L’andamento del prezzo dell’oro costituisce un unicum nel mondo degli investimenti, probabilmente secondo solo a quello del Bitcoin.
Cosa incide, infatti, sul prezzo dell’oro?
Come ho avuto già modo di sottolineare in precedente articolo, il semplice e tradizionale schema dell’incontro della domanda e dell’offerta non è sufficiente a spiegare tutto. C’è sicuramente un valore simbolico, al di là dell’utilizzo della materia in ambito tecnologico o in gioielleria, che ne accresce e ne sostiene il prezzo.
Ma andiamo per gradi e analizziamo, appunto, i tipici fattori di domanda e offerta per comprendere meglio il tutto.
Partendo però da una premessa: l’oro, come le altre materie prime e le valute (ma mettiamoci anche l’arte), non produce in sé flussi finanziari periodici (cedole o dividendi), cioè non partecipa alla crescita (diciamo) reale dell’economia. La sua performance dipende esclusivamente dall’andamento del prezzo.
Usiamo per la nostra analisi i dati del World Gold Council
L’offerta
L’offerta d’oro è semplice da delimitare. Lasciando stare i tecnicismi del net producer hedging, l’oro o lo estrai o lo ricicli.

E qui emergono subito due considerazioni.
Estrarre oro diventa sempre più costoso, a meno di non scoprire nel prossimo futuro miniere facilmente “lavorabili”.
I costi di produzione costituiscono quindi una sorta di floor al prezzo dell’oro. Sotto un certo livello di prezzo è inutile mettersi ad estrarre. In questo momento, tuttavia, i dati del World Gold Council ci dicono che il prezzo medio recente dell’oro è sufficiente a garantire alla maggior parte delle miniere la copertura dei costi (si veda AISC curve)
Certo, ci sarebbe però anche l’oro da riciclo. Più aumenta il prezzo dell’oro più, in effetti, converrebbe riciclarlo, ad esempio da rottami tecnologici. Si tenga tuttavia presente che di tutto l’oro estratto nel corso della storia, una discreta quantità (sebbene non facilmente calcolabile) è difficilmente riciclabile: ad esempio, tutti i cimeli storici e religiosi custoditi nei musei e nelle chiese.
La domanda
Lato domanda, invece, la situazione è molto più variegata. Possiamo infatti distinguere le seguenti macro-categorie: gioielleria, tecnologia, investimenti, banche centrali.
Ora, la domanda derivante dalla gioielleria rimane ancora una delle più importanti, superata però dal fattore investimenti. In termini generali, è possibile affermare che gioielleria e tecnologia hanno un andamento legato al ciclo economico, e quindi alterno nel tempo.
Il fattore investimenti, invece, presenta delle interessanti caratteristiche. Tale fetta della domanda può essere suddivisa in “barre, lingotti e monete” da un lato (quindi oro fisico) e sottostante di ETP (oro finanziario).
L’andamento della domanda di oro fisico è anch’essa legata al ciclo economico e altalenante nel corso del tempo. Ed è in special modo influenzata dalle richieste provenienti da Cina e India. Tuttavia, come mostra il grafico sottostante, si tratta sempre di una domanda netta positiva.

Se invece analizziamo quanto accade negli ETP, le cose sono ben più complesse. Come mostra il grafico sottostante la domanda è fortemente erratica. A trimestri di forte richiesta si susseguono periodi di deflusso anche ingente. In pratica, la domanda di oro finanziario è più legata alle dinamiche finanziarie, appunto: chiamiamola pure di tipo speculativo.

Veniamo alle banche centrali.
Ormai da molti anni, e tranne in rare occasioni, la domanda netta di oro delle banche centrali è positiva (vedi grafico). Esse sono detentori significativi di oro, detenendo circa un quinto di tutto l’oro che è stato estratto nel corso della storia.

Ora, non ci interessa vedere chi, tra le banche centrali, detiene più o meno oro in tonnellate. Basti dire che i primi sono gli USA mentre l’Italia non è affatto messa male. La Cina è ancora indietro ma ha forti intenzioni di salire in classifica visto che in percentuale rispetto a tutte le sue riserve valutarie l’oro pesa ancora molto poco (5,5% circa).
Più interessante è capire perché le banche centrali comprano oro.
Certamente l’oro è una componente importante delle riserve delle banche centrali per le sue caratteristiche di sicurezza, liquidità e rendimento, i tre principali obiettivi di investimento per le banche centrali. Ma c’è dell’altro, e il World Gold Council ha provato ad indagare chiedendo proprio alle stesse banche centrali (BC) di esprimersi (vedi grafico)

Dall’analisi emergono alcune interessanti considerazioni.
Per prima cosa le BC considerano l’oro importante come riserva di valore di lungo termine, e come protezione dall’inflazione, nonché come perfetto collaterale in caso di necessità. Altri aspetti importanti sono la performance in momenti di crisi e gli effetti di diversificazione di portafoglio.
Inoltre viene citato il fatto che l’oro non è caratterizzato da rischio di default né da rischio politico.
Ancora poco sentiti, come fattori determinanti della detenzione di oro, sono invece il cambiamento del sistema finanziario internazionale e la de-dollarizzazione.
Le banche centrali possono vendere oro?
Certo, alcune di esse lo fanno in caso di necessità o per cambiamenti nella loro policy. E solitamente le vendite vengono effettuate tramite scambi con altre banche centrali.
Ma in termini generali, se l’oro è considerato una riserva, perché le banche centrali dovrebbero disfarsene in maniera repentina facendone crollare il prezzo? Avrebbe poco senso.
A parte ipotetici casi di Armageddon, anche la detenzione di oro da parte delle BC, e il suo incremento nel tempo, costituiscono quindi un floor al prezzo dell’oro




