Ad Agosto del 2020 avevo prodotto per conTemplata un articolo dal titolo: “I mercati non contano i morti (the show must go on)”. L’articolo riguardava l’andamento dei principali indici azionari dopo il crollo di marzo causato dall’espandersi della pandemia, e metteva in evidenza come il recupero fosse stato incredibilmente celere nonostante in quel momento mezzo mondo fosse ancora in lock-down.

Ma poi il tempo è passato, e da esperti virologi siamo diventati tutti esperti di geopolitica. La Russia invade l’Ucraina, Israele risponde agli attentati di Hamas distruggendo letteralmente la striscia di Gaza, gli Houthi sparano sulle navi che passano per lo stretto di Bāb elMandeb e vengono bombardati dagli americani, ancora Israele e l’Iran si scambiano reciprocamente qualche centinaio di missili, e scaramucce vengono segnalate sul confine India e il Pakistan.

E in tutto questo, come si comportano i mercati? Ovvero, quale relazione esiste tra shock geopolitici (guerre e attentati essenzialmente, ma anche accordi strategici, riduzioni della produzione di petrolio o semplici spostamenti di truppe al confine) e andamento degli indici azionari?

Beh… come sempre la risposta corretta è.. dipende. Dipende da tanti fattori, tra cui in particolare, ed ovviamente, dalla gravità dei fatti.

Ad ogni modo, il primo aspetto da trattare riguarda la misurazione del rischio geopolitico. Come si fa a dire che un determinato evento sia (o non sia) uno shock geopolitico?

 

Il GPR index di Caldara e Iacoviello

La risposta non è facile, ma ricercatori e accademici di tutto il mondo non si fermano davanti a nulla.

Dario Caldara and Matteo Iacoviello, economisti della FED (si avete capito bene, due italiani economisti alla FED: chapeau!), hanno costruito una misura degli eventi geopolitici avversi e dei rischi a questi associati sulla base di un conteggio di articoli di giornale che coprono le tensioni geopolitiche, così da poter esaminarne l’evoluzione e gli effetti economici dal 1900[1].

L’Indice “GPR recente” utilizza 10 giornali e inizia nel 1985.L’indice storico utilizza 3 giornali e inizia nel 1900. Vengono inoltre costruiti indici specifici per 44 paesi diversi.

Nello specifico: l’indice GPR riflette i risultati della ricerca testuale automatizzata degli archivi elettronici di 10 testate giornalistiche: Chicago Tribune, Daily Telegraph, Financial Times, The Globe and Mail, The Guardian, Los Angeles Times, The New York Times, USA Today, The Wall Street Journal e The Washington Post. L’indice è calcolato contando il numero di articoli relativi ad eventi geopolitici avversi in ogni giornale per ogni mese (come quota del numero totale di articoli di notizie). La ricerca è organizzata in otto categorie: Minacce di guerra (Categoria 1), Minacce di pace (Categoria 2), Accumuli militari (Categoria 3), Minacce nucleari (Categoria 4), Minacce terroristiche (Categoria 5), Inizio della guerra (Categoria 6), Escalation di guerra (Categoria 7), Atti terroristici (Categoria 8). Sulla base dei gruppi di ricerca di cui sopra, Caldara e Iacoviello costruiscono anche due sottoindici.

Le minacce (Threats) geopolitiche (GPRT) includono parole appartenenti alle categorie da 1 a 5 di cui sopra. L’indice degli atti (Acts) geopolitici (GPRA) comprende parole appartenenti alle categorie da 6 a 8.

Il grafico sottostante riporta l’andamento del GPR index recente (media a 30 giorni, fine maggio 2025)

Fonte: https://www.matteoiacoviello.com/gpr.htm

 

Ora, per quanto la metodologia di costruzione dell’indice possa far storcere il naso ai non addetti ai lavori (una semplice conta di articoli?), si tratta in realtà di un procedimento di analisi testuale oggi ampiamente utilizzato negli studi accademici.

Inoltre, l’indice ha un indubbio vantaggio, ossia quello di essere calcolato giornalmente, il che lo rende idoneo ad essere confrontato con qualsiasi indice/prezzo presente sul mercato, così da poter valutare l’impatto del rischio geopolitico su mercati azionari, oro, petrolio, inflazione, occupazione ecc….

E difatti così è stato. Gli stessi Caldara e Iacoviello (et al.) hanno usato l’indice per comprendere se il rischio geopolitico accrescere o riduce l’inflazione[2].

 

Quale impatto sui mercati azionari?

Per capire l’impatto del rischio geopolitico partiamo dal seguente grafico che incrocia una revisione del GPR index con il VIX (il famoso indice della paura).

Fonte: https://www.msci.com/research-and-insights/blog-post/understanding-geopolitical-risk-in-investments

Note : Nel grafico il GUI è costruito come media ponderata del GPR (dati scaricati da matteoiacoviello.com/gpr.htm) e del WUI (World Uncertainty Indicator).

 

Il GUI e l’indice VIX sono in gran parte indipendenti l’uno dall’altro. Sebbene siano occasionalmente cresciuti insieme, ad esempio dopo l’11 settembre e la guerra Russia-Ucraina, sono per lo più variati in modo indipendente. L’indice GUI è rimasto generalmente stabile durante le crisi economiche e finanziarie a partire dalla metà degli anni ’90, mentre l’indice VIX non è stato in gran parte influenzato da eventi terroristici, ad eccezione dell’11 settembre.

Sembrerebbe quindi che, mediamente, la volatilità dei mercati non sia così tanto influenzata da eventi geopolitici. E che dire invece dell’andamento dei mercati?

In generale è possibile affermare che nel breve termine i mercati, in effetti, reagiscono alle notizie geopolitiche. Ma nel medio-lungo termine i mercati sembrano invece seguire il proprio corso.

Nel grafico sottostante viene riportato l’andamento del GPR index e del MSCI World dal 1985 al 2018

Nonostante il grafico non sia aggiornato, alcune considerazioni possono essere facilmente dedotte. I mercati azionari hanno registrato diversi storni nel corso del tempo, ma nel lungo termine sono poi cresciuti.

Inoltre, le discese più ardite (e le relative risalite) si sono avute a seguito dello scoppio della bolla della New economy nel 2000, e della Grande Crisi Finanziaria del 2008: due eventi che hanno cause prettamente finanziarie, e non geopolitiche. Anzi, vi sono studi più ampi che dimostrano come nei periodi di guerra i mercati azionari hanno spesso registrato performance alquanto positive.

In generale, è possibile affermare che i mercati azionari, più che le bombe, temono l’incertezza. Quando la geopolitica crea incertezza (nel breve) i mercati scendono; quando poi i mercati ricevono informazioni chiare sullo svolgersi degli eventi, e l’incertezza scema, allora i mercati ripartono.

Ad esempio: nel 2015, alcuni ricercatori dello Swiss Finance Institute hanno esaminato i conflitti militari statunitensi dopo la seconda guerra mondiale e hanno scoperto che nei casi in cui c’è una fase prebellica, un aumento della probabilità di guerra tende a diminuire i prezzi delle azioni, ma lo scoppio finale della guerra li aumenta. Tuttavia, nei casi in cui una guerra inizia a sorpresa, lo scoppio della guerra fa diminuire i prezzi delle azioni. Hanno chiamato questo fenomeno “il puzzle della guerra” e hanno indicato che non c’è una spiegazione chiara del perché le azioni aumentino in modo significativo quando la guerra scoppia dopo un preludio.

Il caso più eclatante al riguardo è quello della guerra in Kuwait nel 1990. Mentre l’indice Dow Jones è sceso quasi immediatamente del 6,31% dopo l’invasione del Kuwait da parte delle truppe irachene, lo stesso indice ha guadagnato il 17% nelle prime quattro settimane dell’operazione Desert Storm. Come a dire: nella prima fase di incertezza il mercato è sceso; quando poi si è capito che la reazione americana sarebbe iniziata (e chiaramente si scontava già il fatto che gli americani avrebbero vinto), allora il mercato è risalito.

Sempre in tema di reazione dei mercati azionari agli eventi geopolitici, una interessante osservazione deriva dal grafico seguente:

Fonte: https://www.academia.edu/33306412/Measuring_Geopolitical_Risk

Nelle due rappresentazioni viene mostrato l’andamento dell’indice SP500 a seguito di forti rialzi di due sotto-indici del GPR index, ossia l’indice delle minacce (in rosso), e quello delle azioni/atti reali (in verde). Asse orizzontale espressa in mesi.

Nei periodi immediatamente successi agli shock l’indice ovviamente scende. Ma poi, in caso di minacce l’indice tende a sottoperformare per un lungo periodo (grafico in rosso); in caso di azioni (grafico in verde) l’indice recupera invece molto più velocemente e registra poi una performance positiva.

Come osservano gli stessi Caldara e Iacoviello, questi risultati supportano il vecchio adagio attribuito al finanziere londinese Nathan Rothschild: one should buy on cannons and sell on trumpet (si dovrebbe comprare sui cannoni e vendere sulla tromba).

Che tradotto significa: quando suona la tromba ma vi è ancora incertezza i mercati soffrono; quando i cannoni sparano e la guerra inizia i mercati valutano meglio gli avvenimenti.

 

 

[1] Caldara, Dario and Matteo Iacoviello (2022), “Measuring Geopolitical Risk,” American Economic Review, April, 112(4), pp.1194-1225.

[2] https://www.matteoiacoviello.com/research_files/GPR_INFLATION_PAPER.pdf