I più attempati, la scena iconica del film “Non ci resta che piangere” se la ricordano bene: “chi siete? Quanti siete? Cosa portate? Un fiorino!”.
La comica puntigliosità dell’addetto alla dogana ben si addice all’attuale cataclisma sferrato dall’amministrazione americana: metti i dazi, togli i dazi, rimetti i dazi, sospendi i dazi, aumentali alla Cina, riducili all’Europa, alzali sull’alluminio, abbassali sul legno. E comunque: un fiorino!
Ma alla fin fine… chi li paga questi dazi? Proviamo a fare chiarezza, sebbene la confusione regni sovrana.
Cosa sono i dazi e a cosa servono
In termini generali, quando si parla di dazi ci si riferisce ai dazi sulle importazioni. Si tratta di vere e proprie tasse imposte dai governi sui beni importati da altri paesi.
I dazi, storicamente, sono sempre esisti e sono stati usati diverse volte. Almeno in teoria, la loro funzione sarebbe quella di incrementare il costo dei prodotti importati, rendendoli meno competitivi rispetto ai beni prodotti internamente, con l’obiettivo di proteggere le industrie nazionali, specie quelle nascenti, dalla concorrenza estera.
L’idea, quindi, è che se una particolare industria, settore o produzione interna non è ancora sviluppata e adeguatamente efficiente rispetto a quanto avviene in altri paesi, i suoi prodotti non saranno mai competitivi rispetto a quelli importati dall’estero; di conseguenza quell’industria non si potrà mai sviluppare se non viene protetta tramite dazi.
Tuttavia, occorre dire che se i dazi non vengono poi seguiti da incrementi di efficienza nella produzione di determinati beni, allora vi è il rischio che proteggendo l’industria domestica si finisca semplicemente per far pagare di più quei prodotti ai consumatori interni, così come avvenne quando negli anni ’80 l’Europa impose dazi sulle auto giapponesi.
Cosa diversa, invece, è pensare che l’applicazione dei dazi possa costringere le imprese straniere a venire a produrre nel proprio paese, ovvero a convincere le imprese domestiche che in passato hanno delocalizzato la produzione (o parte di essa) all’estero a ritornare sui loro passi. In questo caso, cioè, non si tratterebbe di salvaguardare una industria nascente, ma di spingere verso una riorganizzazione delle filiere produttive a livello mondiale. Il cosiddetto reshoring.
In questo caso, i risultati attesi non sempre sono così facilmente raggiungibili, per diversi motivi.
Ad esempio, se alcune imprese domestiche hanno in passato deciso di delocalizzare, lo hanno probabilmente fatto perché le condizioni in patria non permettevano di essere sufficientemente competitivi nell’arena internazionale, ovvero perché quel tipo di produzione è difficilmente implementabile nel proprio paese per carenza di manodopera. Riportare la produzione in patria potrebbe quindi significare non solo notevoli costi di riorganizzazione, ma anche una perdita di competitività al di fuori dei propri confini.
Per le imprese estere, invece, i dazi imposti dal paese importatore non è detto che costringano, necessariamente, ad aprire sedi e fabbriche in quel paese. Tali imprese, infatti, potrebbero semplicemente decidere di non fornire più quel mercato, ovvero di esportare solo certi tipi di prodotti di alta gamma sulla cui domanda l’applicazione dei dazi ha meno effetto. Senza contare che alcune produzioni non si possono proprio spostare per natura: lo champagne lo si produce in Francia, altrimenti non è champagne. E così il Parmiggiano-Reggiano o l’olio toscano.
Ma chi paga i dazi?
In termini pratici l’applicazione dei dazi avviene attraverso una serie di procedure doganali che ogni merce importata deve seguire al momento dell’ingresso nel paese di destinazione.
Al suo arrivo al confine (spesso rappresentato da un porto visto che i prodotti esportati a livello internazionale viaggiano prevalentemente via mare), la merce viene esaminata dalla dogana per determinarne il valore, la classificazione e l’origine. Questi fattori sono cruciali perché influenzano l’aliquota del dazio applicabile.
Le merci vengono infatti classificate secondo un sistema tariffario standardizzato, che definisce le categorie di prodotti e le relative tariffe. La classificazione determina l’aliquota specifica del dazio da applicare.
Il valore in dogana delle merci è calcolato basandosi su vari criteri, che possono includere il prezzo pagato o pagabile, i costi di spedizione, e altri costi fino al punto di ingresso nel paese importatore.
Una volta determinati la classificazione e il valore, viene applicato il dazio corrispondente. L’aliquota può variare in base agli accordi commerciali esistenti tra il paese importatore e il paese di origine della merce.
Il dazio viene generalmente pagato dall’importatore o da un agente doganale autorizzato al momento dello sdoganamento; altrimenti la merce non te la fanno ritirare!
Formalmente, quindi, i dazi sono pagati dall’importatore. Ma chi ne subisce realmente il peso?
Le casistiche sono diverse, e nel corso del tempo possono anche modificarsi.
La prima e più immediata possibilità consiste nel fatto che l’importatore scarichi il dazio pagato sul prezzo di vendita al consumatore finale. In questo caso, l’applicazione di dazi generalizzati produrrebbe immediatamente un innalzamento dei prezzi, cioè maggiore inflazione, per il paese che li impone. E si tratterebbe di una vera e propria tassa sui propri cittadini, con relativo incasso da parte del governo.
La Banca Centrale si troverebbe peraltro costretta ad affrontare la situazione, soprattutto se l’impennata dei prezzi non viene riassorbita velocemente. Ma, d’altra parte, l’applicazione dei dazi potrebbe accrescere il rischio di calo della domanda ed eventualmente di recessione. Si arriverebbe cioè a quella brutta cosa chiamata stagflazione.
Eventualmente, tuttavia, l’importatore potrebbe assorbire, almeno in parte, il dazio pagato tramite una riduzione dei propri margini. Il consumatore finale sarebbe meno penalizzato, ma l’impresa che importa avrebbe una significativa riduzione degli utili. Ecco perché i dazi imposti dagli USA danneggiano innanzitutto le stesse imprese americane che hanno delocalizzato all’estero (si pensi alla Nike); e se queste fossero davvero costrette a riportare la produzione in patria non è proprio detto che riescano a ricostituire i margini che avevano prima
Viceversa, si potrebbe anche ipotizzare che sia l’esportatore a dover ridurre i suoi margini a seguito dell’introduzione dei dazi all’importazione. Ciò accadrebbe nelle situazioni in cui l’importatore ha una notevole forza contrattuale nei confronti degli esportatori stranieri, e riesce ad imporre loro una diminuzione del prezzo alla dogana tale da mantenere invariato il prezzo finale per il consumatore interno.
Ovviamente, e a seconda dei casi, potrebbero anche verificarsi contemporaneamente tutte le condizioni indicate. Il dazio si scaricherebbe allora in parte sul consumatore finale, in parte sui margini dell’importatore, in parte sui margini dell’esportatore straniero.
D’altra parte, è invece facile comprendere che il valore del dazio va ad incrementare le entrate dello Stato, essendo una tassa. Ma di quanto? La risposta, non è facile. Infatti, se nell’immediato è difficile pensare che le imprese importatrici ed esportatrici riescano ad evitare o ad aggirare i dazi imposti dal governo, nel medio-lungo termine le cose potrebbero evolvere diversamente.
Da un lato, infatti, se i dazi raggiungessero pienamente il loro scopo, cioè se le imprese straniere trasferissero totalmente la loro produzione nel paese che li ha imposti, ovvero le imprese domestiche riportassero tutta la loro produzione in patria, allora le entrate dello Stato cesserebbero, in quanto diminuirebbe drasticamente la quantità di merci da tassare in dogana.
Dall’altro, è facile ipotizzare che le imprese, sia domestiche che straniere, cercheranno in qualche modo di evitare, o almeno ridurre il peso dei dazi, magari attraverso combinazioni e triangolazioni internazionali.




