Ho sentito qualcuno asserire che i dati non mentono. Ma so bene quanto non sia inusuale che alcuni dati possano invero condurci ad una falsa percezione delle cose.

I principali stadi di serie A sono sold out quasi tutte le domeniche; le code in tangenziale a Milano, o sul raccordo anulare a Roma, non appaiono per niente in diminuzione, nonostante lo smart working; non parliamo del sovraffollamento sui treni dei pendolari e delle file in aeroporto per passare i controlli. Un pienone di gente senza precedenti!

Eppure, i dati Istat continuano a dirci che la popolazione residente in Italia sta diminuendo. La tabella sottostante, riferita ai primi mesi del 2025, illustra chiaramente il fenomeno.

Ogni mese si registra un saldo naturale (differenza tra chi muore e chi nasce) ampiamente negativo, dovuto al famigerato tasso di fertilità sceso a 1,18 (cioè 1,18 figli in media per coppia). Il saldo naturale è solo in parte bilanciato dal saldo migratorio, cioè la differenza tra chi arriva e chi se ne va dall’Italia (in termini di residenza stabile), che è sì sempre positivo, ma non a sufficienza.

Risultato: a giugno 2025 il totale degli abitanti era di 58.919.230, ben al di sotto del picco di oltre 60 milioni di abitanti che avevamo raggiunto la scorsa decade.

Prospettive per il futuro? Non rosee.

In una recente analisi (luglio 2025) l’Istat effettua la sua periodica proiezione demografica, questa volta al 2050. Certo, le previsioni si possono anche sbagliare; ma quelle demografiche sono tutto sommato “veritiere”. Difficile ad esempio pensare che il tasso di fertilità raddoppi nei prossimi decenni! O che la speranza di vita cali drasticamente!

Ed allora l’Istat ci informa del fatto che nel 2050 la popolazione residente è prevista in diminuzione a 54,7 milioni: 4 milioni di abitanti in meno, ossia un -6,79%.

Nel suo rapporto l’Istat evidenzia altresì alcune differenze geografiche di non poco conto. Dal prospetto che segue emerge come (al 2050) il calo maggiore si avrà nel Mezzogiorno, mentre Nord e Centro si manterranno più stabili.

Questa divergenza è dovuta ad un altro fenomeno, tutt’ora presente, di cui si tiene poco conto, ossia il saldo migratorio interno. Tale saldo, che misura quanti italiani cambiano comune di residenza, è matematicamente pari a zero: se un individuo si sposta da un comune ad un altro il numero di residenti, complessivamente, non cambia. Ma cambia la dimensione di alcuni comuni a discapito di altri: si pensi, semplicemente, a quali conseguenze questi spostamenti possono avere sulle gioie e sulle sfortune dei proprietari di immobili!

Quali considerazioni si possono allora trarre da questi dati?

Una nazione in cui il numero di residenti diminuisce non è di certo messa bene; gli effetti sui sistemi previdenziali e assistenziali già si fanno sentire.

Dovremo allora rassegnarci a (o forse addirittura sperare in) un saldo migratorio ancora più consistente? Lascio a voi la risposta.

Rimane il fatto che in una società che cambia così rapidamente le esigenze finanziarie e non degli individui cambiano. Tocca ai consulenti finanziari anticipare gli eventi.