Nella foto: Mondiali di calcio Russia 2018. Goleada della Russia all’Arabia Saudita: 5-0

 

Lo sbigottimento nel vedere i prezzi del petrolio WTI (West Texas Intermediate) e BRENT perdere tra i 10 ed i 15 dollari all’apertura delle contrattazioni elettroniche la notte di Domenica, 8 Marzo, è stato forte.

In termini di variazione percentuale (chiusasi a -23.76% per il WTI, che a tratti ha toccato addirittura il -30% ) nulla del genere si era visto se non nel lontanissimo Gennaio 1991 durante i tumultuosi mesi seguiti all’invasione Irachena del Kuwait, e alla conseguente operazione militare capeggiata dagli U.S.A. contro l’Iraq di Saddam Hussein nota come Desert Storm. Tra il 15 ed il 16 Gennaio di quell’anno il prezzo passò dai $30 a $20 al barile. (si veda grafico sottostante)

 

Variazioni giornaliere percentuali del petrolio W.T.I. dal Marzo 1985 al Marzo 2020

Dati: Elaborazioni su dati Reuters

 

Le ramificazioni di questo avvenimento, tuttavia, travalicano vastamente i confini del solo mondo dell’energia. Scosse di questa magnitudine, nel mondo d’oggi, hanno interconnessioni profonde dovunque: mercato del debito (bond), azionario (ovviamente), delle valute (forex), del credito, della sovranità statale di vari Paesi.


Molto meno forte era stata la sorpresa (almeno per chi vi scrive) nel vedere un “nulla di fatto” all’incontro della settimana scorsa (4-6 Marzo a Vienna) del cosiddetto OPEC Plus  o OPEC+, ovvero cartello tradizionale OPEC (Organizzazione dei Paesi Produttori di Petrolio) cui si aggiungono altri Paesi le cui economie sono fortemente legate alla produzione di greggio come Messico, Azerbaijan e soprattutto Federazione Russa.

Come tutti sanno, all’interno dell’OPEC “tradizionale” è di fatto l’Arabia Saudita a tirare le fila dell’azione dell’intero cartello. Per quanto riguarda invece i membri “Plus”, il pezzo da novanta è la Federazione Russa.

Dopo l’annus horribilis del 2014 durante il quale le quotazioni del greggio si contrassero di circa sessanta dollari al barile, ed a seguito della sciagurata decisione di non ridurre la quota di produzione in capo all’OPEC stessa del Novembre 2014, il greggio continuò a scendere sino a toccare (varietà WTI) circa 25$/barile nei primi del 2015.

A quel punto i sauditi metabolizzarono l’idea che l’ingombrante ed ineliminabile (allora) presenza degli operatori shale oil  U.S.A. risultava tale da necessitare della collaborazione di un altro pezzo grosso sul mercato del greggio mondiale: la Russia. Solo così facendo il peso specifico delle decisioni OPEC – che da sola controlla(va) circa 30milioni di barili/giorno dei circa 100 di produzione giornaliera mondiale, di cui oltre 10milioni in capo alla sola Arabia Saudita – e di un altro heavy weight internazionale come la Russia – che a sua volta produce circa 12milioni di barili/giorno – avrebbe potuto avere un impatto significativo su un mercato dell’energia mondiale; mercato nel quale gli U.S.A., già allora, riuscivano a produrre oltre 9milioni di barili/giorno, ossia 4 milioni in più di appena cinque anni prima.

Dopo un corteggiamento durato un paio d’anni, tra il 2015 ed il 2016, l’Arabia Saudita (ai tempi del diplomatico e charmant ministro dell’energia Khalid Al-Falih) riesce in quello che diverse volte nel passato, anche lontano, non era riuscito: coinvolgere su base permanente la Federazione Russa nella determinazione del livello di produzione/esportazione di petrolio. Nasce quindi nel 2017 l’OPEC+.

Da allora, e con tentativi più o meno efficaci, la presenza dell’OPEC+ ha consentito alle quotazioni di greggio mondiale di stabilizzarsi entro un intervallo talora definito shale band, grosso modo compreso tra i 45 ed i 65 dollari/barile (varietà WTI).

Il problema di fondo, tuttavia, è che da allora alle variazioni (leggasi riduzioni) dei livelli di produzione del gruppo OPEC+ si sono accompagnati sempre maggiori aumenti dei livelli produttivi di quel gruppo di operatori indipendenti (quindi public companies) statunitensi che, tra il 2017 ed il 2020, hanno aggiunto altri 3milioni di barili/giorno in termini di volumi prodotti per un totale di oltre 12milioni barili/giorno.

La brutta notizia era da lungo tempo nota al gruppo OPEC+, e difficilmente digeribile dal collega “Plus” russo: i loro tagli ingrassano le corporations U.S.A. che, di fatto, continuano ad espandere la propria quota di mercato a livello globale a discapito dei “venditori” tradizionali, ossia arabi/OPEC e russi.

Al riguardo si consideri che, ad oggi, ogni giorno vengono riversati sul mercato mondiale circa 3milioni e mezzo di barili di petrolio (nel 2017 erano solo mezzo milione) che gli Stati Uniti (intesi come aziende private, non come Stato) esportano presso raffinerie situate in Europa, Asia, Sud America. Tali raffinerie, sino a 5 anni fa, erano clienti di Sauditi/OPEC e Russi (si veda grafico sottostante).

 

Livelli di Produzione Totale, Continentale ed Esportazioni/giorno di Petrolio U.S.A. (milioni di barili)

Dati: Elaborazioni su dati Energy Information Administration

 

Per dirla semplice: tutti i tagli di produzione del gruppo OPEC+ dal 2017 in avanti son ben più che compensati in termini di quota di mercato dall’incremento di produzione statunitense.

Ma mentre i Sauditi sono “amici” degli USA (i legami USA-Arabia Saudita sono noti anche ai sassi) i russi lo sono meno. Difficile immaginare che le compagnie petrolifere a diretto/indiretto controllo statale russo godano nel sapere che i minori volumi di petrolio loro assegnati in sede di OPEC+ divengano quota di mercato degli Yankee.

 

Produzione Petrolio Giornaliera (barili/giorno) dagli USA Continentali.

Dati: Elaborazioni su dati Energy Information Administration

 

E’ passata molta acqua sotto i ponti dal 1 Gennaio 2017 (nascita ufficiale OPEC+).

  • Trump è diventato presidente degli USA (non si dimentichi il presunto ruolo russo nell’indirizzare il risultato elettorale).
  • La competizione all’ultimo sangue (si ricordi il bestiale assassinio di J. Khashoggi) per la successione al trono saudita è partita.
  • Le tensioni tra sauditi ed Iran sono esplose (proxy war in Yemen).
  • Saudi ARAMCO è stata “quotata” sul mercato (diciamo che è stata esibita, più che quotata, ma transeat).
  • Le aree di influenza mediorientali sono mutate enormemente, con retrocessioni USA ed avanzamenti turco-russi.

 

E poi è arrivato il COVID-19.

 

Lo shock da domanda (in nulla dissimile a quello sperimentato a seguito della Great Financial Crisis del 2008) viene inizialmente minimizzato dal cartello OPEC e dalla stessa Russia all’esplodere dell’epidemia in Cina nel Gennaio 2020.

Diverso, come confronto, era stato il loro atteggiamento proprio in occasione della crisi finanziaria post Lehman: nell’inverno del 2008 l’OPEC tagliò la propria produzione di 4.3 milioni di barili/giorno.

Ma basta poco tempo (primi di Febbraio) per comprendere che realmente il rischio è elevato, e che i dati dell’evoluzione epidemica mostrano che l’espansione verso altre aree del mondo sarà inevitabile.

L’Arabia Saudita inizia a lavorare per convocare una seduta straordinaria del cartello OPEC+ ben prima della data prevista da Calendario (Marzo 2020). Da subito la Russia si mostra fredda.

Nel frattempo i prezzi del greggio sui mercati internazionali iniziano a scivolare, perdendo facilmente la quota dei 60$ (WTI) sino a trovarsi in poco tempo sotto i 50$/barile man mano che i primi dati reali mostrano gravi cadute di domanda di petrolio fisico nell’ordine di oltre un milione di barili/giorno nel Lontano Oriente.

La convocazione del comitato tecnico (JTC) dell’OPEC+ di metà Febbraio suggerisce di procedere ad un taglio di 0.6 milioni di barili/giorno ma i russi non nascondono la loro freddezza.

Messaggi vengono poi diffusi mezzo stampa secondo cui, già da fine Febbraio, i sauditi stavano spingendo per un taglio da 1 milione di barili/giorno invece del 0.6 milioni proposti dal comitato tecnico. Si arriva a ridosso del meeting del 4-6 Marzo con “veline” offerte ai media secondo cui i tagli portati in discussione in sede OPEC+ sarebbero stati non limitati al solo secondo trimestre 2020 bensì protratti a tutto l’anno 2020.

Fragoroso pareva però il silenzio russo che non alterava in alcun modo l’iniziale opposizione anche all’idea del taglio da 600mila barili.

Arriviamo quindi alla riunione a porte chiuse dei ministri dell’energia OPEC+ del 6 Marzo con aspettative totalmente spostate nella direzione di un taglio importante e protratto alla produzione di petrolio. Chi vi scrive si mostrava molto scettico a tal proposito, proprio per i motivi sopra esposti, oltre che per una maggiore tenuta/minore sensibilità del budget russo a prezzi di petrolio più bassi rispetto non solo al regno saudita, ma soprattutto rispetto agli altri ben più fragili paesi OPEC.

L’errore strategico (o la scommessa andata male, fate voi), e la prova di forza muscolare con cui gli arabi hanno provato a mettere all’angolo i russi prima del consesso OPEC+ del 6 Marzo, è stato quello di pre-annunciare l’accordo dei soli paesi OPEC ad un taglio da 1.5milioni di barili/giorno già il 5 Marzo, ossia prima della cruciale riunione formale OPEC+ alla quale avrebbero partecipato i russi.

Fatalmente, l’esito di aver messo spalle al muro i russi (leggasi Putin) ha ulteriormente irrigidito gli animi portando ad una funestissima fumata nera.

Sin qui la cronaca. Strategicamente, che fare?

La nostra sensazione è che, più che ad una guerra di prezzi, qui si sia di fronte ad una crisi di nervi. Questi livelli non sono sostenibili per nessuno nel medio termine, e rappresentano una oggettiva minaccia alla stabilità socio-politica di interi Paesi e di centinaia di milioni di persone.

I sauditi, nel fine settimana successivo al meeting OPEC+, hanno dichiarato di essere pronti a portare la loro produzione giornaliera dagli attuali 9.6 milioni di barili/giorno sino alla loro capacità teorica (e mai testata peraltro) a ridosso dei 13milioni di barili/giorno già da Aprile. Hanno pubblicato il proprio listino prezzi (O.S.P. di Aramco) per il mese di Aprile a livelli di “sconto” rispetto ai cargo per consegna dated Brent tra 8 e 10 dollari. Hanno noleggiato sul mercato dei cargo internazionali dei vascelli “super-tanker” VLCC per consegnare ai clienti quantità abnormi di loro greggio (varietà Arab Light).

Di converso i russi han risposto (per voce del Ministro delle Finanze) dicendo che a 25-30$/barile le loro riserve di valuta straniera per proteggere il rublo dalla svalutazione basterebbero per 6-10 anni.

Sul fronte domanda, intanto, l’evoluzione dal COVID-19 non lascia speranza alcuna di un rapido rientro, con prospettive drammatiche per il settore turistico ed aereo

Ecco perché riteniamo che una ricoalizzazione del gruppo OPEC+ sia molto ragionevole: concordare un “mini-taglio” di produzione che riporti le quotazioni dagli attuali 33$/barile (WTI) in area 40$/45$ è molto ragionevole in un momento in cui l’industria shale statunitense, che sino ad oggi ha goduto di un free-riding indotto proprio dal sostegno dei prezzi offerto nell’ultimo triennio dal gruppo OPEC+, si trova soffocata da un probabile credit crunch indotto dalle tensioni del settore finanziario prodotte dal Corona Virus, e da un verosimile crollo della domanda estera per via di una competizione di prezzo presso i clienti internazionali portata avanti dagli Arabi.

 

Ridimensionare lo U.S. Shale Oil è interesse dei due nemici. Perché si sa :“The enemy of my enemy is my friend”.

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