Nella foto: copertina del disco “The winner takes it all” degli ABBA.

In fondo il fenomeno è noto da sempre. Ma quando a darne prova sono inconfutabili dati della FED, raccolti e commentati da un articolo di Bloomberg (https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-10-08/top-50-richest-people-in-the-us-are-worth-as-much-as-poorest-165-million?srnd=premium-europe), la notizia balza all’occhio e diventa subito virale.

In tempi di crisi è facile comprendere come siano i ricchi ad uscirne comunque vincitori. Potendo sfruttare le proprie sostanze per ribilanciare il portafoglio, così da avvantaggiarsi delle opportunità date dal mercato, e non cadendo nella necessità di dover disinvestire in fretta e furia per non compromettere il loro tenore di vita, chi hai soldi (tanti soldi) si ritrova spesso alla fine della crisi ad essere, almeno da un punto di vista relativo, più ricco di prima.

Come a dire: anche i ricchi piangono… ma poi alla fine se la ridono. O come dice sempre mia madre: “I DANEE FAN DANEE, I PIOEUCC FAN PIOEUCC ” (I soldi fanno i soldi, i pidocchi fanno i pidocchi).

In particolare, negli USA, la situazione sta diventando parossistica. Le 50 persone più ricche d’America ora detengono una ricchezza (circa 2$ trillion) pari a quella dellla metà più povera della popolazione (165 milioni di individui).

Come ben rappresentato dalla sottostante figura proposta da Bloomberg, si è assistito ad un notevole balzo della ricchezza dei super ricchi americani a partire dal 2019; trend poi proseguito ulteriormente nel primo semestre del 2020.

Bloomberg indica che un fattore fondamentale nello spiegare la crescente disuguaglianza è il fatto che la stragrande maggioranza degli americani non sta beneficiando del forte rialzo dei corsi azionari degli ultimi mesi (specie quelli legati al mondo della tecnologia).


Si stima che l’1% della popolazione più ricca detenga più del 50% delle azioni delle società quotate e delle quote dei fondi comuni di investimento; se si considera anche il successivo 9%, si ottiene una percentuale dell’88% in mano al 10% dei più benestanti.

In termini generazionali, secondo i dati della FED riportati nella figura sottostante, sono ancora i Baby Boomers (nati tra il 1946 e il 1964) a detenere la maggior quota di ricchezza (53,2%). La quota di proprietà dei Millennial è solo del 4,6%, quella della GenX si attesta al 25,5%.

Fonte: FED. Distributions by generation are defined by birth year as follows: Silent and Earlier=born before 1946, Baby Boomer=born 1946-1964, Gen X=born 1965-1980, and Millennial=born 1981-1996.

E qui Bloomberg ci segnala che anche tra i più giovani il livello di concentrazione è estremamente alto. Tre soli Millennial (i fondatori di Facebook Mark Zuckerberg e Dustin Moskovitz, e l’erede dell’impero Walmart Lukas Walton) detengono 1 su ogni 40 dollari dei giovani americani.

Anche in termini di razze le cose non appaiono affatto egualitarie: i bianchi detengono l’83,9% della ricchezza nazionale mentre le Black households solo il 4,1%.

La crescita della disuguaglianza della ricchezza rappresenta peraltro un fenomeno non confinabile agli USA, ma ben presente anche in Europa e in alcuni paesi emergenti (si pensi alla Russia, ad esempio). Senza entrare nell’ambito di un dibattito politico e ideologico, è indubbio che tale situazione non può non avere ripercussioni sulle possibilità delle future generazioni e sulla coesione sociale nei diversi paesi, e dovrebbe essere quindi affrontata ancorché con una buona dose di pragmatismo.

Gli ABBA cantavano The winner takes it all (il vincitore prende tutto): ma se agli altri rimangono solo le briciole alla lunga il gioco non regge.

Articolo precedente

Inception: cosa ti piacerebbe innestare nella testa del tuo cliente?

Articolo successivo

Sfruttare le tecniche della finanza comportamentale per migliorare la relazione con il cliente: il caso della volatilità dei mercati