendo lavorato per un certo numero di anni prima della linea di confine 31 dicembre 1995 introdotta dalla Riforma DINI – il calcolo pensionistico verrà effettuato interamente con il sistema contributivo, con evidente decurtazione permanente dell’assegno finale. Aumentate anche le finestre di uscita dal lavoro, da 3 a 7 mesi per i dipendenti privati e da 6 a 9 mesi per quelli pubblici. Viene, invece, premiata la scelta di rimanere al lavoro anche dopo il raggiungimento di tali condizioni, recuperando in tal caso una percentuale di contribuzione per ogni anno lavorato.

E’ stata poi introdotta dal Governo Meloni con l’intento di permettere l’integrazione della posizione previdenziale, la novità relativa a “misure per il riscatto dei periodi non coperti da retribuzione  e di adempimenti relativi ad obblighi contributivi”.

Per il biennio 2024/2025  sarà dunque possibile riscattare, in tutto o in parte, i periodi non coperti da contribuzione fino ad un massimo di cinque anni, identificandoli come tempo effettivamente lavorato. E’ previsto il versamento  anche in rate mensili di quanto dovuto in un massimo di 12 anni senza interessi.

I beneficiari saranno lavoratori pubblici e privati per i quali è previsto il calcolo dell’assegno pensionistico con il sistema interamente contributivo.

 

Le riforme che hanno portato allo stato attuale

Il tema delle “Pensioni”, ormai ne siamo consapevoli, è sempre stato oggetto di ampi dibattiti – come numerosi sono stati i nostri Governanti tecnici e politici impegnati sul tema previdenziale – fin dai primi vagiti riconducibili ad una nuova Legge che avrebbe permesso di muovere i primi passi verso l’utilizzo del calcolo contributivo, ovviamente più gravoso per i lavoratori, ma per forza di cose necessario e razionale.

Se la Riforma Amato del 1992 aveva iniziato a razionalizzare il sistema pensionistico italiano nell’ottica di ridurre la spesa per le pensioni in rapporto al PIL, attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile ed un aumento minimo di contribuzione, la Riforma Dini del 1995, invece, ha introdotto per la prima volta il calcolo del sistema contributivo,  applicandolo a tutti i lavoratori a partire dal 1^ gennaio 1996.

Come ampiamente noto nel settore, il modello retributivo poneva in correlazione la pensione alla retribuzione percepita negli ultimi anni di attività (inizialmente la media dell’ultimo decennio, poi quella dell’ultimo quinquennio). Naturalmente, affinché questo sistema regga, occorre che vi sia un equilibrio tra lavoratori attivi e pensionati. Cosa è successo in seguito?

Due elementi hanno fatto sì che questo modello non fosse più in linea con le necessità di Gestione dell’Ente Erogatore, a seguito del costante invecchiamento della popolazione e dell’andamento demografico in costante flessione.

Si passa così al Modello Contributivo, un sistema decisamente più equo, in quanto crea correlazione tra quanto versato dal lavoratore e quanto egli percepirà all’uscita dal lavoro. Il montante così accantonato si convertirà in rendita attraverso coefficienti di trasformazione, modificati e calcolati in ragione dell’età di pensionamento e delle aspettative di vita.

 

La riforma Maroni

Con questa riforma, entrata in vigore nel 2007, Il Ministro Maroni aveva apportato una svolta decisiva al funzionamento del sistema previdenziale italiano, attraverso la destinazione delle quote del TFR maturando nei Fondi Pensione di destinazione. Tale scelta, da allora, può essere espletata fin dal momento dell’assunzione.

Nascevano quindi il Secondo e il Terzo Pilastro, costituiti da fondi pensione aperti, chiusi, negoziali o piani individuali pensionistici di tipo assicurativo, o ancora forme di previdenza private di tipo assicurativo.

 

La riforma Fornero

Il principio cardine di questa riforma porta a compimento quella che era stata l’intuizione insita nella Legge Dini, che aveva già introdotto il modello contributivo. Ora, a partire dal 2012, sparisce la pensione di anzianità (e da questo momento si parlerà solo di pensione anticipata), il montante accantonato a fine lavoro verrà calcolato a tutto tondo secondo il metodo contributivo, non solo per coloro che hanno meno di 18 anni di attività lavorativa svolta e, dunque, di contributi versati  fino al 31 dicembre 1995, ma per l’intera platea dei lavoratori.

Unica eccezione, gli iscritti alla Previdenza che lavoravano ormai da 18 anni alla data del 31 dicembre 1995 e possedevano un’anzianità lavorativa che consentiva loro di lasciare il lavoro al 31 dicembre 2011, avrebbero avuto il pieno diritto di ottenere il primo certificato pensionistico secondo il modello retributivo.

Infine, sempre a partire dalla Legge Fornero il coefficiente di trasformazione in rendita (di fatto quel valore che traduce in pensione annua il montante contributivo accumulato dal lavoratore nel corso della sua attività) viene rivisto  e ridotto nel corso degli anni in un arco temporale più ristretto, non più ogni tre anni, ma ad ogni biennio a partire dal 2019, creando una forte correlazione tra le nuove aspettative di vita e  il tempo di quiescenza.

La Legge Fornero presenta diverse contraddizioni, non interamente giustificate dalla necessità di introdurla in quel dato contesto storico (crisi dei debiti pubblici). Essa ha portato conseguenze sfavorevoli al lavoratore, se non veri e propri stravolgimenti. Come dimenticare l’increscioso caso dei cosiddetti “Esodati”, coloro che avevano stabilito di allontanarsi anticipatamente dal proprio lavoro, previo accordo con le aziende di riferimento o con contratti collettivi o individuali e che, proprio a seguito della Legge Fornero, si sono ritrovati in forti difficoltà, di fatto spesso non coperti da alcuna entrata?

Ad ogni modo, i meccanismi introdotti dalla legge Fornero costituiscono uno spartiacque da cui avrà poi origine una profonda metamorfosi.

 

NUOVA LEGGE DI BILANCIO: IL CASO DELLA R.I.T.A. (Rendita Integrativa Temporanea anticipata)

Sulla Rendita Immediata Anticipata sembra non vi siano modifiche per il 2024.

La RITA dovrebbe essere tassata sempre secondo il sistema agevolato al 15%, a titolo di imposta sostitutiva con una riduzione dello 0,30% per ogni anno di partecipazione al fondo, fino ad arrivare al minimo del 9%. Si tratta, dunque, di un reddito ponte che nell’intervallo dei 5 anni che precedono la pensione di vecchiaia, o 10 anni in caso di inoccupato da 24 mesi, può accompagnare il lavoratore alla pensione. Si richiede in ogni caso la cessazione dell’attività lavorativa, almeno al momento in cui si fa richiesta.

Sul punto La COVIP precisa che, successivamente, chi usufruisce di questa anticipazione potrà in seguito proseguire un qualsivoglia lavoro. Sarebbe comunque un buona integrazione per esempio per chi sceglie l’opzione donna.

E’ poi possibile continuare a contribuire al Fondo Pensione, affinché possa crescere il montante finale, nonostante la decurtazione di quanto versato precedentemente con la RITA che, come tale, ha una flessibilità notevole.

Dunque, si tratta di una delle poche forme di previdenza complementare a cui è possibile accedere prima del pensionamento.

Nell’ipotesi in cui colui che versa è, per esempio, il marito a favore della moglie, ed ha portato in deduzione i versamenti sul proprio reddito, potrà fare domanda di anticipazione della pensione solo colei in capo alla quale è stato creato il Fondo Pensione, purché abbia versato almeno 20 anni di contribuzione nella Pensione Pubblica.

 

I nodi arrivano al pettine

Dopo decenni di riflessioni sull’argomento, e sulle principali tematiche riguardanti il passaggio dalla fase lavorativa a quella di pensionamento, si ha, invece, l’impressione che la nostra società non si renda ancora conto di come questo importante passaggio non sarà scevro da problemi. E le criticità connesse, sebbene gradualmente ma in modo sempre più invasivo, arriveranno a modificare il nostro stesso stile di vita.

Il dato è fattuale.

I primi segnali di questi cambiamenti sociali si sono manifestati a partire dagli anni successivi al 2012. Ne è un esempio il fatto che sono stati sempre più numerosi i lavoratori italiani (vuoi dipendenti vuoi lavoratori autonomi) stimolati ad effettuare, all’interno del sito INPS, simulazioni sul proprio status pensionistico al fine di poter ragionare, in termini numerici, su ciò che avrebbe potuto avvenire in fase di quiescenza.

Erano peraltro gli anni della famosa “Busta Arancione”, una prima sommaria documentazione che avrebbe dovuto accrescere nei lavoratori italiani la consapevolezza del loro status, e dell’evoluzione che ne sarebbe derivata di lì a pochi decenni a venire.

Per avere una stima della propria pensione futura, si devono guardare alcuni elementi chiave che il sito INPS indica: il montante contributivo, ovvero la somma dei contributi versati, l’età della pensione ed i coefficienti di trasformazione in rendita, applicati al montante individuale in base all’età in cui si vorrà lasciare il lavoro.

Ora, lasciando per un momento da parte la categoria dei Millennials e della Generazione Z come pure quella dei Boomers (solo in piccola parte ancora interessati ad un approfondimento di queste tematiche in quanto la maggioranza è già in pensione), la fascia di lavoratori che dovrebbe essere più stimolata su questi argomenti (diciamo dai 35 ai 55 anni), è però anche quella più distaccata e fredda nei confronti del proprio futuro pensionistico.

Per questi “svogliati” o “incoscienti” la simulazione effettuabile sul sito INPS serve? Chi di questi ha forse mai aperto il sito dell’Inps? Pochi? Molti?

Nel 2023, il numero stimato è in graduale crescita. Ma senza dubbio, una parte cospicua è rappresentata da chi si trova a pochi anni dall’età pensionabile. Difficile pensare che chi ha ancora molti anni lavorativi davanti si ponga il problema. E’ proprio questa accidia che occorre combattere!

A questo punto verrebbe da chiedersi: è sostenibile, almeno nel medio periodo, l’attuale contesto previdenziale? Ad oggi sembra che solo un esiguo numero di lavoratori si siano posti il quesito.

Come accennavo, la fascia d’età che arriverà all’età pensionabile non ancora preparata ad affrontare il passaggio alla quiescenza, e che potrebbe avere i maggiori problemi in termini di gap tra l’ultimo reddito da lavoro ed il primo certificato pensionistico, è quella individuabile nella “Generazione X”, vale a dire i nati dal 1965 al 1980.

Si tratta della fascia d’età più bisognosa di riflettere sulla costruzione di una propria previdenza integrativa, anche perché gli anni di lavoro da affrontare per alcuni componenti di questa generazione sono ancora tanti. E anche per i ritardatari qualcosa si dovrà pur pensare.

 

Vantaggi tecnici dei fondi previdenziali

L’accantonamento di una somma costante e periodica in un Fondo Previdenziale offre un vantaggio concreto sul fronte fiscale. E ciò si esplica in tre aspetti.

Da un lato, come noto, i contributi versati durante la fase di accumulo sono deducibili fino ad un massimo di 5.164,27 euro. Tali contributi possono essere versati: dal sottoscrittore del Fondo, a titolo personale; dal datore di lavoro, se si tratta di un Fondo Negoziale o di un Fondo Aperto; a favore di un famigliare a carico (per esempio a favore dei figli/e).

Inoltre, i redditi prodotti all’interno dello strumento previdenziale godono di una tassazione agevolata con imposta pari al 20%, a differenza di quella prevista sugli investimenti finanziari, che raggiunge il 26%.

Infine, il montante finale maturato al termine della fase di accumulo, viene assoggettato ad una tassazione[1] del 15%, percentuale che però si decurterà dello 0,30% annuo a partire dal 15° anno di contribuzione, fino a poter arrivare al 9%. Si tratta di una differenza notevole rispetto alla tassazione del montante accumulato con il TFR ((Trattamento di Fine Rapporto) mantenuto in azienda, soggetto all’aliquota Irpef media in base alla quale è stato tassato il reddito fino alla cessazione del rapporto di lavoro.

 

Anticipazioni

Analogamente a quanto avviene per il TFR, anche per il Fondo Pensione è prevista la possibilità di ottenere delle anticipazioni, rispettando i seguenti cancelletti:

 

  • Decorsi 8 anni, è possibile chiedere un anticipo pari al 75% del totale accumulato fino a quel momento, nell’ipotesi di acquisto o ristrutturazione della prima casa per sé e per i figli.
  • Stessa percentuale nell’eventualità in cui il soggetto interessato si trovi a dover affrontare una malattia grave e tale somma sia necessaria per sostenere le cure del caso. In tale ipotesi non è necessario attendere gli 8 anni.
  • Infine, è possibile richiedere una anticipazione di una percentuale pari al 30% anche per semplici motivi personali (con 8 anni contributivi)

 

La tassazione sulle somme richieste in anticipo varia dal 15% al 23% a secondo dei casi (è del 23% per l’acquisto e la ristrutturazione della prima casa o per esigenze personali generiche, mentre scende al 15% per le spese sanitarie)

 

Oltre alle anticipazioni, è possibile fare richiesta di riscatto totale in presenza di alcune condizioni:

  • decesso del lavoratore prima che abbia maturato il diritto alla pensione a favore degli eredi;
  • Invalidità permanente grave che riduca le capacità lavorative;
  • Prolungato periodo di disoccupazione superiore a 48 mesi

Il riscatto totale, così come l’anticipazione per motivi di salute, è soggetto a tassazione del 15% (con riduzione prevista al 9% dopo 35 anni di investimento). In tutti gli altri casi è pari al 23%.

 

Trasferimento ad altro fondo

E’ sempre possibile, decorsi due anni dalla prima sottoscrizione, trasferire quanto accumulato in un altro Fondo Pensione, per esempio, perché il lavoratore ha cambiato lavoro ed ora si trova a svolgere la propria attività in un settore che contempla l’esistenza di un Fondo più performante e laddove sia possibile beneficiare del contributo datoriale, o perché si ha bisogno di maggior flessibilità nel versamento di contributi ed il nuovo Fondo offre migliori condizioni, come costi più contenuti.

 

 

[1]          La tassazione viene applicata sulla quota di versamenti dedotti durante il tempo dal lavoratore